Conferenza di Wannsee

Conferenza di Wannsee
Wannseekonferenz
Haus der Wannsee-Konferenz 02-2014.jpg
La villa Am Großen Wannsee 56–58, dove si tenne la conferenza
TemaSoluzione finale della questione ebraica
PartecipantiSS-Obergruppenführer Reinhard Heydrich e altri alti ufficiali e burocrati nazionalsocialisti
Apertura20 gennaio 1942
Chiusura20 gennaio 1942
StatoGermania Germania
LocalitàLago Großer Wannsee, Berlino
EsitoPianificazione della «Soluzione finale della questione ebraica»

«A noi sembra chiaro ormai che la guerra può finire soltanto, o con l’annientamento degli ariani, o con la totale scomparsa di Giuda dall'Europa»

(Adolf Hitler durante un discorso allo Sportpalast, 30 gennaio 1942)

La conferenza di Wannsee (in tedesco Wannseekonferenz) fu una riunione in cui alti ufficiali e burocrati nazionalsocialisti vennero messi al corrente della «Soluzione finale della questione ebraica» (Endlösung der Judenfrage) e vennero sollecitati a coordinarne l'attuazione. L'incontro si tenne il 20 gennaio 1942 in una villa sulla riva del lago Wannsee a Berlino.

L'iniziativa ebbe origine dal capo del Reichssicherheitshauptamt Reinhard Heydrich che intendeva chiarire direttamente con i dirigenti delle strutture amministrative di potere del Terzo Reich potenzialmente concorrenti, che la missione di risolvere in modo definitivo la questione ebraica era, a partire dalle direttive ricevute fin dal luglio 1941 da Hermann Göring, competenza delle Schutzstaffel (SS) sotto l'autorità suprema di Heinrich Himmler.

Prodromi

Con la presa del potere di Adolf Hitler in Germania, si mise rapidamente in modo l'attuazione di uno degli obiettivi principali della politica nazista, ossia l'allontanamento degli ebrei dalla Germania. La presa del potere nel 1933 offrì ai nazisti l'opportunità di mettere in pratica questo scopo fino ad allora solo genericamente formulato: di fatto, la discriminazione, l'oppressione, l'intimidazione degli ebrei, la loro esclusione dalla vita pubblica, il loro sfruttamento economico e, infine, la loro espulsione dalla Germania sarebbero stati alcuni dei principali ambiti d'azione politica del regime per tutti gli anni Trenta. Tutto ciò si sviluppò nel giro di pochi anni e in modo deciso; dal boicottaggio delle attività commerciali degli ebrei nel 1933 si passò alle famigerate leggi di Norimberga del settembre 1935, fino ai pogrom del novembre 1938. Questa Judenpolitik fu sostenuta e incentivata si a livello governativo – dal ministero degli Interni come ente responsabile a livello istituzionale, dalla Gestapo e dalla polizia in quanto organi esecutivi –, sia dall'organizzazione del partito nazista, che con l'aiuto prima delle Sturmabteilung (SA), e poi del Sicherheitsdienst (SD) - il servizio d'intelligence del partito diretto da Reinhard Heydrich - prese a intervenire sempre più nell’elaborazione della Judenpolitik.

Nel 1938 ad esempio, dopo l'«annessione» dell'Austria al Reich tedesco (Anschluß) il SD intervenì per la prima volta efficacemente nella Judenpolitik. Adolf Eichmann, che da aprile 1938 aveva assunto l'incarico di referente del riorganizzato distaccamento viennese del SD, riuscì a convincere il commissario del Reich Josef Bürckel, responsabile dell'attuazione pratica dell'Anschluß, a istituire a Vienna un Ufficio centrale per l'emigrazione ebraica (Zentralstelle für jüdische Auswanderung), formalmente sottoposto al SD che, in tal modo, per la prima volta poté attribuirsi funzioni esecutive su mandato di un'autorità statale. Compito principale di Eichmann e dell'ufficio fu quello di sviluppare un sistema razionale volto ad accelerare l'«emigrazione» degli ebrei viennesi fuori dal Reich, finanziata attraverso uno speciale fondo costituito dai beni e patrimoni requisiti agli ebrei stessi.

Questa organizzazione servì poi da modello per altri uffici per l'emigrazione ebraica a Praga e Amsterdam e per l'Ufficio centrale per l'emigrazione ebraica (Reichszentrale für Jüdische Auswanderung) che Hermann Göring creò il 24 gennaio 1939, accogliendo le richieste portate avanti da Heydrich all'indomani del pogrom del novembre 1938. Con Heydrich in qualità di responsabile e Heinrich Müller, capo della Gestapo, in qualità di direttore, facevano parte dell' Ufficio centrale anche i delegati dei ministeri degli Esteri, dell'Economia, delle Finanze e degli Interni. Lo stesso Göring ricopriva un ruolo di rilievo in quanto plenipotenziario di Hitler per il piano quadriennale, nonché «uomo forte» della politica economica del Terzo Reich incaricato di portare a termine l'esclusione definitiva degli ebrei dall'economia tedesca e di supervisionare la successiva Judenpolitik in vista dell'allontanamento degli ebrei dal Reich. Per Heyndrich non si trattò del primo incarico nell'ambito della Judenpolitik; nel luglio 1936, al culmine della grave crisi valutaria nazionale, Göring nominò lo stesso Heyndrich quale direttore di un ufficio per indagini finanziarie atto a razziare i patrimoni degli ebrei «sospettati di voler emigrare».

«Soluzioni territoriali»

Alla data dell'invasione nazista della Polonia il regime hitleriano era riuscito a cacciare dalla Germania circa 250 000 ebrei, tuttavia con l’inizio del conflitto, la Judenpolitik «entrò in una fase totalmente nuova e più radicale». Con l'occupazione della Polonia, circa 1,7 milioni di ebrei polacchi si ritrovarono nei territori annessi al Reich, così nell'orizzonte mentale nazista nacque l'impellente necessità di trovare una «soluzione» a questo problema.

Le soluzioni iniziali furono di tipo «territoriale», e prevedevano la deportazione organizzata e sistematica degli ebrei soggetti al controllo tedesco in una «riserva» situata alla periferia dei territori conquistati, ma le difficoltà logistiche e l'impossibilità di deportare gli ebrei semplicemente in altri paesi confinanti non ebbe esito. Successivamente, con la conquista della Francia e delle sue colonie, per trovare una «soluzione territoriale» della «questione ebraica» si pensò di deportare tutti gli ebrei nella colonia francese del Madagascar. Dai 4 ai 6 milioni di persone secondo le stime – dovevano essere trasferiti sull'isola e sottoposti a un regime di polizia. Come affermò in merito Franz Rademacher, «referente per gli ebrei» presso il ministero degli Esteri, l'idea era quella di considerarli «ostaggi della Germania a garanzia della buona condotta dei loro compagni di razza americani» e, «in caso di azioni ostili degli ebrei statunitensi contro il Reich», prendere nei loro confronti i «necessari e adeguati provvedimenti punitivi». Il clima intimidatorio creato da queste minacce, ma soprattutto il fatto che l'isola non offriva le condizioni per permettere a milioni di emigranti europei di sopravvivere (condizioni che i nuovi padroni non avrebbero peraltro creato), indicano che anche l'opzione Madagascar non ambiva a costruire una sorta di patria in cui accogliere gli ebrei d'Europa, bensì a sottoporli a insostenibili condizioni di vita, con conseguente abbassamento del tasso di natalità e un progressivo annientamento fisico degli ebrei.

Ma con la prosecuzione del conflitto con la Gran Bretagna e la conseguente inaccessibilità dell'isola, Heydrich, capo del Reichssicherheitshauptamt (Rsha) e all'epoca figura centrale nella persecuzione degli ebrei, dovette quindi elaborare una terza «soluzione territoriale». Nel gennaio del 1941 presentò a Hitler un progetto dettagliato per la «soluzione finale» in ambito europeo da portare a termine una volta conclusa la guerra; questa consisteva nel deportare tutti gli ebrei a est, in Unione Sovietica, dato che il Reich si stava preparando ad invaderla. Tra marzo e luglio 1941 Heyndrich presentò a Göring due bozze in cui venivano predisposti i piani generali di deportazione di cui lo stesso Heyndrich sarebbe stato l'incaricato principale. Il 31 luglio, Göring ordinò a Heyndrich di predisporre «tutte le necessarie misure per preparare dal punto di vista organizzativo, pratico e materiale una soluzione globale della questione ebraica nell'area dell’Europa sotto influenza tedesca», di coinvolgere, qualora necessario, altre «istanze centrali» (soprattutto il Ministro dei territori occupati Alfred Rosenberg) e infine di presentargli un «piano globale» relativo ai «provvedimenti» da adottare: si trattava della delega cui sei mesi dopo Heydrich si sarebbe richiamato in occasione della conferenza di Wannsee. Le premesse per la deportazione in massa degli ebrei d'Europa all'indomani della vittoria sull'Unione Sovietica erano dunque state create, nel frattempo sarebbe stato il territorio del Governatorato Generale ad ospitare gli ebrei in attesa di essere deportati verso le zone interne della Russia. Le deportazioni iniziarono effettivamente nell'autunno del 1941, tuttavia la veloce vittoria sull'Unione Sovietica non avvenne, e ciò portò ad una ulteriore radicalizzazione della Judenpolitik che, dopo l'attacco tedesco ai territori sovietici, assunse rapidamente le dimensioni di un genocidio.

Deportazioni e fucilazioni

Con l'inizio dell'operazione Barbarossa il 22 giugno 1941, la Germania nazista diede il via ad una campagna militare razzista di conquista e distruzione, con la popolazione sovietica - che nell'immaginario nazionalsocialista non era altro che un insieme eterogeneo di popoli slavi e «razze miste» di ceppo asiatico considerate «inferiori» (Untermensch) - che sarebbe stata assoggettata, espulsa verso le aree interne della Russia o lasciata morire di fame. Ciò avrebbe permesso di liberare uno «spazio vitale» in cui i coloni tedeschi o quelli provenienti da aree geografiche o nazioni considerate «germaniche» come i Paesi Bassi e la Scandinavia, vi si sarebbero trasferiti. La guerra inoltre creò i presupposti per dare inizio ad un'azione diretta nei confronti della componente ebraica della popolazione dell'Europa dell'est, componente che sarebbe stato necessario eliminare sistematicamente per privare il cosiddetto «bolscevismo giudaico» della propria base demografica. Perciò, uno degli obiettivi principali dell'invasione tedesca dell'Unione Sovietica fu quello di eliminare tutti gli esponenti di una non meglio definita classe dirigente ebraico-comunista, per consegnare ai coloni tedeschi a guerra finita un territorio libero dagli ebrei (Judenfrei) nell'ambito del più generale progetto di ristrutturazione territoriale e demografico dell'Est europeo sotto dominio tedesco, noto con il nome di Generalplan Ost.

Già durante la preparazione dell'invasione dell'Unione Sovietica, Hitler emanò una serie di direttive che miravano all'eliminazione dell'«intellighenzia giudaico-bolscevica», chiarendo a generali e ufficiali delle SS e della Wehrmacht che la guerra ad est non si sarebbe svolta secondo i classici canoni di uno scontro tra belligeranti, ma che sarebbe stata una «lotta tra due ideologie contrapposte» da svolgersi quindi con tutta la determinazione possibile, agendo senza pietà contro gli agitatori bolscevichi, i partigiani, i sabotatori, gli ebrei e annientare ogni forma di resistenza attiva o passiva. Parallelamente furono diramate disposizioni che di fatto concedevano carta bianca alle truppe al fronte, le quali non sarebbero state in alcun modo punite se ritenute responsabili di crimini di guerra. In questo contesto il Reichsführer-SS Heinrich Himmler affidò le mansioni di rastrellamento ed eliminazione fisica delle categorie citate alle quattro Einsatzgruppen («unità operative» della Polizia di sicurezza e del SD) ma anche a ventitré battaglioni della Polizia d'ordine e a tre SS-Totenkopfbrigaden (le divisioni «Testa di morto» delle SS sottoposte direttamente a Himmler), che avrebbero agito nelle retrovie del fronte in collaborazione con distaccamenti dell'esercito regolare.

Le fucilazioni sistematiche e indistinte degli ebrei iniziarono dunque già nella prima metà di agosto del 1941, e parallelamente Himmler diede ordine di dare inizio a uccisioni in massa anche di donne e bambini, esortando le SS-Totenkopfbrigaden a organizzare i massacri di migliaia di civili ebrei (uomini, donne e bambini). Per fare questo Himmler spostò la sua attenzione e il cuore delle operazioni dalla Polizia di sicurezza, le cui Einsatzgruppen erano addette in primo luogo all'«eliminazione» dei bolscevichi ebrei, ai comandanti in capo delle SS e della polizia i quali, in quanto suoi «plenipotenziari» a livello locale, potevano coinvolgere i membri di tutti i corpi delle SS e della polizia per un genocidio da estendere a tutto il territorio. In tal modo, accanto alla rodata via gerarchica per la politica verso gli ebrei che andava da Hitler a Göring fino a Heydrich, Himmler ne attivò una seconda: autorizzato da Hitler, poté adesso intervenire ovunque nella Judenpolitik attraverso i comandanti in capo delle SS e della polizia, riguadagnando quindi il terreno politico perduto nei confronti di Heyndrich, il quale dal 1939 fu colui che più di tutti si dedicò alla persecuzione degli ebrei.

Alla fine del 1941 almeno mezzo milione di ebrei erano già stati uccisi dalle forze armate tedesche in Unione Sovietica, ma lo sterminio non era ancora diventato la soluzione definitiva: Hitler, Heydrich e gli alti gerarchi continuarono a confidare nell'idea di trasferire gli ebrei d'Europa nei territori che avrebbero conquistato al termine del conflitto vittorioso. Non a caso il processo di raccoglimento degli ebrei nei grandi ghetti del Governatorato Generale stava continuando in vista del loro successivo trasferimento ad est, ma quando si capì che il conflitto sarebbe durato ancora a lungo, si andarono delineando in maniera più precisa i contorni della tappa successiva alla ghettizzazione. Nell'inverno 1941/'42 l'estensione sul territorio polacco, comprese le aree della Polonia annesse al Reich (come nel caso di Auschwitz), del sistema concentrazionario, con specifico riguardo a quelli che non erano più semplici campi di concentramento ma veri e propri e programmati campi di sterminio, era in funzione diretta del nuovo salto qualitativo che si pensava di imprimere alla questione ebraica.

Questo "salto qualitativo" incrociato con il piano di ristrutturazione territoriale e demografico teorizzato nel Generalplan Ost, non lasciò dunque alternativa alcuna alla soluzione della liquidazione fisica. Secondo lo storico Enzo Collotti quindi, a differenza dell'ipotesi avanzata dallo storico statunitense Arno J. Mayer, la decisione dello sterminio non fu conseguente alla battuta d'arresto e alla consapevolezza che la Wehrmacht ebbe del fallimento della campagna estiva contro l'Urss ma anteriore ad essa, in quanto appunto guerra di sterminio su base ideologica e biologica. Alla fine del 1941 il meccanismo della distruzione in massa, del quale le Einsatzgruppen non erano che una variante relativamente autonoma, era ormai in pieno dispiegamento. Infatti la conferenza del Wannsee, nei pressi di Berlino, del 20 gennaio del 1942 non rappresentò, come talvolta si dice, il momento in cui fu decisa la «soluzione finale», ma semplicemente la tappa fondamentale per il suo coordinamento e la sua sincronizzazione a livello dell'intero continente europeo.

Hitler decise nel settembre 1941 di dare avvio alle deportazioni senza attendere la vittoria sull'Unione Sovietica, e nell'autunno successivo i vertici del regime nazista presero a considerare e condurre la guerra su tutti i fronti come una lotta «contro gli ebrei»; soprattutto i gerarchi si mostrarono decisi a non farsi influenzare dall'andamento del conflitto e a perseverare nell'obiettivo di deportare gli ebrei in un luogo isolato e abbandonarli al loro destino. Nelle settimane che seguirono la decisione di dare avvio alle deportazioni, Hitler evidenziò la sua risolutezza a espellere definitivamente tutti gli ebrei dall'Europa. Il 23 settembre il Ministro della propaganda Joseph Goebbels fu informato da Hitler che Berlino, Vienna e Praga sarebbero state le prime città a essere «liberate dagli ebrei». E pochi giorni dopo, il 6 ottobre, Hitler dichiarò che tutti gli ebrei dovevano essere «allontanati» dal Protettorato, ma non condotti nel Governatorato Generale, bensì «ancora più a est». Insieme agli «ebrei del Protettorato» sarebbero dovuti «scomparire anche gli ebrei di Vienna e Berlino». Come Heydrich chiarí durante un colloquio tenuto il 10 ottobre a Praga, Hitler si augurava che gli ebrei venissero «allontanati dal suolo tedesco» possibilmente entro la fine dell'anno. Le deportazioni della primavera successiva inoltre non avrebbero interessato solo gli ebrei provenienti dal Großdeutsches Reich, ma sarebbero state estese anche ai territori occupati.

Sterminio

Una volta iniziate le deportazioni alla metà di ottobre, i vertici nazisti iniziarono a parlare sempre più spesso e apertamente della prossima «distruzione» degli ebrei. Queste dichiarazioni perseguivano lo scopo palese di accelerare e forzare la radicalizzazione della Judenpolitik già avviata con le deportazioni e le «soluzioni finali» messe in atto a livello regionale e locale Come dimostra il caso delle Einsatzgruppen, la pratica comunque di procedere all'esecuzione in massa di ebrei era ormai abbastanza diffusa anche in altre parti dell’Europa occupata dai nazisti. Nell'area della Jugoslavia sconfitta, con particolare riferimento alla Serbia, era usuale che la Wehrmacht procedesse alla fucilazione in massa degli ebrei presi in ostaggio (o comunque con questo pretesto) e poi massacrati in occasione di aggressioni dei partigiani nei confronti di militari tedeschi. Provato è anche l'uso precoce in Serbia di camere a gas mobili (Gaswagen) per accelerarne lo sterminio. Ma la creazione dei campi di sterminio spostò il massacro dal livello dell'efferatezza selvaggia dei reparti speciali alla premeditazione scientifica dell’eccidio programmato e industrializzato.

Una radicalizzazione ulteriore della Judenpolitik avvenne con l'ingresso in guerra degli Stati Uniti d'America, il che rappresentò per i vertici nazisti un segnale inequivocabile dello spettro della congiura mondiale giudaica contro la Germania. Se nell'autunno del 1941 Hitler aveva considerato l'ipotesi di usare gli ebrei deportati come ostaggi per impedire l'entrata in guerra degli Stati Uniti, l'apertura delle ostilità contro gli Usa aveva reso obsoleto questo velleitario calcolo politico, ma nonostante il tentativo di ricatto politico fosse fallito, Hitler non era affatto disposto a revocare la minaccia di distruzione; tutto il contrario.

La decisione presa da Hitler di deportare nell'immediato tutti gli ebrei nei territori sotto l'influenza tedesca ad est tracciò le coordinate degli sviluppi futuri, senza peraltro che esistesse un piano globale o un preciso orientamento temporale per la distruzione degli ebrei d'Europa. Prima della decisione definitiva, le deportazioni sarebbero approdate in ghetti pensati come «campi di transito», in attesa che la situazione militare permettesse di proseguire i trasferimenti verso est. Ma la decisione di dare il via alle deportazioni ebbe come conseguenza l'inizio di frenetici preparativi volti alla costruzione di grandi strutture in cui uccidere con l'ausilio dei gas gli ebrei locali «inabili al lavoro», fatte sorgere nei pressi dei ghetti scelti come meta delle prime ondate di deportazioni dal Reich: a Riga per l'area di Łódź, a Bełżec (Lublino) e a Mogilëv (Minsk). Tuttavia nell'autunno del 1941 l'intenzione di deportare verso est gli ebrei rimasti nei territori sovietici occupati all'indomani della fine vittoriosa del conflitto non era ancora tramontata, e rimaneva uno dei piani della «soluzione finale» da realizzarsi a lungo termine e non con lo sterminio diretto. Nell'ottica dei principali attori del genocidio, dunque, alla fine del 1941 nacque l'esigenza di ricondurre a un unico denominatore comune le due linee di sviluppo della Judenpolitik in cui si riconoscevano rispettivamente Himmler e Heydrich: la prima portata avanti da Himmler, che seguì il progetto di estendere le fucilazioni in massa e le «soluzioni territoriali» messe in atto dalle SS- und Polizeiführer in Unione Sovietica trasformandole in genocidio; la seconda portata avanti da Heyndrich, che prevedeva lo sviluppo di un «piano di totale evacuazione degli ebrei dai territori occupati» di cui era debitore a Göring sin dalla fine di luglio 1941.

La conferenza

Heyndrich si trovava in una posizione favorevole per portare avanti i suoi piani di deportazione, ma gli ostacoli organizzativi erano enormi. Non poteva deportare tutti gli ebrei del Reich finché non si fosse trovata una soluzione ai problemi come quello dei matrimoni misti (Mischlinge), degli ebrei che lavoravano nell'industria degli armamenti, e degli ebrei stranieri. Inoltre non poteva agire contro gli ebrei dei territori occupati e negli stati satelliti dell'Asse. Per tentare di dirimere queste questioni, Heyndrich il 29 novembre 1941 convocò diversi Staatseekretäre e capi dei maggiori uffici delle SS a una riunione sulla «soluzione finale» da tenersi il 9 dicembre. Nel testo del suo invito Heyndrich dichiarava:

«Tenuto conto della straordinaria importanza che deve essere accordata a queste problematiche, e affinché tutti i servizi centralizzati, implicati nel lavoro che rimane da compiere in relazione alla soluzione finale, giungano a un punto di vista comune, suggerisco che i problemi vengano discussi in una riunione, tanto più che gli Ebrei sono stati evacuati con trasporti continui dal territorio del Reich e del Protettorato, in direzione est, e questo senza interruzioni dal 15 ottobre 1941.»

Le reazioni all'invito di Heyndrich furono partecipi. Quanti ricevettero la lettera sapevano che gli ebrei dovevano essere deportati ma non sapevano precisamente quale sarebbe stato il loro destino, e l'allusione alla «soluzione finale» non implicava ancora espressamente la soppressione fisica. Nonostante tutto la situazione suscitò grande interesse tra gli invitati: il governatore del Governatorato Hans Frank inviò subito a Berlino il segretario di Stato Josef Bühler per sondare Heyndrich; il Reichsminister und Chef der Reichskanzlei Hans Lammers allertò la Cancelleria che in caso di invito avrebbe inviato un funzionario, mentre al Ministero degli Esteri venne compilato un memorandum con domande riguardo la «soluzione finale» e stilato un calendario della deportazione, organizzato per ordine di priorità dove si precisava quali erano i paesi da «ripulire» per primi.

Secondo lo storico Peter Longerich, organizzando la conferenza Heydrich perseguiva lo scopo di rafforzare la propria autorità agli occhi dei burocrati e gerarchi nazisti rendendoli allo stesso tempo conniventi e complici del piano, presentandosi come la persona qualificata a predisporre la «soluzione finale»; contemporaneamente, mirava a dare l’impressione che le deportazioni, nel frattempo in pieno svolgimento, nonché le previste o già iniziate fucilazioni in massa degli ebrei residenti in numerosi territori conquistati, fossero esperimenti inclusi in un piano globale da lui diretto. Nell'invito Heydrich fece riferimento alla "missione" che Hermann Göring gli aveva affidato il 31 luglio 1941, vale a dire quella di predisporre, in collaborazione con «le altre istanze centrali», «tutte le necessarie misure per preparare dal punto di vista organizzativo, pratico e materiale una soluzione globale della questione ebraica nell'area dell'Europa sotto influenza tedesca» e presentargli «al più presto un piano complessivo dei provvedimenti da adottare», poi allegò alla lettera una fotocopia dell'incarico. L'ingresso in guerra degli Stati Uniti però fece slittare la data della conferenza al 20 gennaio 1942, e ciò consentì ad Heyndrich di avere altre sei settimane di tempo per riconsiderare la sua strategia in vista di quella importante consultazione.

Il 14 dicembre Hitler tenne un discorso ai Gauleiter e ai Reichsleiter dove tornò a parlare della sua «profezia» espressa il 30 gennaio 1939 durante un discorso in cui aveva in cui aveva dichiarato al Reichstag che «se il giudaismo internazionale della finanza entro e fuori dai confini europei» fosse riuscito «a catapultare nuovamente i popoli in una guerra mondiale», il conflitto avrebbe avuto come esito «lo sterminio della razza ebraica in Europa».

Il 16 dicembre Hans Frank, in veste di direttore dell'Ufficio legale nazionale della Nsdap e governatore generale della Polonia occupata, spiegò ai suoi più stretti collaboratori che era necessario «in un modo o nell’altro [...] farla finita» con gli ebrei, facendo riferimento alla «profezia» di Hitler. Franck proseguì poi esponendo che oramai nutriva soltanto «la speranza» che sarebbero scomparsi, e annunciò che la conferenza di Wannsee era stata rimandata, indicando ai collaboratori quale sarebbe stato il futuro destino degli ebrei: «Ecco che cosa ci hanno detto a Berlino: Perché tutte queste complicazioni? Non abbiamo bisogno degli ebrei, né nell'Ostland né nel Commissariato del Reich, perciò liquidateli voi stessi!», alludendo al diniego ricevuto dal ministro per i Territori orientali occupati Rosenberg, che gli aveva detto in modo inequivocabile che, al momento, era impossibile deportare verso est gli ebrei dal Governatorato generale. Tuttavia Franck non aveva riportato da Berlino linee guida sul modo di procedere, ma la sua posizione nei riguardi degli ebrei era chiara:

«Non possiamo fucilarli tutti, non possiamo avvelenarli, ma possiamo attuare interventi che in qualche modo portino a un annientamento. Questi provvedimenti giganteschi saranno messi a punto da decisioni che verranno prese nel Reich. Il Governatorato generale deve essere liberato dagli ebrei alla stregua del Reich. Dove e come saranno attuati questi progetti, spetterà deciderlo alle istanze che dobbiamo designare e istituire sul posto.»

Così il segretario di Stato Bühler, incaricato da Frank aveva ben chiaro il fatto che il vero punto all'ordine del giorno della riunione posticipata era il profilo che la «soluzione finale» tanto attesa avrebbe concretamente assunto e il contributo fornito dal Governatorato generale.

I partecipanti

Il verbale

La «soluzione finale» diventa realtà

La lettera d'invito alla conferenza di Wannsee, spedita da Reinhard Heydrich a Martin Luther
La lista della popolazione ebraica da eliminare stilata da Adolf Eichmann

Nei piani di Heydrich e degli altri gerarchi nazisti, la "Soluzione finale" avrebbe coinvolto oltre 11 milioni di ebrei, ovvero la globalità della popolazione ebraica europea, compresa quella di paesi alleati come l'Italia o amici come la Spagna. A questo punto restava da decidere il modo con cui questo sterminio andava effettuato: le fucilazioni di massa, infatti, eseguite fino ad allora da gruppi speciali delle SS (Einsatzgruppen), creavano molti problemi ai soldati tedeschi (soprattutto di natura psicologica, in quanto le vittime dovevano essere anche donne e bambini) per cui vennero scartate.

Negli atti della conferenza non si fa menzione all'uso di gas come metodo per l'eliminazione degli ebrei. Al contrario al termine della pagina 7 del protocollo si legge:

(DE)

«Unter entsprechender Leitung sollen nun im Zuge der Endlösung die Juden in geeigneter Weise im Osten zum Arbeitseinsatz kommen. In großen Arbeitskolonnen, unter Trennung der Geschlechter, werden die arbeitsfähigen Juden straßenbauend in diese Gebiete geführt, wobei zweifellos ein Großteil durch natürliche Verminderung ausfallen wird.»

(IT)

«Adesso, nell'ambito della soluzione finale, gli ebrei dovrebbero essere utilizzati in impieghi lavorativi a est, nei modi più opportuni e con una direzione adeguata. In grandi squadre di lavoro, con separazione dei sessi, gli ebrei in grado di lavorare verranno portati in questi territori per la costruzione di strade, e non vi è dubbio che una gran parte verrà a mancare per decremento naturale.»

Questa affermazione potrebbe far pensare che il duro lavoro in condizioni estremamente disagiate sia stata l'arma privilegiata usata dai nazisti nel genocidio, in contrapposizione alla pratica della gassazione. D'altra parte Adolf Eichmann, nel corso del processo a suo carico tenuto a Gerusalemme nel 1961, smentì - pur sminuendo il suo ruolo - questa interpretazione. Le minute relative alla conferenza vennero redatte da Eichmann stesso, utilizzando un adeguato linguaggio «ufficiale» e furono più volte inoltrate a Heydrich, che provvide a emendarle ulteriormente. Alla domanda postagli dal presidente della corte Moshe Landau, riguardo a cosa si fosse realmente discusso nel corso della conferenza, Eichmann rispose: «Si parlò di uccisioni, di eliminazione e di sterminio. [...]».

Certamente alla data della conferenza le procedure di sterminio attraverso la gassazione non erano ancora state completamente affinate, ma i primi esperimenti effettuati in Unione Sovietica mediante l'utilizzo di Gaswagen e le precedenti esperienze di camere a gas fisse utilizzate nel corso dell'Aktion T4 meglio si accordavano con la visione di Himmler che voleva evitare l'«imbarbarimento» (e lo «stress» causato dalle fucilazioni) degli uomini delle SS impiegati nelle operazioni di sterminio.

Durante la conferenza fu redatto in trenta copie il cosiddetto Protocollo di Wannsee, delle quali ci è pervenuta una sola minuta: quella che appartenne a Martin Luther, sottosegretario del Ministero degli Esteri. Nel protocollo viene ribadita la "selezione naturale" degli ebrei, quindi l'inferiorità della loro razza e la necessità di procedere a una soluzione finale.

Nella cultura di massa

Spunto per il romanzo Fatherland di Robert Harris, la conferenza di Wannsee, nel 2001, è stata oggetto di un film dal titolo Conspiracy - Soluzione finale, per la regia di Frank Pierson e la sceneggiatura di Loring Mandel, con attori come Kenneth Branagh (Reinhard Heydrich), Stanley Tucci (Adolf Eichmann) e Colin Firth (Wilhelm Stuckart). Ogni dialogo personale tra i delegati è completamente inventato e quindi privo di certezza storica, interpretando liberamente il testo del verbale.

Note

Bibliografiche

Bibliografia

  • AA.VV., Soluzione finale. Il progetto olocausto. Protocollo di Wannsee, Edizioni Associate, 2012, ISBN 978-88-267-0604-7.
  • Enzo Collotti, La soluzione finale. Una storia dell'Olocausto. L'assassinio degli ebrei nei campi di sterminio, Roma, Newton Compton, 2012, ISBN 978-88-541-4831-4.
  • Richard J. Evans, Il Terzo Reich in guerra. Come il Terzo Reich ha portato la Germania dal trionfo al disastro, Milano, Mondadori, 2014 [2008], ISBN 978-88-52-04913-2.
  • Saul Friedländer, La Germania nazista e gli ebrei, Vol. 2. Gli anni dello sterminio, 1939-1945, Milano, Garzanti, 2009 [2007], ISBN 978-88-11-68054-3.
  • Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d'Europa. Tomo II, Torino, Einaudi, 2017 [1985], ISBN 978-88-06-23319-8.
  • Peter Longerich, Verso la soluzione finale: la conferenza di Wannsee, Torino, Einaudi, 2018, ISBN 978-88-06-23599-4.
  • Kurt Patzold, Erika Schwarz, Ordine del giorno: sterminio degli ebrei. La conferenza del Wannsee del 20 gennaio 1942 e altri documenti sulla soluzione finale, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, ISBN 88-339-1213-2.
  • Mark Roseman, Il Protocollo di Wannsee e la "soluzione finale", Milano, Corbaccio, 2002, ISBN 978-88-7972-524-8.

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