Realizzazione spirituale o realizzazione del Sé (in inglese Self-Realization) è una locuzione utilizzata in ambito spirituale, religioso, filosofico e psicologico per indicare, con significati differenti, il compimento delle potenzialità della persona o, in particolare, il riconoscimento della propria natura fondamentale (o autorealizzazione).
Il concetto trova origine nelle tradizioni filosofiche e religiose dell'India, dove assume significati diversi secondo le scuole e i periodi storici. Nell'induismo, è principalmente associato alla conoscenza dell'ātman (il Sé individuale), alla liberazione (mokṣa) e, in alcune tradizioni, al riconoscimento della non-dualità tra il Sé e la realtà ultima. Nell'Advaita Vedānta, ad esempio, la realizzazione consiste nella conoscenza dell'ātman come non distinto dal Brahman, la realtà ultima e universale. Altre correnti induiste pongono invece l'accento sul rapporto con la divinità, sulla devozione e sulle pratiche yogiche. Nel buddhismo, la realizzazione spirituale è descritta attraverso concetti quali non-sé (anātman), vacuità (śūnyatā) e risveglio (bodhi), anch'essi interpretati diversamente dalle varie scuole.

Nell'induismo, la realizzazione del Sé è associata in diverse tradizioni alla conoscenza dell'ātman, il principio cosciente o sé interiore. Il significato dell'ātman e il suo rapporto con la realtà ultima variano tuttavia tra le diverse scuole filosofiche indiane. Nelle Upaniṣad il sé individuale (ātman) viene identificato con il sé universale (brahman), e l'autorealizzazione è collegata alla liberazione (mokṣa).
In altre scuole dell'induismo l'ātman è invece concepito come principio individuale distinto, in misura diversa, dalla realtà suprema. Per questo motivo «realizzazione del Sé» non costituisce una dottrina univoca dell'induismo, ma un'espressione utilizzata per indicare esperienze e forme di conoscenza differenti.
Nelle tradizioni śaiva, la realizzazione spirituale è generalmente associata alla conoscenza della propria natura divina e al rapporto con Śiva. Nello scivaismo kashmiro, una delle principali tradizioni non dualiste dello śaivismo, la realizzazione consiste nel riconoscimento (pratyabhijñā) della propria identità con Śiva, concepito come coscienza ultima e realtà universale.

Nelle tradizioni śaiva la liberazione può essere collegata alla conoscenza, alla meditazione, alla grazia divina e a pratiche rituali e yogiche, con differenze significative tra le diverse scuole. Alcune tradizioni non dualiste concepiscono la realizzazione come il riconoscimento della coscienza divina già presente nell'individuo.
Nell'Advaita Vedānta, una delle principali scuole filosofiche del Vedānta, la realizzazione del Sé consiste nella conoscenza della non-dualità e dell'identità fondamentale tra ātman e Brahman. Secondo questa tradizione, l'ātman è pura coscienza e non è realmente distinto dal brahman, che costituisce la realtà ultima.
L'ignoranza (avidyā) fa apparire il sé individuale come distinto dalla realtà assoluta. La conoscenza dell'identità tra ātman e brahman dissolve tale ignoranza e conduce alla liberazione. La tradizione attribuisce un ruolo centrale a Śaṅkara, che sistematizzò l'Advaita Vedānta nell'VIII secolo.
La realizzazione può essere pertanto descritta, nella prospettiva dell'Advaita, come il riconoscimento diretto della natura non duale della realtà. Essa è associata alla mokṣa e, nelle concezioni della jīvanmukti, può essere raggiunta durante la vita.
Nel buddhismo il concetto di realizzazione del Sé assume un significato diverso da quello delle tradizioni induiste che postulano un ātman permanente. Gli insegnamenti buddhisti sull'anātman negano infatti l'esistenza di un sé individuale immutabile e indipendente. Per questo motivo l'espressione «realizzazione del Sé», se intesa come scoperta di un'entità permanente, non corrisponde alla dottrina buddhista.
Il concetto di vacuità (śūnyatā), sviluppato soprattutto nel buddhismo Mahāyāna, indica l'assenza di esistenza indipendente e intrinseca dei fenomeni. Nella filosofia di Nāgārjuna, la vacuità non costituisce una sostanza o una realtà separata, ma indica il carattere dipendente e non autonomo dei fenomeni.
Il fine del percorso buddhista è quindi generalmente espresso attraverso termini quali risveglio (bodhi) e nirvana, piuttosto che attraverso la realizzazione di un sé permanente. Alcune tradizioni mahāyāna, in particolare quelle che sviluppano la dottrina del tathāgatagarbha, parlano tuttavia di una natura di Buddha o di una potenzialità di risveglio presente in tutti gli esseri senzienti; tali dottrine sono state interpretate in modi differenti e non equivalgono necessariamente alla postulazione di un ātman permanente.
Nel sikhismo, la conoscenza di sé e la realizzazione spirituale sono associate alla purificazione dell'individuo dall'ego e alla conoscenza di Dio. Nel Guru Granth Sahib sono utilizzate espressioni quali ātam-cheene e āp pachhāṇe, riferite rispettivamente all'esame di sé e al riconoscimento della propria natura.
La pratica dell'esame interiore viene collegata alla meditazione sul Nome di Dio (nāma simrana) e all'insegnamento del Guru. Nella prospettiva sikh, la conoscenza di sé non costituisce quindi un semplice esercizio introspettivo, ma è inserita in un percorso religioso volto alla purificazione della mente e all'unione con il divino.
Guru Nanak esprime il rapporto tra conoscenza di sé e conoscenza divina attraverso diversi passi del Guru Granth Sahib, nei quali la conoscenza della propria natura è collegata all'immersione nella realtà divina.
Nel pensiero occidentale, il concetto di realizzazione del Sé è stato elaborato soprattutto nell'ambito della psicologia moderna, definendo l'autorealizzazione come la propensione dell'essere umano a realizzare le proprie potenzialità, sia attraverso la maturazione interiore, psichica ed emotiva, sia attraverso il comportamento esteriore. Il termine è pertanto vicino, ma non necessariamente identico, a quello di autoattualizzazione, sviluppato soprattutto dalla psicologia umanistica.
Il concetto è stato influenzato da differenti correnti della psicologia e della filosofia del XX secolo, tra cui la psicoanalisi, la psicologia analitica, la psicologia umanistica e, successivamente, gli approcci transpersonali. In tale contesto la realizzazione del Sé viene generalmente riferita alla conoscenza della propria personalità, all'integrazione dei diversi aspetti della psiche e allo sviluppo delle proprie potenzialità.

Carl Gustav Jung elaborò il concetto di individuazione, inteso come processo di sviluppo e integrazione della personalità attraverso il confronto con i contenuti inconsci. Nella concezione junghiana, il processo conduce a una maggiore integrazione della personalità e al rapporto tra l'Io e il Sé, inteso come centro e totalità della psiche.
Erik Erikson descrisse invece lo sviluppo della personalità attraverso l'intero arco della vita nella sua teoria dello sviluppo psicosociale, mentre Donald Winnicott introdusse la distinzione tra vero e falso Sé, riferita rispettivamente all'espressione spontanea e autentica della persona e agli adattamenti sviluppati in rapporto all'ambiente. Karen Horney distinse inoltre tra «Sé reale» e «Sé ideale», collegando la maturazione della persona alla possibilità di sviluppare le proprie potenzialità.
Nella psicologia umanistica, Abraham Maslow inserì l'autorealizzazione tra i bisogni superiori della sua teoria della motivazione e la collegò allo sviluppo delle capacità e delle potenzialità individuali.
Roberto Assagioli sviluppò infine la psicosintesi, un approccio psicologico che pone l'accento sulla consapevolezza di sé e sull'integrazione dei diversi aspetti della personalità. Assagioli concepiva la persona come una totalità bio-psico-spirituale e considerava il Sé come una dimensione superiore della personalità. La realizzazione, nella psicosintesi, è quindi concepita come un processo di sviluppo e integrazione e non come il raggiungimento di uno stato definitivo.
La Self-Realization Fellowship (SRF), fondata negli Stati Uniti nel 1920 da Paramahansa Yogananda, utilizza il termine «realizzazione del Sé» per indicare la conoscenza della propria natura spirituale e l'unione con Dio. L'organizzazione insegna pratiche di concentrazione e meditazione, tra cui il Kriyā Yoga, come strumenti per il percorso spirituale.
Nella terminologia della Self-Realization Fellowship il Sé indica l'ātman o anima in quanto espressione individualizzata dello Spirito universale. Yogananda descriveva quindi la realizzazione del Sé come la conoscenza, attraverso corpo, mente e anima, della propria unità con la presenza divina.
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