L'antispecismo è il movimento filosofico, politico e culturale che si oppone allo specismo; con quest'ultimo si intende l'attribuzione di un diverso valore e status morale agli individui unicamente in base alla loro specie di appartenenza.
Nel 2010, il team di Loughnan offrì ai partecipanti carne essiccata o frutta secca, ponendo loro delle domande per valutare la loro sensibilità verso gli animali e giudicare l'intelligenza di una mucca. I ricercatori scoprirono che coloro che avevano mangiato la carne si autoconvincevano che le mucche fossero meno capaci di soffrire rispetto a coloro che avevano mangiato la frutta secca. Negavano la capacità mentale delle mucche, e il consumo di carne li rendeva più propensi a farlo.
Più recentemente, Maria Ioannidou dell'Università di Bradford ha approfondito questo aspetto mostrando ai partecipanti le condizioni in cui vivono le mucche, sia in un allevamento intensivo che in un allevamento biologico, e chiedendo loro poi come si sentissero. Coloro a cui era stato mostrato l'allevamento intensivo provavano un maggiore senso di colpa, ma attribuivano meno importanza alle mucche e mostravano meno preoccupazione nei loro confronti. Nonostante ciò, avevano comunque una maggiore probabilità di ridurre il consumo di latticini.
Polli e pesci ottengono punteggi particolarmente bassi nell'attribuzione dell'intelligenza. Tuttavia, Ioannidou ha scoperto che, indipendentemente dagli animali o dai prodotti di origine animale che una persona consuma viene negata l'intelligenza. Chi mangia carne nega che gli animali d'allevamento abbiano intelligenza; un pescetariano nega che i pesci abbiano intelligenza; un vegetariano nega che le mucche da latte abbiano intelligenza.
Le ricerche dimostrano che, rispetto agli adulti onnivori, i bambini tendono ad avere convinzioni morali più forti. Uno studio condotto dal Dott. Luke Maguire dell'Università di Exeter ha rilevato che i bambini tra i 9 e gli 11 anni riservano agli animali da allevamento la stessa considerazione dedicata agli animali domestici, ritenendo meno accettabile il consumo di carne.
Maguire ha riscontrato che, crescendo, i bambini tendono maggiormente a classificare gli animali da allevamento come cibo, vivendo un conflitto psicologico più intenso tra i 12 e i 16 anni. In questa fascia d'età, i bambini mostrano una sensibilità morale verso gli animali da allevamento inferiore a quella degli adulti.
Il primo autore a parlare di «specismo» fu lo psicologo Richard Ryder. Egli coniò questo termine definendolo come "un pregiudizio o un atteggiamento discriminatorio in favore degli interessi dei membri della propria specie e contro i membri di altre specie". Lo specismo ha come conseguenza la convinzione che gli esseri umani abbiano il diritto di sfruttare gli animali non umani; tale convinzione secondo gli studiosi è dilagante nella società moderna .
L'approccio antispecista afferma che:
L'idea che sia possibile riconoscere agli animali non umani diritti validi all'interno delle comunità umane inizia a diffondersi verso la fine del XVIII secolo, in un clima di promozione di diritti per un numero sempre maggiore di individui in precedenza soggetti a discriminazione, quali le donne e gli schiavi. Il filosofo Jeremy Bentham, in questo contesto, fu il primo a proporre di seguire un'impostazione etica fondata su un criterio capace di ricomprendere tutti gli animali all'interno di una medesima comunità morale. Per quanto Bentham si opponesse fortemente al causare sofferenza agli animali non umani, egli non mise tuttavia mai in discussione il nostro diritto di sfruttarli e ucciderli per fini umani, purché ciò avvenisse senza infliggere loro inutili sofferenze.
Nonostante i forti limiti del suo utilitarismo, il pensiero dell'autore ha fornito una forte base concettuale all'animalismo filosofico perché ha individuato, nella capacità di provare piacere e dolore, non soltanto il movente originario dell'agire morale, ma anche qualcosa di cui sono intuitivamente (e non solo) dotati tutti gli animali.

Peter Singer e Tom Regan, circa due secoli dopo le considerazioni di Bentham, proseguono e approfondiscono i suoi studi, approdando a due differenti filosofie animaliste volte a difendere la necessità di parlare di veri e propri doveri diretti verso (quasi) tutto il regno animale. Singer si concentra sulle analogie sensitive, proseguendo il discorso utilitaristico di Bentham fondato sul criterio-sensitività; mentre Regan su quelle cognitive, elaborando una riflessione deontologica fondata sul criterio-cognizione. La presenza di tali peculiarità in tutto il regno animale implica la necessità, secondo la visione degli autori, di riconoscere che se un animale non umano può provare esperienze così simili a quelle umane è necessario estendere anche a questo soggetto naturale quantomeno la regola aurea secondo cui non si devono trattare gli altri come non si vorrebbe essere trattati in prima persona.
Per Singer si tratta di una questione di sensibilità verso la sofferenza di ogni animale, mentre per Regan è un fatto di giustizia nei confronti del valore inerente di (quasi) tutte le forme di vita animale. Il primo pone l'accento sul concetto di eguaglianza, difendendo la propria posizione sostenendo che (quasi) tutti gli animali (umani e non-umani) siano portatori dei medesimi interessi. Il secondo insiste sul concetto di responsabilità, legittimando la propria teoria affermando che (quasi tutti) gli animali non-umani siano soggetti titolari, a tutti gli effetti, di diritti pari a quelli umani. In entrambi i casi, però, si rendono necessari sia un ampliamento della nostra facoltà simpatetica, sia un più attento uso delle nostre capacità di ragionamento.
La versione utilitarista dell'antispecismo non si basa su una teoria dei diritti, ma sul principio di uguaglianza nella considerazione degli interessi, che estende agli individui non umani. Essa sviluppa una considerazione di Jeremy Bentham: "La domanda non è Possono ragionare?, né Possono parlare?, ma Possono soffrire?". Secondo Peter Singer, la condizione fondamentale perché un individuo abbia interessi è che sia capace di provare piacere e dolore, che sia cioè un essere senziente: nel momento in cui questa condizione è soddisfatta, il principio di eguaglianza impone di prendere in considerazione il suo interesse a non soffrire e a provare piacere indipendentemente dalla sua specie di appartenenza.
Anziché schierarsi direttamente contro la sofferenza animale, Regan preferisce dedicarsi a una critica argomentativa del sistema culturale che ci legittima a concepire gli animali non umani come risorse a nostra disposizione. L'autore, come Joel Feinberg, è interessato soprattutto alla questione dei diritti morali fondamentali del regno animale. La proposta dell'autore è quella di fondare i nostri doveri diretti sui diritti morali fondamentali, quali il diritto a non soffrire, a vivere e (almeno sotto certi aspetti) alla libertà, che ogni essere dotato di valore inerente possiede. Regan è convinto che al fine di individuare un buon criterio per attribuire diritti morali o giuridici anche agli animali non umani non sia sufficiente accreditare loro la capacità di «condurre una vita» dotata di sensibilità e perciò caratterizzata soltanto da «interessi-preferenze», che portano a volere o desiderare qualcosa indipendentemente dal beneficio che se ne può trarre. È necessario andare oltre e distinguere questi soggetti da quelli in grado di «avere una vita» contraddistinta anche da «interessi-benessere», che permettono a questo tipo di pazienti morali di vivere una vita qualitativamente migliore tramite il perseguimento e il soddisfacimento non tanto di preferenze personali, quanto di reali bisogni connessi al proprio benessere. Egli parla, in questo caso, di «soggetti-di-una-vita».
L'antispecismo ha dato vita a numerose rivendicazioni per l'uguaglianza animale. La più nota è il Progetto Grande Scimmia, nato per iniziativa di Paola Cavalieri e Peter Singer, che richiede l'estensione alle scimmie antropomorfe di alcuni diritti umani.
Una rilettura dell'evoluzionismo darwiniano in chiave antispecista ha portato alcuni autori, come il filosofo statunitense James Rachels, a sostenere la necessità di una riformulazione dell'etica che abbandoni il tradizionale ruolo privilegiato della specie umana e che riconosca la rilevanza morale della continuità tra le specie.
Sostenitori ante litteram dell'antispecismo (sempre in chiave pseudo-darwiniana) possono poi essere considerati alcuni filosofi in particolare dell'Ottocento, quali soprattutto Arthur Schopenhauer e Giacomo Leopardi.
Una forma particolare di antispecismo è quella del transumanesimo, che riconosce come soggetti di diritto al benessere tutti gli esseri senzienti, indipendentemente dalla loro natura: