Il neutralismo è una dottrina strategico-politica finalizzata al perseguimento e al conseguimento della neutralità nei rapporti fra Stati.
I fautori di tale dottrina sostengono che essa sia garanzia di prosperità economica e sviluppo nella libera circolazione delle merci, una posizione che può essere sintetizzata con il celebre motto di Thomas Jefferson "commercio con tutte le nazioni, alleanza con nessuna".
La forma classica del neutralismo è rappresentata dal tradizionale stato di neutralità proclamato e rigorosamente rispettato da paesi quali Svizzera (neutralità svizzera), Austria (neutralità austriaca) e Repubblica d'Irlanda.
In passato furono Paesi neutrali anche il Belgio, dal 1830 al 1948, e la Svezia, dalle guerre napoleoniche al 2024 (vedi neutralità svedese).
Fino alle votazioni dei crediti di guerra nel 1914, anche i partiti componenti dell'Internazionale Socialista erano sostenitori di un neutralismo, il cui abbandono fu tra gli addebiti loro rivolti nelle conferenze di Zimmerwald e di Kienthal: la posizione neutralista è comunque rimasta nelle sinistre di molti Paesi del secondo dopoguerra, mentre in altri si è contemperata con gli impegni a difesa della sicurezza internazionale assunti dai rispettivi Paesi con l'adesione alla Carta delle Nazioni Unite.
Durante la guerra fredda il neutralismo ha significato, in concreto, una posizione di disimpegno dai due blocchi che si contrapponevano: il blocco occidentale ed il blocco comunista.
In questo contesto gli Stati del cosiddetto Terzo mondo (per lo più stati ex-coloniali), si organizzarono come Paesi non allineati.
Si trattò di una posizione complessa, che fu sia di disimpegno ideologico sia il risultato di una strategia politica volutamente oscillante e atta a ottenere i maggiori vantaggi possibili da ambedue i blocchi grazie ai margini di libertà che i Paesi non allineati riuscirono così a conseguire.