Più che di un genere vero e proprio, l'afrobeats indica la fusione di sonorità emerse dalla Nigeria e il Ghana. All'afrobeats appartengono generi come l'hiplife, il jùjú, l'highlife, l'azonto e il naija.
Le città in cui l'afrobeats ha attecchito maggiormente sono Lagos, Accra e Londra. Lo storico e critico Paul Gilroy riflette sul cambiamento della scena musicale londinese come risultato del cambiamento demografico:
«Ci stiamo muovendo verso una maggioranza africana diversificata sia nelle sue abitudini culturali che nel suo rapporto con il governo coloniale e postcoloniale, quindi è necessario collocare in tale contesto l'abbandono del predominio caraibico. La maggior parte dei ragazzi del grime sono bambini africani, figli di migranti o migranti essi stessi. Non è chiaro cosa potrebbe significare per loro l'Africa.»
Nel suo primo libro The Black Atlantic, Gilroy rifiuta l'idea che la cultura e la musica africane possano essere legate a un'unica area geografica. L'afrobeats semplifica questo sincretismo inteso come genere transnazionale che, a partire dal 2019, ha ricevuto attenzione internazionale. Riferendosi alla popular music nigeriana, David Drake sottolinea che «prendendo come esempio sonorità statunitensi, giamaicane e trinidadiane, reimmagina le influenze diasporiche e —il più delle volte— le reinventa completamente».
Storia
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L'afrobeats risale agli anni 2000 e ha tra i suoi primi esponenti OJB Jezreel e 2Baba, che hanno pubblicato l'album di successo Face 2 Face (2004) e la traccia African Queen, tra i primi successi del genere. Nello stesso periodo, l'afrobeats ha conosciuto per la prima volta notorietà globale grazie all'emittente MTV Base Africa.
L'afrobeats ha conosciuto un ulteriore successo in Africa, Europa e Nord America a partire dalla fine degli anni 2010. Infatti, stando a delle stime, tra il 2017 e il 2022, il genere avrebbe avuto un'impennata di ascolti su Spotify del 550%. L'afrobeats è stato definito una delle "più grandi esportazioni culturali" o "musicali" dell'Africa.