| Alessandro La Marmora | |
|---|---|
| Soprannome | Papà Sandrin. |
| Nascita | Torino, 27 marzo 1799 |
| Morte | Kadukoj, 7 giugno 1855 |
| Cause della morte | colera |
| Luogo di sepoltura | Basilica di San Sebastiano (Biella) |
| Dati militari | |
| Paese servito | |
| Forza armata | |
| Arma | Fanteria |
| Corpo | Bersaglieri |
| Grado | Generale di divisione |
| Ferite | Agli occhi e a una mano nel 1815. Alla mandibola nel 1848. Alla gamba destra nel 1849. |
| Guerre | Guerra della settima coalizione Prima guerra d’indipendenza Guerra di Crimea |
| Campagne | Campagna di Lione (1815) |
| Battaglie | Battaglia del ponte di Goito Seconda battaglia di Governolo Battaglia di Mortara Battaglia di Novara |
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Alessandro Ferrero della Marmora (o Alessandro della Marmora o Alessandro La Marmora) (Torino, 27 marzo 1799 – Kadukoj, 7 giugno 1855) è stato un generale e patriota italiano.
Figura di spicco del Risorgimento, fu l'ideatore del Corpo dei Bersaglieri che fondò e sostenne divenendone l’ispettore generale. Durante la prima guerra d’indipendenza si distinse nella battaglia del ponte di Goito e in quella di Mortara. Al comando di una divisione, morì di colera durante la guerra di Crimea. Viene a volte confuso con il fratello Alfonso, più volte presidente del Consiglio e comandante della spedizione piemontese in Crimea.

Alessandro nacque il 27 marzo 1799 dal marchese Celestino (1754-1805) della storica e nobile famiglia dei Ferrero della Marmora, capitano nel Reggimento d'Ivrea, e da Raffaella Argentero di Bersezio o di Berzé (1770-1828). Nel 1809, a 10 anni, Alessandro fu ammesso nel corpo dei paggi dell’imperatore Napoleone Bonaparte che aveva esteso il suo potere a buona parte dell’Europa. In particolare il bambino fu addetto alla corte del governatore del Piemonte, principe Camillo Borghese (marito di Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone). Nella dimora del principe, a Palazzo Chiablese, Alessandro fu istruito dal conte Provana.
Dopo la restaurazione delle monarchie europee, l’esercito piemontese fu ricostituito e Alessandro, portato per la vita militare, nel 1814 entrò nel Reggimento “Guardie” con il grado di sottotenente, prima come ufficiale in eccedenza rispetto al quantitativo previsto, poi, nel gennaio dell’anno successivo, come effettivo. Sbarcato Napoleone a Cannes, partecipò alla Campagna austro-piemontese contro di lui sostituendo un portabandiera. Ma la sconfitta francese di Waterloo determinò la rapida conclusione delle ostilità. Risale a quel periodo la sua prima ferita, causata dall’accidentale esplosione di una fiaschetta di polvere da sparo che lo colpì agli occhi e gli procurò la perdita di un dito.
Nel contesto dei moti insurrezionali che scoppiarono in quegli anni in Piemonte, nel 1820, agli ordini del generale Vittorio Amedeo Sallier della Torre fu coinvolto nei combattimenti di Novara contro i liberali. Per essersi distinto negli scontri fu insignito, il 28 novembre 1821, della Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Due anni dopo, sempre come effettivo del Reggimento “Guardie”, fu promosso capitano. Approfondì in quel periodo i suoi studi militari associandoli all’esperienza del 1815. Tali riflessioni lo portarono a formulare un’idea che avrebbe dovuto risolvere le carenze tattiche dimostrate dai piemontesi a cui, evidentemente, mancava un corpo di fanteria leggera.
Per approfondire i suoi studi militari e le sue teorie intraprese in quel periodo diversi e interessanti viaggi in Francia, Prussia, Inghilterra, Baviera, Sassonia, Svizzera e Tirolo. In tutti questi posti studiò le istituzioni militari e i loro Corpi, venendo particolarmente attratto da quelli di fanteria leggera che, come i Tirailleurs francesi, avevano avuto impiego già nelle guerre napoleoniche. Studiò i Rifleman (fucilieri) britannici, gli Jäger (Cacciatori) prussiani e i Tiroler Schützen.

Ideato per azioni di bersagliamento del nemico e veloci incursioni in territori impervi come quelli che si trovano montagna, il nuovo Corpo prese vita in un progetto del 1828. Quando però La Marmora annunciò la sua proposta, l’idea ebbe fredda accoglienza e fu difficile recapitarla alle persone che avrebbero potuto decidere in merito. Per nulla scoraggiato, La Marmora insistette e nel gennaio 1831 presentò un fascicolo inviando al ministro e generale Matteo Agnes des Geneys (1763-1831) la proposta “per la formazione di una Compagnia di bersaglieri ed il modello di un'arma, che a questi riuscirebbe di maggior vantaggio”. Riuscì, finalmente, a presentare la proposta al nuovo re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia delineata in Proposizione per la formazione di una compagnia di bersaglieri e modello di uno schioppo per l’uso loro. L’incontro con il Re contemplò anche una dimostrazione pratica della divisa e dell’equipaggiamento, indossati da Giuseppe Vayra. Carlo Alberto ne fu entusiasta e il 18 giugno 1836, nonostante lo scetticismo di alcuni suoi consiglieri, firmò l’ordine per la formazione di una compagnia del nuovo corpo dei bersaglieri.
Iniziava così la carriera di La Marmora che il 21 dello stesso giugno venne nominato maggiore e comandante del Corpo che aveva creato. Nel 1837 si formò la seconda compagnia di un altro centinaio di bersaglieri e due anni dopo fu adottato il fucile che La Marmora aveva ideato. Egli si occupò anche dell’addestramento delle reclute, soprattutto per operare con velocità e agilità. La notizia dei bersaglieri valicò i confini e ben presto ci furono apprezzamenti da parte di personalità militari di Francia, Austria, Russia e Prussia. D’altronde anche in Piemonte si guardava ora con occhi più benevoli al nuovo Corpo, per il quale nel giugno del 1839 fu istituita una terza compagnia. Il 20 gennaio La Marmora fu promosso tenente colonnello e nel febbraio del 1843 venne formata una nuova compagnia di bersaglieri. Conseguentemente il 9 aprile dell’anno successivo La Marmora divenne colonnello, un grado in linea con gli effettivi sempre più numerosi sottoposti al suo incarico di comandante dei bersaglieri.
Dopo le cinque giornate di Milano e la dichiarazione di guerra del Regno di Sardegna all'Austria, l'esercito di Carlo Alberto attraversò il Ticino entrando nel Lombardo-Veneto alla fine del marzo 1848. Era scoppiata la prima guerra d’indipendenza. Le truppe piemontesi erano distribuite in due Corpi d'armata che seguivano gli austriaci in ripiegamento verso le fortezze del Quadrilatero: il 1º Corpo, guidato dal generale Eusebio Bava e il 2° comandato dal generale Ettore De Sonnaz. Alessandro La Marmora non aveva alcun comando effettivo, ma conservava una certa autonomia come comandante dei bersaglieri.
L'8 aprile quasi tutto l'esercito austriaco, comandato dal generale Josef Radetzky, si era ritirato sulla sponda sinistra del Mincio, lasciando a guardia dei ponti di Goito, Valeggio e Monzambano alcune truppe per ostacolare l'avanzata nemica. Fu il generale Bava che di sua iniziativa stabilì che si dovesse prendere subito Goito incolonnando alle 7 di mattina la 1ª Divisione del generale Federico Millet d'Arvillars sulla strada che da Gazoldo conduce a Goito e poi al suo ponte sul Mincio. A Goito era presente una sola compagnia di Cacciatori tirolesi, i Kaiserjäger, ma nelle case oltre il ponte sul Mincio vi erano altre 5 compagnie con 4 pezzi d'artiglieria, e altre 5 compagnie con 2 pezzi tra Marengo e Marmirolo. In totale dai 3 000 ai 3 500 uomini appartenenti alla brigata del generale austriaco Ludwig Freiherr von Wohlgemuth.


Il battaglione di bersaglieri faticosamente costituito, contro il parere di La Marmora, era stato frazionato in piccole unità del livello di una compagnia e distribuito alle varie divisioni che componevano l’armata piemontese. La battaglia del ponte di Goito fu il primo scontro della prima guerra d’indipendenza, il primo impiego dei bersaglieri in battaglia e la prima vittoria piemontese. L'avanguardia della 1ª Divisione di D’Arvillars urtò contro le forze austriache la mattina dell'8 aprile 1848 in vista di Goito. I bersaglieri della 2ª compagnia e il drappello di cavalleria attaccarono i Kaiserjäger che erano a guardia dell'ingresso al paese. La Marmora divise i suoi uomini in due unità: la prima avrebbe attaccato il paese di Goito e la seconda il ponte per evitare la fuga dell’avversario. In testa ai bersaglieri, La Marmora fu colpito gravemente alla mandibola da un proiettile nemico e disarcionato da cavallo. Nonostante la ferita, riuscì a difendersi dall’assalto di un ufficiale tirolese uccidendolo. Si riportò alla testa dei suoi uomini e smise di combattere solo a vittoria conseguita, quando consentì agli infermieri di essere medicato.
Il lungo periodo di convalescenza lo trascorse a Cremona, dove però l’osso della mandibola non guariva come si aspettava. In quel periodo di inattività bellica scrisse allora l'Istruzione provvisoria pei Bersaglieri e il Trattato di tiro pei Volontari. Nel frattempo seguiva le vicende della guerra, dolendosi delle modalità di utilizzo dei bersaglieri, della loro scarsa preparazione e del loro armamento precario. La mandibola, tuttavia, non guariva o era guarita senza riprendere le sue normali funzioni, per cui La Marmora ideò e fabbricò una protesi che gli consentì di riprendere il servizio “con un cerchio di ferro che dalla nuca gli passa sotto il mento”.


La Marmora così, nel luglio 1848, tornò a combattere e l’occasione fu quella della seconda battaglia di Governolo. Egli fu posto dal generale Bava al comando di alcune compagnie di volontari e regolari bersaglieri con i quali ottenne una brillante vittoria che fu determinante per la sua carriera e per la fama del corpo che aveva creato. Bava, infatti, percorso il Po fino al Mincio, fece avanzare i bersaglieri nascosti su dei barconi, attaccando e dividendo le sue forze in tre parti per attuare una manovra a tenaglia, ma senza poter prendere realmente contatto con il nemico perché nel villaggio di Governolo vi era un ponte levatoio che impediva ai piemontesi di attraversare il fiume. Furono i bersaglieri a risolvere la situazione, sbarcando vicino all’abitato e simulando di essere in numero maggiore rispetto a quanti fossero. Dopo un fitto combattimento tagliarono le corde del ponte levatoio e permisero al resto della fanteria e alla cavalleria di invadere il paese e sgominare il nemico, che dopo aver tentato la difesa si ritirò verso Nogara.
Conclusasi la prima campagna di guerra con la vittoria austriaca di Custoza e con l’armistizio Salasco del 9 agosto 1848, Carlo Alberto si dedicò a rinnovare l’esercito allontanando quelli che, secondo lui, erano stati i responsabili della sconfitta. Tenne però Alessandro La Marmora, il cui fratello Alfonso fu incaricato di riformare l’esercito in vista della ripresa delle ostilità. Fra i punti discussi ci fu quello del numero di effettivi dei singoli battaglioni. Alfonso e Alessandro furono d’accordo nel ridurre tale numero che avrebbe comportato una maggiore manovrabilità delle truppe, poiché “due battaglioni di 350 uomini l’uno batteranno sempre un battaglione di 900”.
Il rinnovamento dei vertici vide la nomina di Agostino Chiodo a ministro della guerra, la nomina del generale polacco Wojciech Chrzanowski a capo dell’esercito al posto di Bava e la nomina il 27 luglio 1848 a maggiore generale (generale di brigata), nonché, il 15 febbraio 1849 a capo di stato maggiore di Alessandro la Marmora. La sostituzione di Bava con un generale polacco portò inevitabilmente a delle polemiche e a un calo di morale negli ufficiali e nella truppa. La Marmora riprese tuttavia l'addestramento dei bersaglieri, i cui effettivi alla vigilia della ripresa delle ostilità erano saliti a 5 battaglioni.


Dopo la ripresa delle ostilità avvenuta il 20 marzo 1849 e il grave errore del generale Gerolamo Ramorino che consentì il passaggio quasi indisturbato del Ticino da parte degli austriaci presso Pavia, i piemontesi si arroccarono su una linea difensiva a sud di Novara che vedeva i due capisaldi a Vigevano, presso la Sforzesca, e a Mortara. Il comandante dell’esercito austriaco Josef Radetzky decise di portare il suo attacco principale su Mortara e assalire comunque Vigevano a copertura dell’azione principale. Nella battaglia della Sforzesca del 21 marzo i piemontesi respinsero l’attacco su Vigevano, ma non riuscirono a impedire agli austriaci di concentrarsi a sud di Mortara.
Nonostante quest’ultimo particolare, il comandante delle forze piemontesi, Chrzanowski, era ottimista, e inviò il suo capo di stato maggiore Alessandro La Marmora a coordinare la manovra delle 2 divisioni piemontesi, dei 3 reggimenti di cavalleria e dei 48 cannoni stanziati a Mortara, con l’idea di assalire il nemico la mattina successiva. Alle 16 di quello stesso 21 marzo, quindi, le due divisioni piemontesi si apprestano a trascorrere la notte sulla difensiva. Si trattava della 1ª Divisione e della Divisione di riserva, comandate rispettivamente da Giovanni Durando e dal Duca di Savoia, figlio di Carlo Alberto ed erede al trono. La divisione di Durando costituiva l’ala sinistra dello schieramento ed era disposta a est di Mortara, quella del Duca di Savoia, l’ala destra, disposta a sud-est e a ovest di Mortara. Ma i collegamenti fra le unità piemontesi erano piuttosto precari per le caratteristiche del terreno, e il loro schieramento era esteso su ben 14 chilometri.
Alcuni reparti austriaci, intanto, la mattina dello stesso 21 si erano concentrati sullo stradone che da Pavia conduceva a Mortara, provenienti da sud. Si trattava del 2º Corpo d’armata di Konstantin d'Aspre, al quale seguivano altri due Corpi. Alle 16:30 gli austriaci attaccarono proprio dove avrebbe dovuto stanziare la 1ª Divisione di Durando secondo le disposizioni che Chrzanowski aveva trasmesso attraverso Alessandro La Marmora. Quest'ultimo però era inferiore di grado a Durando e non disponeva di ordini scritti. Ciò aveva autorizzato Durando a sparpagliare le sue unità nella zona.



La battaglia di Mortara iniziò verso le 16:30, quando il 2º Corpo austriaco attaccò gli avamposti nemici che in zona contavano un solo battaglione della Brigata “Regina”. Tuttavia i piemontesi resistevano e D’Aspre dispose, anche in considerazione dell’imbrunire, di non procedere oltre nell’assalto. La “Regina” aveva invece cominciato a disorganizzarsi. Ne ebbe la sensazione il colonnello austriaco Ludwig von Benedek che, contravvenendo agli ordini, attaccò risolutamente i piemontesi con il suo reggimento, proprio quando il comandante della “Regina” Ardingo Trotti disponeva un ripiegamento a nord di Mortara per riordinare le forze. Benedek continuò l’avanzata e conquistò il centro abitato. Manovra rischiosa perché intanto La Marmora ordinava alla brigata “Aosta” di portarsi in soccorso della “Regina”.
Mortara rimaneva, quindi, saldamente nelle mani degli austriaci. A questo punto della battaglia, cioè intorno alle 19, i piemontesi resistevano solo presso il convento di Sant’Albino, cioè a sud est di Mortara, senza sapere che il centro abitato alle loro spalle era stato occupato dagli austriaci. La Marmora intanto raccoglieva le sue poche forze (2 battaglioni della Brigata “Cuneo”) che furono schierate a sud di Mortara. Raccolse poi 400 uomini che si erano sbandati della Brigata “Regina” e li condusse coraggiosamente all’attacco a sostegno dei battaglioni che resistevano a Sant’Albino. Ciò che consentì ai piemontesi di respingere gli austriaci e consolidare la linea di difesa a sud di Mortara, nell’illusione che il centro abitato fosse in mani piemontesi e che Durando fosse con i suoi ancora più a sud sulla strada di Pavia. Durando era invece in ritirata, a nord, sulla strada di Novara. Quando La Marmora, finalmente, lo venne a sapere, per non rimanere in trappola decise di congiungersi alla Divisione di riserva del duca di Savoia, il cui grosso si era spostato a ovest di Mortara, a Castello d'Agogna.
La Marmora, che nei combattimenti era stato ferito alla gamba destra e aveva avuto per due volte il cavallo ucciso dal fuoco nemico, si mise in testa alla colonna. Non pratico della geografia del luogo, però, pensò di raggiungere la Porta Alessandria di Mortara, che conduceva sulla strada per Castello d’Agogna, passando per le strade della parte meridionale della città che era in mano agli austriaci. C’era invece un’altra strada, ignorata da La Marmora, che evitando l’abitato di Mortara pure sboccava alla Porta Alessandria. La manovra non passò inosservata e appena furono a contatto, molti piemontesi vennero accerchiati e attaccati dagli austriaci fra le abitazioni di Mortara. Combattendo con fuoco di fucileria e attacchi alla baionetta la colonna riuscì comunque a passare Porta Alessandria, ma sulla strada per Castello d’Agogna, intorno alle 20:30, finì in un altro agguato. Un intenso fuoco di fucileria colpì sia in testa che in coda la colonna di La Marmora che non riuscì, nel buio, a valutare la consistenza dell’azione austriaca. Così, alla richiesta del colonnello Benedek di arrendersi, la maggior parte della colonna si arrese. Consegnarono le armi 54 ufficiali e 1511 fra soldati e sottufficiali con 4 cannoni. Sfuggirono all’accerchiamento alcuni uomini in coda alla colonna, che si dileguarono fra le stradine di Mortara, e La Marmora che infine raggiunse, assieme ad una cinquantina di altri piemontesi, sulla strada per Castello d’Agogna, la Divisione di riserva che si ritirava verso Robbio.

Ormai l'esercito austriaco, che riprese il 23 marzo 1849 a muoversi verso Vercelli e Novara, aveva una notevole superiorità numerica: 5 corpi d'armata contro 5 divisioni piemontesi. Queste ultime, raggruppate tutte a protezione di Novara, erano così disposte: in prima linea, a sinistra dello schieramento (a sud-est di Novara) la 3ª Divisione (Perrone), al centro la 2ª Divisione (Bes) e alla destra (a sud di Novara) la 1ª Divisione (Durando). In seconda linea: dietro la 3ª Divisione, la 4ª (duca di Genova) e dietro la 1ª, la divisione di riserva (duca di Savoia). La forza complessiva piemontese ammontava a 45000 fanti, 2500 cavalli, 109 cannoni. Alessandro La Marmora manteneva il suo ruolo di capo di stato maggiore ma, generale di brigata, non era al comando di alcuna divisione. Le forze austriache erano invece formate dal 2º Corpo (D'Aspre), dal 3º Corpo (Appel) e dal Corpo di riserva (Gustav Wocher). Parzialmente venne anche coinvolto il 4º Corpo (Thurn) che con un altro Corpo era diretto a Vercelli. I 5 corpi di Radetzky contavano complessivamente 70000 uomini, 5000 cavalli e 205 cannoni.

Alle 11 circa prese il via la battaglia di Novara: D'Aspre attaccò risolutamente con i suoi uomini, ma fu ricacciato indietro con gravi perdite. Dopo mezzogiorno, alla Bicocca i piemontesi attaccarono e gli austriaci furono costretti a ripiegare sulla cascina della Cavallotta (3 km a sud-est dal centro di Novara). Alle 14 la lotta ebbe una sosta. A D'Aspre intanto giungevano rinforzi dalle retrovie e con questi attaccò portando le sue truppe quasi alla Bicocca. A questo punto intervenne il duca di Genova con la 4ª Divisione e il nemico ripiegò fin quasi alla Cavallotta.
Ma nel momento in cui il duca di Genova si allontanava con le sue truppe all’inseguimento del nemico in ritirata, Chrzanowski gli ordinò di tornare indietro; disponendo anche che la 2ª Divisione (Bes) manovrasse per porsi in difesa. Ciò permise alle truppe austriache di riorganizzarsi. La battaglia riprese alle 16. Approfittando di un insuccesso austriaco Chrzanowski tentò una controffensiva con la 2ª (Bes) Divisione appoggiata dalla 1ª (Durando), ma vi dovette rinunciare per la minaccia del 4º Corpo nemico da ovest che era stato richiamato dalla sua avanzata su Vercelli. In questo contesto Alessandro La Marmora, di sua iniziativa, ordinò a Bes di soccorrere Durando che stava subendo l’assalto del 4° Corpo austriaco. Egli temeva una replica dei fatti di Mortara e che le divisioni di Durando e Bes potessero essere tagliate fuori dal resto dell’esercito.
Alla postazione strategica della Bicocca, intanto, gli austriaci si giocavano tutto e lanciavano il loro assalto decisivo. Intorno alle 18 l'intera linea piemontese entrò in crisi consentendo agli austriaci di occupare la Bicocca. Al cimitero presso l'abbazia di San Nazzaro, a 1 km dalle mura di Novara avvenne l'ultima resistenza piemontese al comando del duca di Genova che consentì alle truppe di Carlo Alberto di ritirarsi con relativo ordine in città. Venne chiesta una tregua al nemico che la concesse. Alle 21:15 ci fu una riunione indetta da Carlo Alberto con i massimi vertici del comando. Presente Alessandro La Marmora, il Re chiese se fosse stato possibile continuare la lotta e tutti risposero di no. Quella di Novara fu l'ultima e la più sanguinosa battaglia della prima guerra d'indipendenza e determinò la sconfitta definitiva dell’esercito di Carlo Alberto che fu costretto ad abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele.
Con la sconfitta piemontese si determinò nel Regno di Sardegna una situazione di instabilità politica che sfociò, fra il 5 e l’11 aprile 1849, nei Moti di Genova. Il generale Alfonso La Marmora fu chiamato a sedare la sommossa e per questo volle essere coadiuvato dal fratello Alessandro che, al comando di un battaglione formato da tre compagnie di bersaglieri, entrò in città contribuendo sensibilmente alla soluzione della crisi. Gli fu quindi conferito, il 7 novembre 1849, il comando provvisorio della Divisione di Genova e lo stesso mese la medaglia d’argento al valor militare. Pur rimanendo ispettore dell’arma dei bersaglieri, Il 25 luglio 1852 fu promosso luogotenente generale (generale di divisione) rendendo così effettivo il comando della Divisione di Genova. Due anni dopo, il 1º luglio 1854, sposò Rosa (Rosetta) dei conti di Roccatagliata di Genova (1816-1865), vedova di Domenico Rati Opizzoni, senza generare discendenza. Lo stesso 1854 si prodigò per contenere la diffusione di un’epidemia di colera che era scoppiata in città e per alleviare le sofferenze della popolazione. Su quest’ultima esperienza scrisse il breve trattato Cholera Morbus.


Politicamente, intanto, i tempi maturavano per un riconoscimento del Regno di Sardegna quale stato italiano guida per un’eventuale unificazione del Paese e, per affermare questo ruolo, il presidente del Consiglio piemontese Camillo Benso, conte di Cavour decise di sostenere con una spedizione lo sforzo inglese e francese nella guerra di Crimea. Alessandro risentiva comunque ancora della fatica per l’intensa attività bellica che aveva sostenuto e le ferite riportate gli avevano indebolito il fisico. Nonostante ciò il fratello Alfonso, che era stato nominato comandante della spedizione in Crimea, spronò il fratello a prendere il comando di una delle due divisioni di cui era composta la spedizione e il 22 marzo 1855 Alessandro assunse l’incarico.
Le divisioni erano quindi due, la 1ª al comando di Giovanni Durando e la 2ª al comando di Alessandro La Marmora. La 2ª era composta anche da 5 battaglioni di bersaglieri e si imbarcò a Genova con il suo comandante il 19 maggio 1855, per giungere a Balaklava, in Crimea, il 29. Il colera si era già diffuso nella zona. I primi sintomi Alessandro li avvertì il 5 giugno, dopo una ricognizione nella Valle di Bajdar. In un casolare di Kadukoj (villaggio poco a nord di Balaklava) fu assistito dal fratello Alfonso, dal nipote Vittorio e dal cappellano militare Don Calvetti. Il decorso della malattia fu molto rapido, “delirava di bersaglieri e di trincee” e il 7 giugno, prima dell’alba, pronunciò le parole “Je sonde la brèche” (Tengo d’occhio la breccia) e morì. Sepolta a Kadukoj, la salma fu successivamente traslata al cimitero Kamari di Sebastopoli.


Il 31 maggio 1911, nel 75º anniversario della fondazione dei bersaglieri e nel 50º dell’Unità d’Italia, le spoglie di Alessandro La Marmora furono disseppellite dal cimitero di Sebastopoli e trasferite in Italia a bordo dell’incrociatore italiano Agordat. I resti sbarcarono a Genova il 15 giugno dove furono accolti da diversi generali e una rappresentanza dell’esercito russo. Partirono poi con il treno per Biella dove riposano nel sepolcreto dei La Marmora della Chiesa di San Sebastiano. La cerimonia fu solenne. Il trasporto funebre fu scortato da dodici insegne di unità militari e altrettanti colonnelli. I bersaglieri del 29º Reggimento suonarono la fanfara e furono sparati colpi di cannone a salve.
A Torino, sua città natale, nel 1867 Giuseppe Cassano (1825-1905) e Giuseppe Dini (1820-1890) realizzarono il monumento dedicato a La Marmora che fu posto in Via Cernaia. Lo ricordano anche il giardino circostante e una caserma. Sempre a Torino, nel 50º anniversario della fondazione dei bersaglieri, il 18 giugno 1886, fu posta una lapide sulla facciata di Palazzo Ferrero della Marmora in ricordo del luogo di nascita di Alessandro. La lapide fu inaugurata con una solenne cerimonia alla presenza del sindaco Ernesto di Sambuy. In occasione del 100º e del 150º anniversario dalla sua morte, rispettivamente nel 1955 e 2005, altre due lapidi sono state disposte al fine di rinnovarne la memoria.
| Genitori | Nonni | Bisnonni | Trisnonni | ||||||||||
| Celestino Francesco Ferrero La Marmora | Francesco Antonio Ferrero La Marmora | ||||||||||||
| Barbara Sfondrati | |||||||||||||
| Ignazio Ferrero La Marmora | |||||||||||||
| Maddalena Gontery | Filippo Giacinto Gontery | ||||||||||||
| Maria Brulard de Sillerì Giugali di Cavaglià | |||||||||||||
| Celestino Ferrero La Marmora | |||||||||||||
| … | … | ||||||||||||
| … | |||||||||||||
| Costanza Teresa Cristina San Martino di Agliè | |||||||||||||
| … | … | ||||||||||||
| … | |||||||||||||
| Alessandro Ferrero La Marmora | |||||||||||||
| Gaetano Argentero di Bersezio | Romualdo Argentero di Bagnasco | ||||||||||||
| Paola Vittoria Maria Doria | |||||||||||||
| Niccolò Amedeo Argentero di Bersezio | |||||||||||||
| Chiara Teresa Saluzzo | Gabriele Filippo Saluzzo | ||||||||||||
| Maria Madalena Asinari | |||||||||||||
| Raffaella Argentero di Bersezio | |||||||||||||
| Giuseppe Francesco Morozzo della Rocca | … | ||||||||||||
| … | |||||||||||||
| Maria Teresa Ludovica Morozzo Della Rocca | |||||||||||||
| Ludovica Cristina Balbis Bertone di Sambuy | Giulio Cesare Balbis Bertone di Sambuy | ||||||||||||
| Beatrice Saluzzo | |||||||||||||
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