| Ahmad Qavam | |
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| Primo ministro dello Stato Imperiale dell'Iran | |
| Durata mandato | 4 giugno 1921 – 21 gennaio 1922 |
| Monarca | Zia'eddin Tabatabaee |
| Predecessore | Zia'eddin Tabatabaee |
| Successore | Hassan Pirnia |
| Durata mandato | 22 giugno 1922 – 15 febbraio 1923 |
| Monarca | Ahmad Shah Qajar |
| Predecessore | Hassan Pirnia |
| Successore | Mostowfi ol-Mamalek |
| Durata mandato | 28 gennaio 1946 – 18 dicembre 1947 |
| Monarca | Mohammad Reza Pahlavi |
| Predecessore | Ebrahim Hakimi |
| Successore | Ebrahim Hakimi |
| Durata mandato | 17 luglio 1952 – 22 luglio 1952 |
| Monarca | Mohammad Reza Pahlavi |
| Predecessore | Mohammad Mossadeq |
| Successore | Mohammad Mossadeq |
| Dati generali | |
| Partito politico | Partito democratico dell'Iran |
Ahmad Qavam (Teheran, 2 gennaio 1873 – Teheran, 23 luglio 1955) è stato un politico iraniano, primo ministro dal 1921 al 1922, nel 1923 e sotto lo scià Pahlavi dal 1946 al 1947 e nel 1952.
Qavam nacque il 2 gennaio 1873 a Teheran. Suo padre era Ebrahim Motamed al-Saltanah, figlio di Mohammad Qavam al-Dawla Ashtiani, mentre sua madre era Tavus Khanum, figlia di Majdal-Mulk Sinki. La famiglia ebbe due figli, tra cui Vosough od-Dowleh, fratello maggiore di Qavam.
Ricevette la prima istruzione presso la scuola Marvi e successivamente proseguì gli studi sotto la guida di tutori privati. A diciassette anni entrò al servizio di Naser al-Din Shah Qajar, mentre a vent’anni fu nominato segretario dello zio Mirza Ali Khan Amin al-Dawla, governatore dell'Azerbaigian.
All’età di ventinove anni accompagnò Mozaffar al-Din Shah Qajar nel suo terzo viaggio in Europa. Al termine di questa esperienza gli fu conferito il titolo di Qavam al-Saltanah. In seguito fu nominato segretario personale della corte di Muzaffar al-Din Shah. In questo ruolo redasse il cosiddetto "Decreto Costituzionale" e svolse funzioni di intermediario tra lo shah e i costituzionalisti.
Nel 1918 Qavam fu nominato governatore della provincia del Khorasan. Durante il suo mandato si trovò ad affrontare la carestia in corso e la pandemia di influenza spagnola. La sua amministrazione adottò misure rigide e prevedeva, tra l’altro, la sospensione di alcune testate giornalistiche pubblicate nella regione.
Nel 1921, durante il colpo di stato contro il governo Qajar a Teheran, Seyyed Zia'eddin Tabatabaee ordinò al colonnello Mohammad Taqi Pessian di arrestare diversi oppositori politici, tra cui Ahmad Qavam. Dopo la caduta del governo Tabatabaee e il rifiuto di Mostowfi ol-Mamalek e di altri notabili di accettare la carica di primo ministro a causa dell’instabilità politica, l’incarico fu proposto a Qavam, appena liberato dalla prigione di Ishratabad a Teheran. Accettò e assunse la carica di primo ministro in circostanze considerate particolarmente insolite all’epoca. In seguito, ordinò l’arresto dello stesso Tabatabaee (circa 25 anni dopo) e represse, con l’aiuto di Mohammad Reza Pahlavi, la rivolta guidata da Pessian.
Tra le decisioni più rilevanti prese durante i suoi mandati figurano l’invito all’esperto statunitense Arthur Millspaugh ad assistere il governo nella gestione delle finanze, e la gestione delle rivolte del 1942, causate dalle difficoltà economiche durante la Seconda guerra mondiale. Per ristabilire l’ordine nominò il generale Ahmad Amir-Ahmadi, che represse i disordini con fermezza. Qavam ebbe inoltre un ruolo centrale nella firma del Trattato tripartito del 1942 tra Iran, Unione Sovietica e Regno Unito.

Il 26 gennaio 1946 fu nuovamente eletto primo ministro, con una maggioranza risicata di 52 voti contro 51 nel Majlis. Il parlamento riteneva che fosse la figura più adatta a gestire la ribellione filo-sovietica nella provincia dell'Azerbaigian, nella quale Qavam era uno dei principali proprietari terrieri. Dopo aver ordinato alla delegazione iraniana presso le Nazioni Unite di trattare direttamente con i rappresentanti sovietici, si recò personalmente a Mosca per negoziare con Iosif Stalin.
I sovietici, violando i termini del Trattato tripartito, non avevano completato il ritiro delle loro truppe dall’Iran entro il 2 marzo 1946, attirandosi le critiche di parlamentari come Mohammad Mossadeq. Qavam raggiunse un accordo con l’Unione Sovietica, che prevedeva la concessione di diritti petroliferi nel nord dell’Iran, subordinati all’approvazione del Majlis dopo le elezioni. In seguito all’intesa, le truppe sovietiche iniziarono il ritiro. Tuttavia il nuovo Majlis respinse immediatamente la concessione petrolifera, rafforzando la reputazione di Qavam come abile stratega politico, soprannominato dai contemporanei "Vecchia Volpe".
La sua politica nei confronti dell’Unione Sovietica suscitò però una forte opposizione interna. Alcuni giornali, tra cui Atesh diretto da Mehdi Mir Ashrafi, e Mard-i Imruz diretto da Mohammad Masud, condussero campagne contro di lui, arrivando a sostenere apertamente l’eliminazione fisica del primo ministro a causa dell’accordo petrolifero con Mosca.
Qavam morì a Teheran nel 1955, all’età di 82 anni. Alla sua morte gli sopravvissero la seconda moglie e il figlio Hossein.
Dopo le dimissioni di Qavam, venne avviata un’indagine sui privilegi concessi a diversi mercanti durante il suo mandato come primo ministro, in particolare riguardo all’esportazione di orzo e riso e all’importazione di tè. Fu intentata una causa contro di lui e, il 1º Aprile 1948, il Ministero della Giustizia presentò al parlamento un disegno di legge che lo dichiarava colpevole, accusandolo di aver ricevuto milioni di toman in tangenti da parte di mercanti. Secondo alcune fonti, le somme ricevute da Qavam erano destinate al Partito Democratico, da lui fondato.
Dopo essere stato incriminato, Qavam rientrò in Iran dall’Europa. La Commissione parlamentare per le petizioni, competente a esaminare le accuse, stabilì con tre voti contro due che le prove non dimostravano che il denaro fosse stato ricevuto a titolo di tangente e concluse che non vi erano gli estremi per un’azione penale. Anche la Commissione Giustizia del Majlis confermò tale valutazione, dichiarando che le somme costituivano un sostegno finanziario al Partito Democratico. Con un voto di tredici a uno, Qavam fu assolto dalle accuse e ritenuto non perseguibile. Tuttavia, la sessione del Majlis chiamata a deliberare sulla relazione della commissione fu sospesa e la questione fu rimossa dall’ordine del giorno. Ogni volta che l’argomento fu nuovamente sollevato in parlamento, generò tensioni e venne rinviato, fino a non essere più discusso ufficialmente.
In seguito, Qavam tornò in Europa, da dove inviò lettere di protesta allo Scià. Quest’ultimo reagì revocandogli il titolo onorifico di Hazrat Ashraf. Nel 1950 il governo riaprì il dossier contro Qavam e lo sottopose nuovamente al Majlis. Questa volta furono mosse sei accuse: sottrazione di documenti governativi dal Ministero degli Affari Esteri, interferenze nelle elezioni, concessione di licenze in violazione delle normative per l’esportazione di grano e 4 500 tonnellate di riso, taglio ed esportazione di 1 500 metri cubi di legname e importazione di 500 tonnellate di tè.[senza fonte]
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