Amico e Amelio

Santi Amico e Amelio
I santi Amico e Amelio, tavola conservata nell'Abbazia di Sant'Albino
 

Martiri

 
Venerato daChiesa cattolica
Santuario principaleAbbazia di Sant'Albino, Mortara
Ricorrenza12 ottobre

Amico e Amelio, noti nella tradizione medievale anche come Ami e Amile (in francese antico Ami et Amile o Amis et Amiles; in altre redazioni Amys e Amilioun, Amyl e Amylion, Amico e Amilio), sono i protagonisti di una leggenda cavalleresca e religiosa incentrata sull'amicizia perfetta e sul sacrificio reciproco. La narrazione, di origine discussa e talvolta ricondotta a modelli orientali, conobbe durante il Medioevo numerose redazioni latine e volgari, epiche, romanzesche e agiografiche.

La più antica versione conservata è contenuta nell’Epistula ad Bernardum di Rodolfo Tortario, composta verosimilmente intorno al 1090. Fra le redazioni successive figurano la Vita Amici et Amelii carissimorum, la chanson de geste francese Ami et Amile e il poema anglonormanno Amys e Amilioun.

Nella tradizione agiografica italiana i due amici furono inseriti nell'esercito di Carlo Magno, fatti morire nel 773 combattendo contro i Longobardi e venerati a Mortara come martiri; la loro memoria liturgica locale ricorre il 12 ottobre.

La leggenda

Pur variando sensibilmente nei particolari, le principali redazioni narrano di due giovani franchi, nati nello stesso giorno in regioni lontane e da famiglie diverse, ma tanto simili nell'aspetto e nella voce da risultare indistinguibili. In alcune versioni i bambini s'incontrano a Lucca mentre i loro padri li conducono a Roma: ricevono insieme il battesimo dal papa e due coppe identiche, destinate in seguito a consentirne il riconoscimento. Il battesimo romano e le coppe non compaiono tuttavia nella redazione di Tortario e costituiscono uno degli elementi che la distinguono dalle successive rielaborazioni agiografiche.

Giunti a corte, i due stringono un legame di amicizia assoluta. Amelio intreccia una relazione con la figlia del sovrano e, denunciato dal cortigiano Ardrado, deve provare la propria innocenza mediante un combattimento giudiziario. Poiché Amelio è colpevole e non potrebbe affrontare il duello senza spergiurare, Amico ne assume segretamente l'identità, presta giuramento e sconfigge l'accusatore. Amelio, a sua volta, prende temporaneamente il posto dell'amico nel letto coniugale, separandosi però dalla moglie di lui mediante una spada sguainata.

Amico viene poi colpito dalla lebbra e scacciato dalla moglie. Dopo anni di vita errabonda è ritrovato da Amelio, al quale viene rivelato che il sangue dei propri figli potrebbe guarire l'amico. Amelio sacrifica i bambini; Amico risana e i due fanciulli sono restituiti miracolosamente alla vita.

Il rapporto causale fra spergiuro e lebbra non è però costante: nella versione di Tortario la malattia non è presentata come punizione per lo scambio d'identità e il rimedio viene indicato da medici, mentre le redazioni successive accentuano gli elementi miracolosi e il motivo del sangue risanatore.

Anche la conclusione varia secondo le redazioni. Tortario ricorda soltanto che i due amici morirono e furono sepolti nel medesimo luogo; la chanson de geste ne colloca la morte al ritorno da un pellegrinaggio in Terrasanta, mentre la Vita li fa cadere nella guerra di Carlo Magno contro il re longobardo Desiderio. Comune a più versioni è il motivo delle sepolture inizialmente separate e della miracolosa riunione dei corpi o dei sarcofagi, che sancisce l'indissolubilità dell'amicizia anche dopo la morte.

Tradizione letteraria

L’Epistula ad Bernardum di Rodolfo Tortario

La prima attestazione scritta pervenuta della leggenda occupa la seconda epistola metrica di Rodolfo Tortario, indirizzata a un non meglio identificato Bernardo e composta in distici elegiaci latini. La redazione, estesa per 204 versi, è una testimonianza fondamentale di uno stadio della tradizione anteriore alla piena integrazione della materia nel ciclo carolingio e alla formazione della chanson de geste conservata.

Tortario dichiara esplicitamente di non avere inventato la trama, ma di riassumere una storia già conosciuta da Francesi e Sassoni:

«Historiam Gallus, breviter quam replico, novit, / Novit in extremo litore Saxo situs».

I protagonisti figurano ai vv. 123 e 125 rispettivamente come Amelius e Amicus. Amelio è alvernate e originario di Clermont, Amico proviene invece da Blaye, indicata come località della Guascogna; entrambi sono al servizio del re Gaiferus a Poitiers. Ghidoni interpreta la focalizzazione sull'Aquitania e sulla sua corte come una modernizzazione del precedente modulo bordolese merovingio secondo uno schema centripeto ispirato alla corte carolingia.

Un'altra peculiarità della versione tortariana è la connessione con le tradizioni epiche attraverso il dono della spada. Durante il combattimento con Ardradus, spezzatasi l'arma di Amico, Beliardis, figlia del re, gli porta la spada già appartenuta a Rolando, nipote di Carlo Magno ed eroe di Roncisvalle. Ghidoni considera l'episodio una prova dell'antichità e della riconoscibilità del complesso narrativo aquitano e dell'interferenza fra leggenda agiografica e materia gestica.

Le redazioni successive

La Vita Amici et Amelii carissimorum, generalmente datata al XII secolo, è la redazione che ebbe la diffusione manoscritta più ampia. La forma estesa è tramandata da almeno quindici manoscritti, due dei quali ritenuti del XII secolo, e delinea l'intera vita dei protagonisti dal concepimento alla morte. De Bartholomaeis e, in seguito, Costanza Pasquali ne sostennero l'origine italiana; Sacchi considera però poco plausibile la più generale tesi di una genesi interamente italiana della leggenda e osserva che la maggior parte dei testimoni della Vita proviene dalle aree francese, anglonormanna e tedesca, pur segnalando anche codici di provenienza italiana.

Nella Vita la materia cavalleresca riceve un'interpretazione marcatamente devota. L'amicizia esclusiva dei due eroi diviene una forma esemplare di caritas, la loro cavalleria viene rappresentata come militia Christi e la morte è inserita nel conflitto fra Carlo Magno e i Longobardi. La narrazione fu poi abbreviata nello Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais e nel Sanctuarium di Bonino Mombrizio, dove compare con il titolo Vita et passio sanctorum Amelii et Amyci martyrum in vita sua simillimorum.

La chanson de geste francese Ami et Amile, composta all'inizio del XIII secolo e conservata in un testimone principale, sviluppa estesamente la materia entro l'universo carolingio. Alla medesima costellazione narrativa appartengono il poema anglonormanno Amys e Amilioun, versioni francesi in prosa e in alessandrini e numerose rielaborazioni in altre lingue europee.

Fortuna italiana

In Italia la tradizione si legò precocemente a Mortara e alla memoria della guerra fra Franchi e Longobardi. Goffredo da Viterbo nel Pantheon, Jacopo da Varazze nella Legenda Aurea e Iacopo d'Acqui nella Cronica imaginis mundi ricordano Amico e Amelio come cavalieri franchi, santi o beati morti e sepolti a Mortara. Nel Dittamondo, Fazio degli Uberti celebra invece soprattutto il loro amore amicale, accostandoli a Eurialo e Niso e a Damone e Finzia.

Sacchi ha individuato tre versioni volgari italiane complete del XV secolo, tutte derivate dalla Vita. La prima è l’exemplo 39, De vera amicitia et caritate, del Novelliere di Giovanni Sercambi, che trasferisce a Roma la sepoltura comune ed elimina la campagna contro i Longobardi e il miracolo delle tombe. La seconda è inserita, nel capitolo dedicato all'amicizia, in un testimone del Fiore di virtù, il manoscritto Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, It. II 15 (5190). La terza, più fedele al modello latino e caratterizzata da una marcata impronta devota, è conservata nel manoscritto Philadelphia, Pennsylvania State University Libraries, Codex 313, del quale Sacchi ha pubblicato la prima edizione.

Significato e contesto letterario

Il nucleo della leggenda esalta la virtù del sacrificio ispirato dall'amicizia. La somiglianza perfetta dei protagonisti rende concretamente possibile lo scambio d'identità e traduce sul piano narrativo l'idea dei due amici come alter ego. Il loro sodalizio è stato accostato ai modelli classici di Oreste e Pilade, Damone e Finzia ed Eurialo e Niso, espressamente ricordati anche da Tortario nel catalogo di amicizie celebri che precede il racconto.

La redazione tortariana documenta uno stadio nel quale il motivo tradizionale della fratellanza era già integrato con elementi religiosi cristiani, quali il sacrificio vicario e l'intervento divino, ma non ancora stabilmente aggregato all'ambientazione carolingia. La sua trasposizione in distici elegiaci mostra inoltre l'incontro fra una materia narrativa probabilmente diffusa anche per via orale o giullaresca e la cultura latina di un ambiente monastico d'élite come la scuola di Fleury. Ghidoni considera il testo una testimonianza «protogestica»: non ancora una chanson de geste, ma una narrazione già permeata di cultura epica e capace di impiegarne motivi e segni riconoscibili.

Nelle redazioni agiografiche la cristianizzazione della materia diviene più marcata. Il sacrificio reciproco dei due compagni si trasforma in manifestazione di caritas, la lebbra e il sangue acquistano valore di prova, guarigione e purificazione, e la riunione miracolosa delle tombe conferma la sacralità di un vincolo destinato a sopravvivere alla morte.

Tradizione agiografica e culto a Mortara

La redazione agiografica connessa a Mortara inserisce i protagonisti nell'età carolingia. Al tempo di Pipino il Breve nascerebbero due bambini straordinariamente simili, Amelio figlio di un conte d'Alvernia e Amico figlio di un soldato del Berry. Incontratisi a Lucca durante il viaggio verso Roma, stringono amicizia e ricevono insieme il battesimo al Laterano; il papa assegna loro i nomi e dona due coppe di legno ornate d'oro e pietre preziose. Dopo essersi separati e avere fatto ritorno alle rispettive famiglie, tentano entrambi di raggiungersi, incrociandosi durante il viaggio.

La stessa tradizione narra che Amico, colpito dalla lebbra, fosse accolto a Roma da papa Costantino e che dopo tre anni ritrovasse Amelio. Tace o attenua in alcune forme gli episodi più problematici dello spergiuro e dell'uccisione dei bambini, insistendo invece sulle virtù religiose e guerriere dei protagonisti. I due entrano nell'esercito di Carlo Magno contro Desiderio e muoiono nella battaglia di Mortara del 773. Carlo fa costruire due chiese: Amelio è sepolto presso San Pietro e Amico presso Sant'Eusebio, poi identificata con l'Abbazia di Sant'Albino. Il giorno seguente il sarcofago di Amelio viene ritrovato accanto a quello di Amico, miracolo che ne manifesta l'unione indissolubile.

I Bollandisti giudicarono la tarda passio favolosa e incompatibile con i dati storici noti, rifiutando di pubblicarla negli Acta Sanctorum; ciononostante il culto locale continuò e ancora nel XVIII secolo nella chiesa di Sant'Albino si indicavano come reliquie dei due santi resti umani lì conservati. La festa di Amico e Amelio è celebrata il 12 ottobre.

Nel 1928, durante lavori all'altare dell'abbazia, furono rinvenuti due loculi contenenti ossa umane e alcune medaglie, ritenuti dalla tradizione locale appartenenti ai due santi. I resti furono nuovamente murati e riportati alla luce durante i restauri del 1999; l'esame al carbonio-14, eseguito a Cambridge nel Massachusetts, li datò intorno all'anno Mille. Sono oggi conservati in una nuova urna nell'abbazia.

L'urna contenente le ossa attribuite dalla tradizione locale ad Amico e Amelio

Note

Annotazioni

  1. ↑ Il combattimento giudiziario, o duello di Dio, era una prova legale nella quale le parti affidavano la risoluzione della controversia allo scontro fisico, confidando che Dio proteggesse l'innocente.
  2. ↑ Una possibile traduzione: «Il Gallo [collettivamente: i Francesi] conosce la storia che io ripercorro brevemente; la conosce il Sassone [collettivamente: i Sassoni] stabilito sull'estrema costa».
  3. ↑ Le denominazioni «Amico (Amis de Bayre)» e «Amelio (Amelie d'Auvergne)», diffuse in moderne pagine divulgative riguardanti Mortara, non sono attestate in questa forma nelle principali redazioni medievali o nelle edizioni filologiche qui utilizzate; sembrano derivare da una rielaborazione dei riferimenti a Blaye e all'Alvernia presenti nella tradizione letteraria.
  4. ↑ Guglielmo I d'Aquitania, conte d'Alvernia e duca d'Aquitania, fu il fondatore dell'Abbazia di Cluny nel 909 o 910.
  5. ↑ La formulazione retorica della morte dei due amici è stata confrontata con quella degli antichi atti dei martiri, come gli Acta Proconsularia di Cipriano di Cartagine; per il testo latino si veda (LA) Cyprianus Carthaginensis – Acta Proconsularia, su documentacatholicaomnia.eu..

Fonti

  1. 1 2 3 4 5 6 Vincenzo De Bartholomaeis, Amis e Amile, in Enciclopedia Italiana, 1929.
  2. 1 2 3 Sacchi 2015, pp. 45–47
  3. ↑ Bar 1937, pp. 73–85
  4. 1 2 3 4 5 6 Carlo Carletti, Santi Amelio e Amico, su santiebeati.it.
  5. 1 2 3 4 Ménard 1988, pp. 7–13
  6. 1 2 Sacchi 2015, pp. 47–49
  7. ↑ Monteverdi 1928, pp. 33–45
  8. 1 2 Ghidoni 2018, pp. 124–126
  9. ↑ Sacchi 2015, pp. 46–49
  10. ↑ Ogle Schullian 1933, pp. 256–268
  11. ↑ Dembowski 1987, pp. 1–16
  12. ↑ Dolveck 2013, p. 296
  13. ↑ vv. 117–118: (LA) Radulfus Tortarius epistulae 2, su musamedievalis.it.
  14. 1 2 vv. 123–125: (LA) Radulfus Tortarius epistulae 2, su musamedievalis.it.
  15. ↑ Ghidoni 2018, pp. 124–125
  16. ↑ Ghidoni 2018, p. 125 e n. 90
  17. ↑ Ghidoni 2018, p. 126
  18. ↑ (LA) Radulfus Tortarius epistulae 2, su musamedievalis.it.
  19. ↑ Sacchi 2015, pp. 46–47
  20. 1 2 Sacchi 2015, pp. 47–50
  21. ↑ Dembowski 1987
  22. ↑ Ford 2000
  23. ↑ Reynolds 2017, pp. 108–137
  24. ↑ Sacchi 2015, pp. 50–52
  25. ↑ Sacchi 2015, pp. 52–61
  26. ↑ Ogle Schullian 1933, pp. 256–259
  27. ↑ Sacchi 2015, pp. 46–50
  28. ↑ Pianzola 1910
  29. ↑ Cascina di S. Albino facente parte dell'antico complesso dell'abbazia, su beniabbandonati.cultura.gov.it, Direzione generale Archeologia, belle arti e paesaggio.

Bibliografia

Edizioni

Studi

Collegamenti esterni