| Decimo Magno Ausonio | |
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| Console dell'Impero romano | |
| Nascita | 310 Burdigala |
| Morte | 395 circa Burdigala |
| Consolato | 379 |
Decimo Magno Ausonio (in latino Decimus Magnus Ausonius; Burdigala, 310 – Burdigala, 395 circa) è stato un poeta e insegnante romano.
Il nonno materno Agricio (Caecilius Argicius Arborius), il cui nome (Arborio) era di origine Edua, apparteneva a un'antica famiglia della Gallia Lugdunense e della Vienna, discendente da case nobili di quelle province. Il nonno e il padre di Agricio furono proscritti ed esiliati in Aquitania sotto il regno degli imperatori gallo-romani Vittorino e i Tetrici, che da Postumo a Tetrico governarono la Gallia per un decennio; lo stesso Agricio visse dunque fin da allora in quell'esilio, che aveva impoverito la famiglia riducendola a vita modesta, e vi sposò la moglie Emilia. Studiò astrologia e magia, al punto da redigere egli stesso l'oroscopo del nipote Ausonio; morì novantenne, sopravvivendo di trent'anni al figlio Emilio Magno Arborio. Sua moglie, il cui nome completo era Emilia Corinzia Maura, gli diede, oltre alla madre di Ausonio Emilia Eonia, anche le figlie Emilia Ilaria ed Emilia Driade.
Il padre di Ausonio, Giulio Ausonio, era nato a Bazas ma visse a Bordeaux, allora Burdigala, dove esercitava l'arte medica. Grazie all'intercessione del figlio sarà nominato dall'imperatore Graziano Prefetto del pretorio dell'Illirico. Morì quasi novantenne, riferisce il figlio, dopo aver «visto realizzare tutto quel che volle» nella moderazione dei suoi desideri. La madre di Ausonio sembra essersi occupata esclusivamente della famiglia; di lui si occupò anche la zia Emilia Ilaria.
Ausonio nacque intorno al 310, sotto l'imperatore Costantino I, in un periodo di tranquillità politica dopo i lunghi conflitti per il potere. Ebbe inoltre un fratello minore, Aviziano, morto prima di raggiungere la pubertà, che Ausonio commemora nei Parentalia. Cominciò gli studi a Bordeaux, dove imparò a leggere e a scrivere, studiando storia con il magister Stafilio e leggendo le opere di Varrone. Ebbe sempre difficoltà con il greco. Tredicenne, si trasferì a Tolosa alla scuola dello zio materno Arborio, che era allora la gloria della famiglia, per impararvi la retorica e l'eloquenza. Di origini curiali su entrambi i lati, Arborio insegnò retorica e diresse una scuola a Tolosa, dove ebbe grande fama come oratore e come avvocato nei tribunali della Narbonense e della Spagna, guadagnandovi anche l'amicizia dei fratelli di Costantino durante il loro esilio a Tolosa negli anni 320; passato poi a Costantinopoli, vi acquistò notevole ricchezza e vi fu nominato precettore di un Cesare (verosimilmente Costanzo o Costante); morì nella capitale d'Oriente, e il suo corpo fu fatto riportare in patria per la sepoltura per volontà dell'imperatore, presumibilmente lo stesso Costantino. Fu forse lui il retore Magno menzionato da Sidonio Apollinare (Ep., V, 10, 3). Quando Arborio fu chiamato a Costantinopoli, Ausonio completò la propria formazione retorica a Bordeaux sotto il maestro Minervio Alcimo.
Esercitò in un primo tempo l'avvocatura e a trent'anni divenne insegnante di retorica nella scuola che aveva frequentato nell'infanzia. Il suo allievo più noto fu Ponzio Anicio Meropio Paolino, futuro vescovo di Nola, al quale dedicherà in tarda età, dopo il 390, tre epistole in versi nelle quali sconsiglia a Paolino di dedicarsi alla vita contemplativa.
Ausonio era considerato uno degli uomini più dotti della sua epoca; così nel 365, dopo trent'anni d'insegnamento, l'imperatore Valentiniano I lo chiamò a Roma come precettore del figlio Graziano.

Per riconoscenza verso il maestro, Graziano lo insignì dei più alti titoli e dei maggiori onori. Ausonio fu comes e quaestor sacri palatii negli anni 375-376, sotto Valentiniano I e Graziano; divenne quindi Prefetto del pretorio delle Gallie nel 377-378, probabilmente già mentre il padre era ancora in vita, e collega prima di Esperio, suo stesso figlio; nel 378-379 fu poi Prefetto del pretorio delle Gallie, Italia e Africa, incarico affidatogli da Graziano dopo che l'Italia era stata sottratta a Claudio Antonio, ancora con Esperio come collega. Nel 379 Ausonio fu nominato console con Quinto Clodio Ermogeniano Olibrio, carica che lasciò per primo, cedendo il posto d'onore al collega. Prese parte alla campagna militare contro gli Alamanni e ottenne come premio una giovane sueba chiamata Bissula, alla quale dedicò successivamente un'opera poetica. Fu in questi anni di corte che strinse amicizia, dal 369, con Quinto Aurelio Simmaco, rapporto che si sarebbe rivelato reciprocamente proficuo. Nel 376 il figlio Esperio fu nominato proconsole d'Africa.
Sposò Attusia Lucana Sabina, dalla quale ebbe tre figli: Ausonio (l'omonimo nipote cui dedicò diversi componimenti), Decimio Ilariano Esperio e una figlia, il cui nome non è tramandato, che sposò dapprima Valerio Latino Euromio e poi Talassio.
Ritiratosi prima del 3 dicembre 379, quando Sibirio divenne Prefetto del pretorio delle Gallie ed Esperio proseguì come Prefetto d'Italia, Ausonio tornò a Burdigala e visse nella tenuta ereditata dal padre, situata "in Novaro pago". Fu a Treviri nel 383, quando, come egli stesso scrive, «suo padre, con i tempi tirannici, era rimasto a Treviri e il figlio era partito per la patria». Risulta ancora in vita nel 393. A questo periodo si fa risalire la sua conversione alla religione cristiana, secondo alcuni avvenuta invece durante il soggiorno a Treviri. Tuttavia questa conversione fu probabilmente solo un fatto superficiale e formale: radici troppo profonde avevano lasciato in lui la tradizione pagana della famiglia e l'eredità della tradizione classica che possedeva e cui era profondamente legato. Possedeva presso l'odierna Saint-Émilion una tenuta vinicola nota come Lucaniacus, identificata da alcuni studiosi con l'attuale Château Ausone, sebbene ricerche più recenti abbiano proposto in alternativa il sito dell'odierno Château La Gaffelière.
Morì nella sua città natale attorno al 395. Suo nipote, Paolino di Pella, fu a sua volta poeta; le sue opere testimoniano la devastazione che la Gallia di Ausonio avrebbe subito poco dopo la sua morte.
Ausonio fu autore di diversi opuscula in metro vario, a partire dalla Ephemeris Id Est Totius Diei Negotium, un poemetto sulla sua giornata; le Eclogae, una serie di diversi piccoli componimenti, spesso sotto forma di divertissement, come, ad esempio, monostici o distici sui mesi o sulle fatiche di Ercole; delle Precationes, preghiere lustrali rivolte al dio Giano; una Gratiarum Actio Dicta Domino Gratiano Augusto, in occasione della propria assunzione al consolato, in coppia con una oratio in versi ropalici; dei Versus Paschales Prosodici; un epicedio per la morte del padre; un poemetto su un proprio podere (De Herediolo); due componimenti al nipote (un liber Protrepticus e un Genethliacon Ad Ausonium Nepotem); 25 Epistulae; 114 epigrammi di vario argomento. A questo ambito personale, ancora, appartengono 32 epigrammi per i parenti (Parentalia), una Commemoratio Professorum Burdigalensium, 27 componimenti per i docenti di Bordeaux e i loro meriti retorici; degli Epitaphia (in numero di 35) per i morti in guerra a Troia, molti dei quali traduzioni/rielaborazioni di quelli del Peplo pseudo-aristotelico; un Ordo Urbium Nobilium, sulle città più celebri dell'impero
Il poema Mosella, minuzioso resoconto di viaggio in versi, è considerato da molti il suo capolavoro.
Al genere erudito appartengono i monostici e tetrastici dei Caesares, rielaborazione da Svetonio e autori posteriori sugli imperatori fino ad Elagabalo; 7 componimenti che celebrano le grazie della schiava Bissula; il Technopaegnion, una serie di versi in metri particolari; il Cento nuptialis, un epitalamio con versi desunti da Virgilio, spesso piegati in forma oscena. Un saggio di questa sua tecnica è, in particolare, il Ludus septem sapientium («Il divertimento dei sette sapienti»), in cui appare sulla scena un ludius (buffone), che recita le massime più note dei Sette Savi:
γνῶθι σεαυτόν, quod Latinum est: nosce te.
multi hoc Laconis esse Chilonis putant.
Spartane Chilon, sit tuum necne ambigunt,
quod iuxta fertur: ὅρα τέλος μακροῦ βίου,
finem intueri longae vitae qui iubes.
multi hoc Solonem dixe Croeso existimant
et Pittacum dixisse fama est Lesbium:
γίγνωσκε καιρόν; tempus ut noris iubet
sed καιρός iste tempestivum tempus est.
Bias Prieneus dixit: οἱ πλεῖστοι κακοί,
quod est Latinum: plures hominum sunt mali:
sed inperitos scito, quos dixit malos.
μελέτη τὸ πᾶν, Periandri id est Corinthii:
meditationem posse totum qui putat.
ἄριστον μέτρον esse dicit Lindius
Cleobulus; hoc est: optimus cunctis modus.
Thales sed ἐγγύα, πάρα δ᾽ ἄτα protulit.
Spondere qui nos, noxa quia praes est, vetat.
hoc nos monere faeneratis non placet.
γνῶθι σεαυτόν che in Latino significa: nosce te [ipsum].
Alcuni tuttavia affermano che questo sia un motto di Chilone.
O Chilone di Sparta, si dibatte però anche
Se tua sia quell'altra massima: ὅρα τέλος μακροῦ βίου,
dove tu comandi di attendere prima la fine di una lunga vita.
Molti dicono anche che questo disse Solone a Creso.
E [affermano] pure che Pittaco di Lesbo abbia detto:
γίγνωσκε καιρόν – comandando di conoscere il tempo;
o meglio καιρός, il “tempo tempestivo”, il momento giusto.
Biante di Priene disse: οἱ πλεῖστοι κακοί,
che in Latino si dice: plures hominum sunt mali;
ma sappi che chiama malvagi gli inesperti ignoranti.
E questo disse Periandro di Corinto:
μελέτη τὸ πᾶν, la riflessione può tutto.
ἄριστον μέτρον insegnava Cleobulo da Lindo,
ossia: optimus cunctis modus, ottima è la misura.
E Talete: ἐγγύα, πάρα δ᾽ ἄτα,
vieta di garantire, perché porta danno,
motto che certo dispiace a chi presta.
Ho detto, e mi ritiro: compare ora il legifero Solone!»
L'editio princeps, Venezia, Bartholomaeus Girardinus, 1472, è incompleta perché usò un manoscritto di classe Z, che rappresenta la più breve delle selezioni sopravvissute e che omette brani autobiografici e storici. Le prime aggiunte furono fatte nel 1490, quando Ferrario incluse una versione incompleta di Ordo urbium nobilium. Nel 1499 Ugoleto, che fu in grado di usare un manoscritto dalla più ricca selezione Y, aggiunse per la prima volta tra le altre opere, la Mosella ed il Ludus septem sapientum.
Le edizioni successive in incunabolo uscirono rispettivamente negli anni: 1490 (Milano; curata da Giulio Emilio Ferrario e stampata da Uldericus Scinzenzeler), 1494, 1496 (Venezia; una seconda uscita di Ferrario riveduta da Hieronymus Avantius) e 1499 (Parma, di Taddeo Ugoleto).
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