Questa pagina tratta di architetture di Ortona, in provincia di Chieti.


Le prime fonti storiografiche riguardo alle origini di Ortona sono date dallo storico locale Giovan Battista De Lectis (XVII secolo), il quale parla di ritrovamenti fatti presso l'antica arx romana di Ortona, che si trovava dove oggi sorge il castello aragonese, a guardia del promontorio tufaceo per i traffici marini. A causa delle numerose e massicce ricostruzioni, non è possibile ammirare nessuna opera quale un tempio, un complesso termale o altro. Forse la città ne era sprovvista oppure semplicemente appunto tali ricostruzioni distrussero quel che c'era. Fatto sta che è possibile soltanto ricostruire l'impianto planimetrico dell'antica città frentana, che occupava il rione medievale di Terravecchia, la parte ovoidale più antica di Ortona, che parte dal castello, e mediante il corso Matteotti (il principale cardo), giunge sino a Piazza del Municipio, dove terminava la città.
La cinta muraria fu riedificata nel XII-XIII secolo, e poi di nuovo con le modifiche di Giacomo Caldora e Alfonso I d'Aragona nel XV secolo, e abbracciò tutto il rione, a est circondando la Passeggiata Orientale, arrivando al castello, e compiendo un giro a ovest sulla circonvallazione di viale D'Annunzio fino al Piano del Carmine, dove si trovava una porta di accesso. Prima che fosse ampliata la cinta muraria da Caldora e dall'Aragona, Ortona si presentava come la tipica città marinara fortificata a nido d'aquila, di cui in Abruzzo esiste un altro esempio urbano quale Giulianova, sorta sopra l'abitato di Terravecchia nel XV secolo. Si tratta della città a pianta ellittica o semplicemente circolare irregolare che ha il suo fulcro nella chiesa madre o Duomo, sia nel caso di Giulianova per San Flaviano che di Ortona per San Tommaso, ed ambedue erano provviste di un faro: Giulianova sopra la cupola del duomo, Ortona sopra la torre civica della basilica per controllare eventuali attacchi nemici e per guidare il percorso delle navi mercantili.

Con l'avvento del potere di Giacomo Caldora dopo il 1424 sino al 1439, Ortona fu ampiamente allargata con una nuova cinta muraria presso il rione di Terranova, anche se questo prenderà caratteristiche planimetriche specifiche solo nel XVII-XVIII secolo; che aveva il compito di difendere i due principali monasteri di Santa Caterina o Sant'Anna delle Celestine presso Porta santa Caterina a sud-est, e il convento degli Osservanti di Santa Maria delle Grazie, voluto nel 1430 da frate Giovanni da Capestrano dopo il lodo di pace tra Lanciano e Ortona. La cinta muraria vecchia era disposta di tre porte: Porta Marina sud, Porta Marina nord presso il castello, e Porta Bucciaria o del Carmine, al confine tra i due rioni. Con gli ampliamenti del Caldora e dell'Aragona nella prima metà del Quattrocento vennero aggiunte Porta Santa Caterina, Porta San Giacomo o di Santa Maria e Porta da Caldari all'estremo sud.
Anche l'antico castello, esistente sicuramente dall'epoca normanna, venne rifatto dapprima nel periodo svevo-angioino (XIII-XIV secolo), e poi dal Caldora, ma l'attuale configurazione, benché mutilata dalla frana del 1946 e dalla distruzione del 1943, mostra le tipiche caratteristiche del restauro aragonese del 1452, quando le torri inframmezzate alla conta muraria trapezoidale irregolare, vennero rifatte a scarpa e a pianta circolare, tipiche dell'architettura aragonese. Dentro le mura si trovava anche la palazzina del signore feudale di Ortona, che però è saltata in aria nel 1943 poiché il castello era stato adibito a polveriera.


Per quanto riguarda l'edilizia religiosa, la prima testimonianza è data dalle lettere di Papa Gregorio Magno sulla presenza di una diocesi a Ortona e di una chiesa dedicata a Santa Maria degli Angeli, ossia la basilica cattedrale. Nel XIII secolo iniziò l'edificazione di altre chiese, come il complesso dei Domenicani e dei Francescani, l'uno in vicolo S. Domenico (oggi biblioteca diocesana), e l'altro ormai distrutto in Piazza Risorgimento, di cui si conserva solo parte dell'ex monastero adibito a Palazzo de Benedictis. Presso la Terranova per volere di Roberto da Salle, discepolo di Pietro da Morrone o Celestino V, venne fondato il monastero delle Celestine sopra quello delle Benedettine, dedicato a Santa Caterina, e dal XVIII secolo a Sant'Anna, mentre fuori dalle mura esisteva già dal XIII secolo il monastero di Santa Maria di Costantinopoli, oggi sede dell'Opera Salesiana.
Nel XVII secolo il centro di Ortona si andò sviluppando sempre più a sud presso la Terranova, lungo l'asse viario principale del corso Vittorio Emanuele; a ovest presso Santa Maria delle Grazie si andava sviluppando il "ghetto" ebraico, di cui oggi esistono tracce, mentre a est abitazioni signorili occupavano terreni incolti, alcune delle quali, come in via Sapienza, caratterizzate da archi e angiporti, alla stessa maniera delle costruzioni medievali di Terravecchia, tra vico Bonelli, via Morosini e via Acciaiuoli.
Nel corso del Novecento Ortona aveva occupato tutta l'area circondata dalle mura, e si era in parte espansa anche fuori da Porta del Carmine, lungo l'asse di via Roma e via Tripoli, e a sud lungo l'attuale viale della Libertà, presso il Colle Costantinopoli. Durante il fascismo ci furono delle costruzioni importanti, come il rifacimento del palazzo comunale, che era stato gravemente danneggiato dalla sommossa popolare del 1799, la costruzione del teatro Vittoria presso la chiesa di Santa Caterina (1929), e la costruzione delle scuole elementari presso il piazzale della Madonna delle Grazie (oggi di San Francesco); la Piazza di Porta Caldari o della Vittoria era stata adornata con edifici monumentali, un condominio di primo Novecento ancora esistente, e dal Monumento ai caduti del 1928.
La distruzione portata dai canadesi e dai tedeschi durante i combattimenti della battaglia di Ortona (21-28 dicembre 1943) fu un evento infausto che distrusse irrimediabilmente intere parti del centro storico, danneggiandone altre in modo da non essere più ripristinate nello stato originario. Fu così che nella ricostruzione celere per far ripartire l'economia cittadina, da una parte veniva colonizzato il Colle Costantinopoli, con edificazione nella parte occidentale di case di fortuna per ospitare la popolazione sfollata, mentre dall'altra si procedeva nell'abbattimento degli edifici inseribili e delle rovine, per rifare daccapo intere strutture, quali il Palazzo comunale, la Cattedrale in uno stile artificioso e assai lontano da quello monumentale barocco di prima, l'ex chiesa di San Domenico veniva stravolta in uno stile moderno, essendo sconsacrata, e adeguata per ospitare nel modo migliore la biblioteca, il convento di San Francesco veniva completamente abbattuto per edificarvi una chiesa moderna e anonima, oggi per altro sconsacrata, Piazza Plebiscito, dove si trovava la Porta del Carmine veniva rifatta quasi daccapo, perdendo le antiche costruzioni eclettiche del primo Novecento; ugualmente la chiesa convento di Santa Maria voluta da Giovanni di Capestrano essendo stata privata della facciata dai cannoneggiamenti, veniva rifatta quasi daccapo, conservando solo l'abside semicircolare, comunque però negli interni ampiamente rimaneggiata. Anche la torre campanaria originale, benché intatta dopo i bombardamenti, fu abbattuta e rifatta in stile moderno.

In sostanza, Ortona ebbe modo sì di crescere demograficamente ed economicamente dopo la guerra, ma al prezzo di perdere una consistente parte di armoniosità architettonica raggiunta nei primi anni del Novecento, mediante l'uso dell'architettura eclettica, moresca e neogotica, di cui sono evidenti ampie tracce soprattutto sui palazzi borghesi affacciati sul corso Vittorio Emanuele. Tuttavia le ricostruzioni del dopoguerra, alcune anche arbitrarie effettuate anche anni dopo la guerra per speculazione edilizia, sono evidenti soprattutto lungo il percorso che si avvicina a Piazza Municipio, con la totale assenza delle storiche costruzioni novecentesche, la perdita della cappella di San Biagio con al suo posto un'anonima struttura, e l'ultimo palazzo di destra, che era la casa natale del compositore Francesco Paolo Tosti, dove oggi sorge il Palazzo dei Portici, rifatto ampiamente nei primi anni 2000, come quinta scenica della piazza comunale. Altre costruzioni arbitrarie e scriteriate per il centro storico, vennero erette proprio nel rione Terravecchia, in Piazza Risorgimento, oltre all'ex chiesa di San Francesco venne fatto negli anni '70 il palazzo delle Poste, mentre lungo la Passeggiata Orientale, dopo il Palazzo Farnese, furono costruiti due condomini che hanno fatto perdere in parte la caratteristica visuale di Ortona con la svettante torre campanaria e la cupola, soffocando la vista, in via della Fortuna, anche alle storiche case cinquecentesche.
Negli anni a seguire, il viale della Libertà si è popolato sempre più di case, sicché nel 1960 venne inaugurata la parrocchia di San Giuseppe sposo, nome che si estese all'intero quartiere residenziale, che arrivò a lambire la ferrovia e lo stadio comunale. Negli anni '90 si andò sviluppando a ovest anche il quartiere di Fonte Grande, dove venne costruito l'ospedale civile nuovo "Gaetano Bernabeo"; e vi vennero trasferite mole sedi scolastiche e uffici amministrativi.
Sono vari borghi situati nella vasta piana campestre di Ortona, a confine con Miglianico, Tollo, Orsogna, Francavilla al Mare e San Vito Chietino. Il termine "villa" è un diminutivo di "villaggio", poiché questi borghi hanno la caratteristica di avere le costruzioni addossate a un fulcro, quasi sempre un piazzale con la chiesa madre. Alcuni di questi sono molto antichi, nel IX si cita la Villa di Caldari con la chiesa di Santa Maria, oggi di San Zefirino, nel XIII secolo tra i possedimenti di Ortona sono citati Villa Grande, Villa Iubatti, Villa Rogatti, Villa Torre e Villa San Leonardo.
L'aspetto attuale di quasi tutti questi borghi tuttavia risale alle ricostruzioni del Sette-Ottocento, con espansioni di casali in campagna dei primi anni del Novecento, e di complessi residenziali molto più tardi. Soltanto Villa Caldari conserva alcuni tratti rinascimentali delle abitazioni del borgo, oltre alla chiesa di San Zefirino di aspetto barocco, con parti manieriste all'interno, quali il battistero di Monsignor Rebiba.
Il rione di Terravecchia, la parte più antica, si è sviluppato nel XIII-XV secolo, attorno alla mole della Cattedrale di San Tommaso, rifatta nel 1127 per quanto riguarda l'impianto, e nel XVI-XVII secolo per quanto riguarda il rifacimento dello stile da medievale in barocco. A sud il Palazzo Farnese voluto da Margherita d'Austria, iniziato nel 1584 e completato circa due secoli dopo, insieme al Palazzo dell'Università (oggi comunale) completavano la cerniera di chiusura del rione con il quartiere Terranova. Del rione Terravecchia la parte più antica, dove sono stati ritrovati reperti archeologici negli anni '70, è compresa tra Largo Castello e l'inizio del corso Matteotti, con vico Bonelli, dove si trovano gli angiporti medievali, che riescono a nord-est presso il viale D'Annunzio, dove si trova Torre Baglioni, recentemente restaurata. Questa è una della tante torri di guardia della cinta muraria, che non si sono conservate poiché inglobate nelle abitazioni civili, come testimonia una torretta più bassa posta poco più distante, al termine di Piazza del Plebiscito, o l'altra torre-abitazione di Palazzo Mancini, posta sul corso a sud, poco dopo passata Piazza San Tommaso.

La zona compresa tra il corso Matteotti e la Passeggiata Orientale, con via Fortuna, via Pensiero, via L. Acciauoli, vico San Domenico, è tardo medievale; nel 1882 fu demolita la porta di accesso a Ripa Grande, da cui si potette godere di un ampio panorama, e si poterono sviluppare le costruzioni lungo la circonvallazione affacciata sul promontorio marino. In questa porzione si trovano il Palazzo De Benedictis (Piazza Risorgimento), mentre lungo la Strada Grande ossia il corso Matteotti si aprono le facciate e i portali di Palazzo Corvo (XVII secolo), dove è stato allestito il Museo Internazionale della Musica con Istituto "Tostiano", dedicato alla figura di Francesco Paolo Tosti; poi il Palazzo Mené-Fonzi Curciani, il Palazzo Colangelo con cortiletto cinquecentesco, il Palazzo Mignotti in stile settecentesco con facciata a mattoni a vista; palazzo Grilli De Sanctis con balconi in ringhiera, e il Palazzo Pugliesi dove nacque don D. Pugliesi e il Palazzo De Sanctis.


In Piazza San Tommaso si affacciano la Cattedrale, che prima del 1943 era provvista di un l'elegante porticato gotico ad arcate ogivali, che nascondevano in parte il portale di Nicola Mancino, poi il Palazzo Rosica-De Sanctis col portale in pietra lavorata, la presunta casa di Leone Acciaiuoli, il capitano che nel 1258 portò a Ortona la reliquie di San Tommaso, il Palazzo Mancini De Sanctis, che ha la seconda facciata sul corso Matteotti insieme alla torre dei Riccardi (XIII secolo), dove morì nel 1586 Margherita d'Austria. In questa seconda parte del corso si trovano la casa di Basilio Cascella famoso pittore abruzzese, il Palazzo Quatrari con portale cinquecentesco, Palazzo Gervasoni.
Il quartiere Terranova parte da Largo Farnese e da Piazza del Municipio o della Repubblica, e include l'area compresa tra Corso Vittorio Emanuele, via Garibaldi, Belvedere F.P. Tosti, via Giudea, via Sapienza, via F. P. Cespa, via della Speranza, via del Giglio, via dei Bastioni, via D. Pugliese, via Marconi. I palazzi di interesse sono quello dei Verratti, dei De Fabritiis, dei Mazzoccone, dei De Lectis, dei Berardi. Lungo la passeggiata ad est del belvedere a mare si trova l'oratorio del Crocifisso Miracoloso (per un miracolo avvenuto nel 1566 durante l'attacco turco), annesso alla chiesa di Santa Caterina, con l'ex monastero riconvertito nel 2002 in biblioteca comunale e nel MUBA (Museo della Battaglia di Ortona); la chiesa si affaccia su via Garibaldi, e si trova in posizione strategica con il piazzale dove prospetta il Teatro Vittoria in stile eclettico. L'antico orto dei Cistercensi o delle Celestine di Sant'Anna, posto all'inizio di via Garibaldi da Piazza Porta Caldari, è stato trasformato in giardino comunale con la storica sala Eden per concerti e balli, inaugurata negli anni '60.










Il cimitero, noto come "Moro River Canadian War Cemetery", è situato in contrada San Donato, su un promontorio che guarda sull'Adriatico. Vi sono le spoglie dei soldati del Commonwealth britannico, gran parte dei quali canadesi, morti nel dicembre 1943 durante la battaglia di Ortona, che iniziò dapprima presso il fiume Moro da Orsogna, spingendosi poi fino alla città. Il cimitero fu scelto nel luogo nel 1944 dal Corpo Canadese, completato due anni dopo, e presenta uno schema semplice quadrangolare, con le tombe disposte in file parallele, aggregate a formare tredici settori indipendenti. Nella parte settentrionale si trova la piccola chiesa di San Donato, affiancata da un arco a portico che funge da ingresso. I caduti sepolti sono 1665 (1375 canadesi, 169 britannici, 4 australiani, 42 neozelandesi, 16 sudafricani, 5 indiani, 54 non identificati).

È una costruzione di epoca romana dei primi secoli dopo Cristo in opus mixtum e cœmenticium dalla forma pressoché cubica di dubbia iscrizione rispetto al suo utilizzo, ma c'è chi lo ascrive ad un mausoleo.
Questi resti si trovano in Contrada Morrecine sita tra Ortona e Tollo.

Consistono nel sistema di mura difensive fatte costruire dopo il 1425 da Jacopo Caldora (da qui il nome delle mura), dopo che costui si vide recapitare la signoria di Ortona da Carlo III d'Angiò in accordo con la reggente Giovanna II d'Angiò. Le mura ricalcavano un perimetro già esistente dell'epoca normanna, che abbracciava il rione Terravecchia, collegandolo al castello sullo spuntone tufaceo.
Le mura rinchiudevano dunque le attuali circonvallazioni di piazza Castello, via D'Annunzio (ex via Porta Marina), piazza Plebiscito (ex piazza Porta del Carmine), via Cavour, piazza Municipio, corso Matteotti, via Passeggiata Orientale (ex via Ripa Grande o corso Umberto I), tornando al piazzale del castello.
Le mura segnavano inoltre il contorno della costruzione di una nuova parte di città, l'Addizione caldoriana, progetto di espansione urbana che, per alcuni versi, anticipa l'Addizione Erculea realizzata, su progetto di Biagio Rossetti a Ferrara tra il 1492 e il 1510. La costruzione del nuovo quartiere rinascimentale, l'attuale quartiere di Terranova, è basata su una griglia regolare che riprende l'orientamento del crinale su cui poggia il quartiere romano-medievale di Terravecchia e il cui prolungamento costituisce l'attuale centro urbano, il corso Vittorio Emanuele II, via Marconi, piazza san Francesco, via Dommarco, via dei Bastioni, via Garibaldi, via Giardino, fino all'accesso meridionale di Porta Caldari, presso la chiesa di San Rocco. Questa espansione, dove si trovavano terreni di monasteri, come quello di Sant'Anna delle benedettine e quello degli Osservanti, insieme a palazzi gentili, più il ghetto ebraico, come dimostrano le vie e l'aspetto di alcune storiche abitazioni, è stata espressione anche di un mutamento nell'economia cittadina, segnata dal declino della rilevanza dei commerci marittimi e la crescita delle rendite agricole.
Il percorso murario partiva dal Castello Aragonese poi proseguendo in linea immaginaria pressappoco per le attuali Via G. D'Annunzio, Via Monte Maiella, Via L. Dommarco, Via P. Rapino e il Belvedere Orientale per, infine, ricollegarsi al suddetto castello. Nel tratto di muro compreso tra Via G. D'Annunzio e il Castello Aragonese, quello maggiormente conservato e collegato a Torre Baglioni, è incastonata una piccola statua acefala della Madonna con in grembo il Bambin Gesù.
Le porte erano 5:
murato presso i bastioni, proprio all'ingresso della Passeggiata Orientale tra via Francesco Paolo Tosti e via Marina.
I pochi tratti oggi rimanenti si trovano presso l'inizio di Via G. D'Annunzio e verso Via L. Dommarco, il resto è andato perso a causa del tempo, di demolizioni e di incurie, soprattutto effettuate nella seconda metà dell'Ottocento per far espandere la città nuova. Per non parlare delle gravi devastazioni nella seconda guerra mondiale. Di queste porte nemmeno una se ne conserva, eccettuati alcuni toponimi. Tracce delle mura sono visibili anche negli stretti vicoli del centro antico, come gli angiporti di vico Bonelli da corso Matteotti, gli archi di via Pensiero e via Acciaiuoli.