| Ca' Dario | |
|---|---|
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Località | Venezia |
| Indirizzo | Campiello Barbaro 352 Sestiere Dorsoduro |
| Coordinate | 45°25′51.04″N 12°19′56.02″E |
| Informazioni generali | |
| Condizioni | in uso |
| Costruzione | anni ottanta del XV secolo |
| Stile | Rinascimentale |
| Piani | 4 |
| Realizzazione | |
| Architetto | Pietro Lombardo |
Ca' Dario, o palazzo Dario, è un palazzo di Venezia affacciato sul Canal Grande e situato al civico 352 di Campiello Barbaro, nel sestiere di Dorsoduro.
Fatto costruire negli anni ottanta del XV secolo dal segretario e diplomatico veneziano Giovanni Dario, l'edificio è uno dei primi palazzi cittadini interamente rivestiti di marmo ed è il primo esempio di architettura domestica veneziana a impiegare il motivo a rosetta, fino ad allora limitato all'architettura sacra.
Dalla seconda metà del Novecento il palazzo è noto al grande pubblico per la leggenda del «palazzo maledetto», secondo la quale i suoi proprietari sarebbero destinati alla rovina economica o a una morte violenta. Si tratta di una diceria priva di riscontri documentari, costruita dalla stampa e smentita dalle ricerche condotte sulle fonti d'archivio.
Giovanni Dario (1414-1494) apparteneva al ceto dei cittadini, il secondo gradino della gerarchia sociale veneziana, escluso per legge dalle magistrature riservate al patriziato.
Mercante di successo, intorno al 1464, a cinquant'anni, entrò al servizio diplomatico della Serenissima, svolgendo missioni in Egitto, a Costantinopoli e in Persia fino al ritiro, avvenuto nel 1489. L'episodio più illustre della sua carriera fu la negoziazione, nel 1479, del trattato di pace con il sultano Maometto II: come ricompensa il Senato veneziano gli assegnò una proprietà nel Padovano che gli garantiva una rendita annua e gli consentì di conservare le vesti d'oro donategli dal sultano.
Dario ricoprì anche cariche di rilievo nelle istituzioni cittadine accessibili al suo ceto: fu Guardian Grande della Scuola Grande di San Giovanni Evangelista nel 1480 e nel 1492 — carica preclusa ai nobili — e segretario del Senato. In una lettera del 1484 al doge Giovanni Mocenigo, con cui chiedeva di essere sollevato dall'incarico diplomatico, riconosceva esplicitamente i limiti del proprio rango, dichiarando che una volta rientrato a Venezia avrebbe taciuto «come si conviene alla mia condizione».
Dario avviò la costruzione della propria casa sul Canal Grande in prossimità del ritiro dall'attività diplomatica. Non esiste alcuna documentazione relativa all'architetto: l'attribuzione a Pietro Lombardo, corrente nella letteratura, si fonda su analogie stilistiche con la chiesa di Santa Maria dei Miracoli.
Il palazzo era destinato a costituire la dote dell'unica figlia, Marietta, andata sposa nel 1493 a Vincenzo Barbaro, figlio di Giacomo: la dote ammontò a mille ducati e consentì a Marietta di sposare un patrizio, garantendo ai discendenti di Dario lo status che a lui era stato precluso. Vincenzo Barbaro era mercante di spezie e possedeva un ampio palazzo nel sestiere di San Marco.
Giovanni Dario morì nel 1494, all'età di ottant'anni; il palazzo passò a Marietta e al marito. Marietta, vissuta a cavallo fra XV e XVI secolo e madre di tre figli (Gasparo, 1496-1514; Giacomo, 1501-1542; Giovanni, 1502-1582), morì per cause naturali. Fu sepolta nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, nell'omonima isola della laguna.
Una condizione di decima del 1514 conservata nell'Archivio di Stato di Venezia documenta che in quegli anni l'edificio era dato in affitto per 59 ducati annui, insieme ad altre proprietà della famiglia: il quadro patrimoniale che ne emerge non è quello di un ramo caduto in miseria. Marin Sanudo il Giovane, nei Diarii relativi al 1515 e al 1516, registra che il palazzo fu utilizzato come residenza dell'ambasciatore ottomano, all'epoca la rappresentanza straniera più delicata per la Repubblica.
I figli superstiti, Giacomo e Giovanni, presero possesso dell'edificio nel 1522 e vi abitarono; Giovanni morì ottantenne, come il nonno omonimo. I Barbaro conservarono il palazzo senza vicende di rilievo fino al 1659.
Un lontano discendente della famiglia, anch'egli di nome Giacomo Barbaro — e non, come spesso riportato, il figlio di Marietta e Vincenzo — fu provveditore nel Ducato di Candia verso la metà del XVII secolo e cadde in combattimento durante l'attacco ottomano alla città di Sittia, episodio riferito dall'Historia Veneta di Alessandro Maria Vianoli. La famiglia rimase proprietaria del palazzo fino all'inizio del XIX secolo, senza che si registrassero omicidi o morti tragiche.
Il primo acquirente esterno alla famiglia fu Arbit Abdoll, mercante armeno di pietre preziose, in una data non meglio precisata dell'inizio del XIX secolo. Nel 1837 Abdoll rivendette il palazzo per 480 sterline allo storico inglese Rawdon Brown, che lo ristrutturò integralmente e nel 1842 lo cedette a un conte ungherese, ricavando con ogni probabilità un guadagno rispetto alle somme investite nei lavori. Brown visse a Venezia per tutta la vita e vi morì il 25 agosto 1883, nel palazzo Gussoni-Grimani della Vida.
L'edificio passò quindi all'irlandese Marshall, che lo tenne fino alla morte, avvenuta nel 1860, lasciandolo in eredità alle figlie; queste lo mantennero fino al 1896.
Nel 1896 il palazzo pervenne alla contessa francese Isabelle de La Baume-Pluvinel, figura di primo piano della vita mondana veneziana di inizio Novecento, che vi radunò artisti e scrittori francesi e veneziani: fra questi Henri de Régnier, ricordato da una targa collocata nel giardino. La contessa morì di morte naturale il 7 febbraio 1911.
Nel corso del suo soggiorno veneziano Claude Monet ritrasse il palazzo: una delle tele è conservata al Museo nazionale di Cardiff.
Dopo la morte della contessa il palazzo passò a un marchese di cui non sono note le generalità e, nel secondo dopoguerra, all'imprenditore statunitense Charles Briggs. Questi giunse a Venezia per la prima volta nell'agosto del 1962: il 24 dello stesso mese, dopo soli quattro giorni di permanenza a Ca' Dario, la polizia italiana gli notificò di essere un ospite «sgradito», ed egli lasciò il Paese.
Non potendo utilizzare l'edificio, Briggs lo vendette nel 1968 al conte torinese Filippo Giordano delle Lanze. Il 19 luglio 1970 il conte fu ucciso all'interno del palazzo da Raoul Blasich, che gli fracassò il cranio; il corpo fu rinvenuto nel letto dalla cameriera. Blasich fu condannato a diciotto anni di reclusione e a tre milioni di lire di multa.
Il palazzo fu quindi acquistato da Christopher Sebastian «Kit» Lambert (1935-1981), manager del gruppo rock britannico The Who, che lo tenne per pochi anni e nel 1978 lo cedette a Fabrizio Ferrari, titolare della Nuova Bavaria Assicurazioni. Durante la proprietà Ferrari l'edificio ospitò ricevimenti mondani, cui presero parte fra gli altri Henry Kissinger e Giulio Andreotti.
Nel 1985 Ferrari vendette il palazzo all'imprenditore ravennate Raul Gardini, che ne rimase proprietario fino al 1993, anno del suo suicidio.
Nel 2006 l'erede di Gardini, Elisabetta Gardini Ferruzzi, vendette Ca' Dario a una società statunitense, che acquistò per conto di un committente rimasto ignoto.
Nel novembre 2024 la proprietà ha smentito le notizie di stampa relative a una vendita in corso, precisando che l'edificio era interessato da interventi di manutenzione. Nel gennaio 2026 il palazzo è stato riproposto sul mercato immobiliare attraverso il ramo immobiliare della casa d'aste Christie's.
Rispetto ai palazzi veneziani coevi, Ca' Dario si distingue per l'asimmetria del prospetto e per la profusione dell'ornato. Il palazzo veneziano quattrocentesco è di norma organizzato in tre campate, con una campata centrale segnata da una serie di finestre ad arco affiancata da due campate laterali; la ristrettezza del lotto impose invece a Ca' Dario una facciata divisa in due sole parti, da cui deriva il suo impianto asimmetrico.
Il piano terra è rivestito di marmo bianco ed è composto da un portale centrale e da due finestre laterali; al di sotto di quattro dischi lapidei policromi, distribuiti a intervalli regolari, corre l'iscrizione VRBIS GENIO IOANNES DARIVS. I tre piani superiori presentano, sul lato sinistro, tre finestre ad arco a tutto sesto inquadrate da colonne o lesene; il lato destro, separato dal precedente da una lesena, ha due finestre a ciascuna estremità e, al centro, un elemento decorativo — una rosetta ai due piani nobili, un quinconce all'ultimo piano — che poggia su un rivestimento di marmo giallo. Dischi lapidei di varie tonalità di verde e di porpora sono inseriti a intervalli regolari lungo tutti i registri superiori.
Ca' Dario fu una delle prime case veneziane a essere interamente rivestita di marmo, in sostituzione dei tradizionali paramenti di laterizio e stucco: la copertura di marmo giallo con venature rosse, probabilmente giallo antico, conferisce all'edificio un aspetto particolarmente sontuoso. I dischi lapidei che ne ornano la facciata sono di dimensioni e colori diversi e comprendono materiali pregiati come il verde antico e il porfido rosso, un tipo di spoglia che alludeva allo status imperiale; il ricorso a materiali tanto costosi rimandava al successo del committente e ne innalzava il rango sociale.
L'elemento più caratteristico dell'edificio è il motivo a rosetta dei due piani nobili — una sequenza di dodici dischi marmorei disposti attorno a un disco di porfido di maggiori dimensioni — cui si affianca il quinconce dell'ultimo piano. Si tratta della prima comparsa del motivo a rosetta nell'architettura domestica veneziana: in precedenza era stato impiegato soltanto sulla facciata della chiesa di Santa Maria dei Miracoli, dove però le rosette contano undici dischi anziché dodici.
Sull'origine del motivo la critica ha avanzato ipotesi diverse: alcuni studiosi hanno proposto un rapporto con i pavimenti musivi policromi di San Marco, mentre Deborah Howard ha ipotizzato una derivazione dalle facciate di palazzi e moschee egiziani, che Dario avrebbe potuto vedere durante le missioni diplomatiche al Cairo del 1473 e del 1477. La connessione più diretta resta tuttavia quella con Santa Maria dei Miracoli, edificata da Pietro Lombardo a partire dal 1481: Dario aveva abitato a Cannaregio, lo stesso sestiere della chiesa, e Lombardo lavorava contemporaneamente alla Scuola di San Giovanni Evangelista, di cui Dario era membro di vertice.
Poiché i dischi lapidei inseriti nelle facciate veneziane avevano spesso funzione talismanica, di protezione contro il male e la sventura, è stato proposto che il motivo a rosetta di Ca' Dario — al pari di quello dei Miracoli — svolgesse una funzione apotropaica, oltre che decorativa e di affermazione sociale.
L'iscrizione VRBIS GENIO IOANNES DARIVS («Giovanni Dario, al genio della città») è uno dei primi esempi di epigrafia classica su un edificio residenziale veneziano. Parte della critica la interpreta come una dedica alla città intesa a prevenire l'accusa di ostentazione; secondo un'altra lettura, accostando il proprio nome al genius urbis — lo spirito tutelare di Venezia — Dario si collocava idealmente tra le figure eminenti della Repubblica.
A differenza dei modelli coevi, che collocavano simili epigrafi nel fregio sopra il piano terra, Dario fece incidere il testo al centro del piano d'acqua, all'altezza dello sguardo: una posizione che lo rendeva immediatamente leggibile a chi transitava lungo il Canal Grande.
A causa di un assestamento delle fondazioni la facciata sul Canal Grande presenta una lieve ma percepibile pendenza. Il prospetto posteriore, rivolto su Campiello Barbaro, si affaccia su un giardino privato cintato da un alto muro che ne impedisce la vista dalla calle.
La pendenza e la ricchezza dei materiali sono all'origine della celebre immagine che Gabriele D'Annunzio dedicò all'edificio nel romanzo Il fuoco, dove il poeta descrive i «dischi preziosi di porfido e di serpentino che ingemmano la casa dei Dario inclinata come una cortigiana decrepita sotto la pompa dei suoi monili». Come è stato osservato, la composizione asimmetrica del prospetto non sembra interessare D'Annunzio, che si sofferma soltanto sulla preziosità dei materiali — quasi sulla «pelle» dell'architettura — e sull'immagine di una bellezza in procinto di disfarsi.
La fama di palazzo maledetto è di formazione recente. Un articolo del Gazzettino firmato da Mario Lollo, apparso nel luglio 1993 con il titolo La maledizione di Ca' Dario. Scia di sangue dietro il palazzo di Venezia, raccolse per la prima volta in forma organica l'elenco delle disgrazie attribuite ai proprietari dell'edificio, dai Barbaro a Raul Gardini, presentandole come le manifestazioni di un unico destino avverso.
Secondo la leggenda l'origine della sciagura risalirebbe alla morte violenta di Giacomo Barbaro a Candia: i veneziani, impressionati, avrebbero anagrammato l'iscrizione della facciata trasformando VRBIS GENIO IOANNES DARIVS in SVB RVINA INSIDIOSA GENERO, «io genero sotto un'insidiosa rovina».
Le ricerche condotte sulle fonti d'archivio e sulla documentazione giudiziaria hanno smentito, uno per uno, i principali episodi su cui poggia la leggenda:
Nell'arco di quasi sei secoli e di decine di proprietari, un solo possessore risulta effettivamente ucciso all'interno del palazzo: Filippo Giordano delle Lanze, nel 1970.
La maledizione di Ca' Dario figura fra le «più clamorose bufale sulla Serenissima» smascherate nel volume Storia di Venezia attraverso le sue fake news, pubblicato nel 2025 dal collettivo di storici e giornalisti «I Babài» — del quale fanno parte, fra gli altri, Pieralvise Zorzi, Alessandro Marzo Magno e Davide Busato — e presentato alla Biblioteca nazionale Marciana di Venezia.