«Romani, vi chiamo Romani poiché inizierò questo mio discorso ricordandovi qual è la vostra patria, in modo che sappiate chi siete e chi sono invece coloro che stiamo per affrontare. Ad oggi nessuno ha potuto sottrarsi al nostro potere, malgrado ciò i Giudei, non si sono ancora arresi, sebbene li abbiamo già battuti. Sarebbe assurdo se, mentre loro non appaiono avviliti delle sconfitte, noi lo fossimo dopo le vittorie fin qui riportate. Mi fa piacere vedere l'ardore che vi anima (pronti com'erano ad affrontare il nemico), ma non vorrei che qualcuno temesse la grande sproporzione numerica tra noi e loro. A costoro ricordo chi siamo noi e chi sono i nostri avversari; rammenti che i Giudei, anche se molto coraggiosi e sprezzanti della morte, non hanno un addestramento o un'esperienza di guerra adeguata, tant'è vero che appaiono più come una massa disordinata che un vero e proprio esercito. Al contrario, quale bisogno c'è di ricordarvi della nostra perizia e preparazione militare? Non a caso siamo gli unici che, anche in tempo di pace, continuiamo nelle esercitazioni militari, per risultare migliori nei confronti dei nostri avversari in guerra. A cosa poi servirebbero le continue esercitazioni se dovessimo preoccuparci della disparità numerica quando dobbiamo affrontare un nemico non adeguatamente preparato alle arti militari? Ricordatevi che combatterete in condizioni di superiorità, poiché voi siete armati in modo "pesante", loro invece "alla leggera"; voi siete a cavallo, loro a piedi; voi avete dei comandanti (centurioni), loro non ne hanno; tanto che questi vantaggi generano come effetto quello di moltiplicare il nostro numero, mentre i loro svantaggi ne riducono drasticamente le forze. Le guerre non si vincono con enormi masse di uomini, anche se bellicose, ma con il valore, anche di pochi. Questi ultimi, infatti, possono manovrare facilmente e darsi sostegno vicendevolmente, al contrario gli eserciti giganteschi possono procurarsi danni più di quanto possano riceverne dal nemico. I Giudei sono guidati dal loro ardore, dal coraggio e dalla disperazione, aiutano quando le cose vanno bene, ma svaniscono quando si scontrano con dei piccoli insuccessi. A noi sono di guida il valore e la disciplina che, [...] anche nelle avversità, rimane fino all'ultimo. [...] Se i Giudei si battono per salvare la loro libertà e la patria, per noi invece un'aspirazione maggiore è che lo si faccia per la gloria e il fatto che i Giudei non appaiano come una potenza pari alla nostra, considerando che noi [Romani] abbiamo assoggettato il mondo? Dobbiamo considerare che per noi non vi è il timore di subire un insuccesso irreparabile: i rinforzi presto ci raggiungeranno. Vi è da dire che noi possiamo ottenere la vittoria, anche da soli, e dobbiamo provarci prima che arrivino i rinforzi inviati da mio padre, perché il trionfo sia tutto nostro ed abbia quindi una maggiore importanza. Sento che questo è il momento di dare prova a mio padre, per me e per voi, [del nostro coraggio]. Da ciò vedremo se egli è veramente degno delle sue precedenti vittorie, se io di essere suo figlio e voi di combattere ai miei ordini. Mio padre è abituato a vincere, ed io non potrei tornare da lui dopo una sconfitta. Quanto a voi, come potreste vergognarvi se dovessimo essere sconfitti, visto che il vostro comandante combatterà in prima fila? Voi ben sapete che questo io farò, e sarò il primo a lanciarmi sul nemico. E poiché so che voi non sarete meno valorosi, grazie anche all'appoggio che gli dèi concederanno alla mia audacia, siate certi che vinceremo ben altre battaglie più importanti di questo scontro fuori dalle mura.»
«Sono sicuro che ciò che vi sto dicendo sarà per Voi [soldati] incredibile ed inaspettato. Secondo me ha dell'incredibile, come pure appare ridicolo. Qualcuno sta levando le armi proprio contro di Voi ed il vostro coraggio. Ma non i
Germani, che avete sconfitto in molte occasioni, neppure i
Sarmati, che regolarmente hanno chiesto la pace. I Persiani dopo la loro recente invasione della
Mesopotamia, sono ora calmi e contenti dei loro possedimenti. Il fatto che stiano in queste condizioni, è dovuto alla vostra reputazione per il coraggio con cui combattete, oltre all'esperienza del mio comando, quando fui comandante delle legioni che si trovano lungo il fiume [Eufrate]. Non sono quindi loro, ma i Cartaginesi che sono impazziti. Essi hanno persuaso o forzato un
uomo debole e vecchio, che è uscito di senno per la vecchiaia, a diventare imperatore, quasi fosse un gioco in una processione. Ma che sorta di armata hanno messo insieme, quando i littori sono sufficienti a mala pena a servire il loro governatore? Quale sorta di armi utilizzano, non avendo nulla o forse solo le lance utilizzate negli scontri tra gladiatori e bestie? La loro sola esperienza di combattimento è nei cori o nelle battute spiritose o nelle danze. [...] Queste sono le persone contro cui noi dobbiamo combattere una guerra, se "guerra" è la parola corretta per definire ciò. Sono convinto che dovremo marciare verso l'Italia, fino a quando ciascuno di loro non si presenti a noi con un ramo d'ulivo e ci porti i propri figli, chiedendo il perdono e inginocchiandosi ai nostri piedi. Gli altri invece scapperanno, perché sono dei poveri codardi. Io allora distribuirò a tutti Voi le loro proprietà, e voi potrete prenderle e rallegrarvi senza alcuna riserva.»