| Massacro di Samaški | |
|---|---|
| Tipo | Massacro Crimine di guerra |
| Data | 7-8 aprile 1995 |
| Stato | |
| Coordinate | 43°17′24″N 45°18′00″E |
| Responsabili | Forze terrestri russe |
| Conseguenze | |
| Morti | 103 |
| Feriti | Dai 100 ai 300 civili uccisi |
Il massacro di Samaški (in russo Резня в Самашках?, reznja v Samaškach) fu una strage commessa dall'esercito russo nei confronti dei civili ceceni nell'aprile del 1995, durante la prima guerra cecena. Centinaia di civili ceceni persero la vita in seguito a una začistka (in russo зачистка?«operazione di pulizia») e al bombardamento del villaggio ad opera dell'esercito russo.
La maggior parte dei civili perse la vita a causa di colpi d'arma da fuoco, sparati a distanza ravvicinata, o a causa delle granate lanciate negli scantinati dove si erano rifugiati. Alcuni arsero vivi o furono colpiti mentre cercavano di fuggire dalle case in fiamme. La maggior parte del villaggio fu distrutta, compresa la scuola, demolita durante la ritirata delle forze russe. Il massacro catturò l'attenzione dell'opinione pubblica sia in Russia che all'estero.
Il rapporto della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNCHR) del marzo 1996 afferma:
«Secondo quanto riportato, tra il 7 e l'8 aprile 1995, nel villaggio di Samaški in Cecenia occidentale, avvenne un massacro di oltre 100 persone, principalmente civili. Secondo la testimonianza di 128 testimoni oculari, i soldati federali hanno attaccato deliberatamente e arbitrariamente i civili e le loro abitazioni, sparando agli abitanti e bruciando le loro case con i lanciafiamme. La maggior parte dei testimoni ha riferito che molti membri delle truppe OMON erano ubriachi o sotto l'influenza di droghe. Essi aprirono il fuoco o lanciato granate indiscriminatamente negli scantinati dove si erano rifugiati donne, anziani e bambini.»
Secondo Human Rights Watch (HRW), il massacro di Samaški è la strage di civili più nota della prima guerra cecena. Il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) ha stimato siano stati uccisi approssimativamente 250 civili. Secondo Amnesty International e HRW fino a 600 persone sono state giustiziate o uccise.
Secondo diverse fonti, vi fu un dispiegamento combinato delle unità militari russe guidate dal ministero degli affari interni (MVD); i reparti identificati come responsabili del massacro furono: la 21ª Brigata operativa di Sofrino delle Truppe interne e i reparti dell'OMON dell'oblast' di Mosca e dei SOBR di stanza a Orenburg.
L'operazione di zachistka (perquisizione intensiva strada per strada e casa per casa) venne avviata dal ministero degli affari interni, con la partecipazione di membri dell’unità speciale antiterrorismo Vitjaz'. Le operazioni iniziarono il 7 aprile, nell’area della stazione ferroviaria e il giorno successivo vennero estese all’intero villaggio. Secondo il generale Anatolij Antonov, vicecomandante delle forze MVD in Cecenia, si trattò della «prima operazione militare completamente indipendente delle truppe MVD», condotta da unità combinate formate da oltre 3.000 uomini, di cui 350 appartenenti ai distaccamenti d’assalto. Intorno a Samaški furono schierati anche artiglieria, batterie di lanciarazzi multipli e carri armati. Interfax riportò che le forze russe spararono razzi Uragan (BM-27) e Grad (BM-21) sul villaggio.
Malgrado le dichiarazioni dei vertici militari russi, a Samaški non vi fu alcuna resistenza armata organizzata, poiché le principali forze ribelli cecene avevano lasciato il villaggio in seguito all’ultimatum rilasciato dai generali Antonov, Kulikov e Romanov.
Gli assedi di Samaški ebbero inizio nel dicembre 1994, contestualmente allo scoppio della prima guerra cecena; tuttavia, nonostante diversi tentativi, le forze russe non riuscirono a espugnare il villaggio. I ribelli cedettero alle pressioni degli anziani, che speravano di evitare la distruzione del villaggio; il risultato fu l'abbandono di quest'ultimo da parte di 200 combattenti. Gli stessi anziani e l’imam del villaggio furono però colpiti dalle forze russe la mattina del 7 aprile, mentre rientravano dai negoziati precedenti; il comando militare russo attribuì la responsabilità ai separatisti. In ogni caso, una milizia locale di circa 40 uomini armati alla leggera oppose resistenza e gli scontri ebbero inizio. Un gruppo di 12 combattenti riuscì a uscire dal villaggio, mentre altri misero fuori uso un carro armato e due veicoli corazzati per il trasporto truppe (VTT) prima di ritirarsi. Entrambe le parti subirono perdite: secondo le stime, due soldati russi e quattro miliziani locali furono uccisi. Alcuni veicoli corazzati russi furono inoltre distrutti dall’esplosione delle mine.
I comunicati riferiti dai comandanti e portavoce oscillarono notevolmente: da nessun morto e 14 feriti fino a 16 morti e 44 feriti; tra le vittime dichiarare fu presente il capitano Viktor Adamišin, insignito postumo del titolo di Eroe della Federazione Russa. Secondo Stanislav Govoruchin, membro della commissione parlamentare russa, dei 350 soldati dispiegati nell'operazione, tutti riportarono ferite e 16 trovarono la morte, sebbene in un rapporto successivo non venne riconfermata la prima stima dei 350 feriti.
Le autorità federali sostennero che 120 «combattenti pro-Dudaev» furono uccisi nel villaggio e che circa 150 sospetti furono arrestati. L’agenzia ITAR-TASS citò Vladimir Vorožcov, portavoce del comando regionale russo, che negava un elevato numero di vittime civili. Nello stesso rapporto, tuttavia, il generale Antonov dichiarò che molti civili erano stati uccisi a Samaški, attribuendo però le responsabilità ai combattenti ceceni.
Nel maggio 1995, durante una conferenza stampa, il generale Kulikov dichiarò: «Questa è una guerra. Hanno sparato contro di noi. Non siamo stati noi a sparare per primi. È vero che 120 residenti sono morti, ma erano persone che ci hanno resistito e combattuto».
Nel 1996, il Memorial redasse una lista incompleta di 103 civili morti. L'associazione stimò la morte di almeno 112-114 persone, ma le truppe russe bruciarono appositamente molti corpi e a causa di queste azioni molti dei cadaveri non vennero identificati e furono inseriti nella lista. La maggior parte delle morti avvenne tramite esecuzioni sommarie nel corso di perquisizioni casa per casa. Tra le vittime erano presenti: veterani ceceni della seconda guerra mondiale e almeno tre persone (quattro secondo la commissione inguscia) di etnia russa; le esecuzioni avvenivano tramite armi da fuoco, granate, percosse o incendi. Dei restanti deceduti, 29 sono stati uccisi per cause potenzialmente legate al combattimento, causate ad esempio da colpi di artiglieria.
La popolazione maschile del villaggio fu detenuta nei «campi di filtrazione» (in russo фильтрационные лагеря?, fil’tracionnye lagerja) situati a Mozdok, nell'Ossezia Settentrionale, o nei centri di detenzione nel vicino villaggio ceceno di Assinovskaja. Una parte dei prigionieri fu giustiziata durante la marcia, mentre era legata a veicoli blindati. Nei campi i detenuti subirono percosse, maltrattattamenti e torture; la maggior parte dei sopravvissuti furono liberati dopo pochi giorni.
Le truppe russe, durante le operazioni, distrussero arbitrariamente diversi edifici nel villaggio (375 secondo quanto emerso dall'udienza del Congresso degli Stati Uniti, del maggio 1995 dedicata a Sergej Kovalev),furono inoltre segnalati numerosi stupri, furti e saccheggi.
Khassan Baiev, chirurgo ceceno, curò i feriti a Samaški e scrisse il libro The oath: a surgeon under fire, basato sull'esperienza vissuta.
Il villaggio fu isolato dalle truppe russe, che fino al 10 aprile vietarono l'evacuazione dei feriti e, fino al 27 aprile l'ingresso dei medici e della Croce rossa Internazionale. L'isolamento provocò la morte di almeno 13 persone a causa della mancanza di assistenza medica. Dal 10 al 15 aprile fu consentita l'uscita dal villaggio alle sole donne cecene. Quando i giornalisti occidentali furono infine ammessi a Samaški, trovarono il villaggio «colmo di corpi in decomposizione».
In seguito al massacro e durante il 50º anniversario della vittoria dell'Unione Sovietica nella seconda guerra mondiale, il presidente russo, Borís Nikoláevič Él'cin paragonò i ceceni ai nazisti. La notizia del massacro raggiunse anche gli ospiti stranieri presenti alla commemorazione, tra cui il presidente statunitense Bill Clinton e il primo ministro britannico John Major. L'Unione europea espresse preoccupazione per l'incidente, mentre Washington avvertì che gli eventi della Cecenia avrebbero potuto compromettere le celebrazioni dell'anniversario.
Anatoly Shabad, membro della Duma, riuscì ad entrare clandestinamente nel villaggio grazie all'aiuto di alcune donne cecene, paragonò le truppe russe all'Einsatzgruppen (squadroni nazisti). Il deputato dichiarò in seguito: "Quello che è successo è stata un'operazione punitiva su larga scala volta a distruggere la popolazione. Non c'è stata alcuna resistenza organizzata a Samashki. È stata sicuramente pianificata l'idea di uccidere il maggior numero possibile, al fine di ottenere un effetto minaccioso".
Sergej Arutinuov, capo del dipartimento Caucasico presso l'accademia russa delle scienze, paragonò il massacro a quello di Katyn' in Bielorussia e Lidice in Cecoslovacchia, affermando: "Il nome di Samaški suona più sinistro di My Lai in Vietnam".
Il giornale The Moscow News commentò: “Quello che i russi fecero a Samaški è quello che i tedeschi fecero a noi durante la seconda guerra mondiale, ma i russi lo fecero al loro stesso popolo. E questo è imperdonabile. Quello che accadde a Samaški in quei giorni ha una sola definizione: genocidio”.
Diversamente, il generale Stanislav Kavun dichiarò: «Queste affermazioni non sono altro che un intruglio non supportato da fatti o prove. Le dichiarazioni di questa organizzazione per i diritti umani, basate esclusivamente sui resoconti verbali di testimoni anonimi, dovrebbero essere viste come una provocazione il cui obiettivo è screditare l’operazione delle forze federali contro i terroristi in Cecenia.»
La brutalità mostrata a Samaški riuscì a terrorizzare la popolazione cecena, inducendo alla resa varie città e villaggi; inoltre, dopo il massacro, diversi centri abitati in Cecenia dichiararono pubblicamente la loro collaborazione con le truppe russe e invitarono i combattenti separatisti a lasciare il territorio, pur continuando a sostenere segretamente il governo di Džochar Dudaev.