
La modernità è la qualificazione di ciò che è recente, in contrapposizione a ciò che è antico.
In Europa, il termine moderno ciò che è recente già nel XII e nel XIII secolo, e prima ancora nelle Epistulae pontificum di papa Gelasio I (fine del V secolo). In età carolingia, l'espressione seculum modernum cominciò ad esprimere un senso di separazione dall'evo antico, senza però riferimento al rapporto tra paganesimo e cristianesimo. Bernardo di Chartres espresse famosamente il senso di superiorità che i moderni sentivano, definendo questi ultimi "nani sulle spalle di giganti". A partire dal Trecento e poi nel Quattrocento, in particolare in letteratura, pittura e architettura, si fece strada, accompagnato dallo sviluppo tecnologico, un senso di superamento e anche di rifiuto dei canoni tradizionali. Questo sentimento, pur compenetrato dalla riverenza verso l'Antichità e dall'identificazione in essa di un modello imprescindibile, portò gli Europei, all'inizio del Cinquecento, a rivendicare una certa superiorità rispetto agli antichi, oltre che ad un'aperta ribellione verso la Chiesa di Roma. Il moderno si caratterizzò sempre più univocamente come valore positivo e gli Europei sentirono in questo concetto un elemento talmente centrale nella loro traiettoria storica da usarlo nelle loro periodizzazioni: si concepì così una età moderna, tenuta nella stessa considerazione dell'età antica, per certi versi sentita anche come superata. A partire dal Quattrocento, ma compiutamente solo nella seconda metà del Seicento, si sviluppò altresì il concetto (inizialmente neutro e residuale, e a lungo subalterno) di media aetas (il Medioevo), un'età di mezzo che separava le glorie dell'antico da quelle del moderno.
In Francia, alla fine del Seicento, si sviluppò in ambito letterario la cosiddetta querelle des anciens et des modernes.
Il termine modernité fu utilizzato dal poeta francese Charles Baudelaire per designare la sfuggevole ed effimera esperienza della vita condotta all'interno della metropoli e della città, e anche la responsabilità che l'artista ha di catturare quell'esperienza e di esprimerla nelle forme più disparate, suggestive ed originali.
Successivamente venne usato per indicare il periodo solitamente indicato dal pensiero sociologico come la crescita di centralità da parte dello stato-nazione (come mette in evidenza Anthony Giddens) e dall'affermarsi della razionalità in molti degli ambiti di vita sociale (si pensi, ad esempio, alla burocrazia di Max Weber). Da quest'ultima, consegue un importante incremento nell'innovazione tecnologica. Si può associare l'inizio della modernità con la seconda rivoluzione industriale e la nascita del positivismo, propositore dei suoi valori materialisti e prettamente scientifici.
A cascata il mutamento sociale si fa più rapido e vede le sue origini in contesti spazio-temporali lontani dagli individui. Ne consegue una situazione di disagio e disorientamento per l'individuo, che perde i punti di riferimento ai quali è storicamente abituato. Alcuni autori sostengono che ciò generi un'epoca successiva alla modernità, definita dal dibattito sociologico in molti modi, tra cui "postmodernità". La sua caratteristica principale è il venir meno dell'idea di progresso che aveva accompagnato la modernità e il disvelarsi dei rischi connessi a questa: si pensi, in tal senso alle implicazioni del fenomeno sociale della globalizzazione, sia sul piano sociale che ambientale.

Fin dall'avvento della modernità vi sono stati alcuni gruppi che hanno espresso giudizio negativo ad alcuni suoi caratteri:
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