| Bacchidi | |
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| Commedia | |
| Autore | Tito Maccio Plauto |
| Titolo originale | Bacchides |
| Lingua originale | Latino |
| Genere | Palliata |
| Ambientazione | Ad Atene |
| Composto nel | metà del III secolo a.C. |
| Personaggi | |
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Bacchidi (Bacchides) è una commedia di Plauto scritta verso la seconda metà del III secolo a.C.
La commedia si basa su uno dei classici schemi della Palliata: due giovanotti sono innamorati di due meretrici, ma i loro genitori si oppongono; in loro aiuto accorre il servo furbo che risolverà la situazione. Ad ingarbugliare maggiormente la vicenda il nome identico, Bacchide, tra le due sorelle meretrici: sarà naturalmente causa momentanea di scontro tra i due giovanotti, che credono di competere per la stessa donna. La scena è ambientata ad Atene.
Questa commedia è l'unica superstite di cui si possegga, per una sezione, il testo del modello greco: il Dis exapaton ("Duplice ingannatore") di Menandro.
Altri personaggi secondari sono uno Schiavetto, un Parassita del soldato ed Artamone, un aguzzino di Nicobulo, chiamato dal vecchio per punire Crisalo.
Il testo arrivato fino ai nostri giorni manca dei primi 200 versi, quindi mancano sia l'argomento che il prologo dell'opera.
Ciò che dal seguito della commedia si può dedurre sulla porzione mancante, è che si presentasse l'inquadramento della vicenda: l'ateniese Mnesiloco, inviato da suo padre Filosseno a riscattare un debito a Efeso, vi si era innamorato di una cortigiana di nome Bacchide (II), la quale però è stata assoldata dal soldato Cleomaco e da lui condotta ad Atene, ove si ricongiunge con la sorella, anch'ella cortigiana e di nome Bacchide (I).
Arriva Pistoclero (adulescens), amico di Mnesiloco, che, dapprima distaccato, provoca le due sorelle criticandone la vita dissoluta. Ma alla fine le due ammaliatrici riescono a convincere il giovane a entrare in casa loro. Arriva però Lido, pedagogo di Pistoclero, che mette in guardia il suo allievo dall'amore per le donnine, ma Pistoclero è convinto ad entrare. I due entrano quindi nella casa delle Bacchidi.
Dialogo tra Crisalo (servo di Mnesiloco e suo alleato contro il padre), appena arrivato, e Pistoclero: il giovane gli comunica di aver ritrovato l'amata di Mnesiloco, il servo già escogita un piano a svantaggio del padrone per raggranellare la cauzione per Bacchide (II): 200 filippi d'oro. Andatosene Pistoclero, arriva suo padre Nicobulo; il servo, inventando, racconta al padre del suo padrone che parte dei soldi è rimasta ad Efeso, al sicuro nella casa di un sacerdote ed a disposizione del vecchio, avendo Archidamide, amico di Nicobulo, rifiutato di pagarli: in questo modo Mnesiloco potrà usare tutto il denaro a suo piacimento. Nicobulo se ne va in cerca del figlio.
Lido esce furioso dalla casa delle Bacchidi, intenzionato ad informare Filosseno, padre di Pistoclero, del comportamento del figlio. Arriva Mnesiloco, grato all'amico di cui tesse le lodi, ma si ricrede stupefatto davanti al racconto di Lido che trascina un riluttante Filosseno davanti alla casa delle Bacchidi: Pistoclero si lasciava andare a inequivocabili effusioni con una delle Bacchidi (la I). I due lasciano poi il giovane con il compito di riportare Pistoclero sulla retta via, ma Mnesiloco è furente perché crede ancora che vi sia una sola Bacchide. Il giovane decide di restituire i soldi al padre per non riscattare la meretrice, chiedendo però il perdono per Crisalo che ha agito su suo ordine. Quando arriva Pistoclero, Mnesiloco lo accusa, ma si deve ricredere vedendo che le Bacchidi sono due.
Arriva il parassita a reclamare i soldi per il suo padrone, Pistoclero lo caccia a male parole. Ora i due amici sono alle prese con il problema di recuperare il denaro. Sopraggiunge Crisalo, che trova subito l'inghippo ai danni di Nicobulo, che inizialmente non si fida di lui. All'arrivo del soldato Cleomaco, Crisalo riesce con l'inganno a far pagare al vecchio la cauzione per Bacchide (II). Rimasto solo, Crisalo si loda, paragonandosi agli Atridi e ad Ulisse, espugnatori della vecchia rocca di Troia. Alla fine il servo riesce a ricavare altri 200 filippi al padre del suo padrone. Come? Il servo racconta al padre di Mnesiloco che per zittire Bacchide e impedire che l'infamia dell'accaduto colpisca suo figlio servono questi altri 200 filippi. Intanto Filosseno è ormai convinto a passare sopra le scappatelle del figlio.
Nicobulo, ormai cosciente dello smacco subito, incontra Filosseno: insieme decidono di far visita alle Bacchidi per recuperare i loro figli. La storia ha un epilogo irriverente: anche i due vecchi finiscono nel cadere nelle trappole amorose delle due meretrici.
Spesso in Plauto ricorre l'espressione bacchae bacchanti per indicare un personaggio, quasi sempre una donna, in preda ad un delirio che non conosce ragioni esterne.
L'omofonia tra il nome delle due meretrici della commedia e i riti orgiastici molto in voga a Roma verso la metà del III secolo. Lo stesso Pistoclero dice (Bac. 55-56) a Bacchide di avere grande paura di lei e del suo baccanale, del quale si può scorgere una parodia nella commedia: l'iniziazione che vede protagonista il giovane nel primo atto, il grande spazio che acquista la descrizione degli ornamenti di Pistoclero e del suo carico di cibarie, vino e fiori poco dopo, e l'indignazione del severo pedagogo in apertura del terzo atto contro quei costumi dissoluti.
I culti bacchici avevano raggiunto una straordinaria partecipazione a Roma, tanto da diventare molto più simili ad un'orgia piuttosto che a un rito religioso, motivo per cui il senato li proibirà nel 186 a.C.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 174758507 · BAV 492/18349 · LCCN (EN) no2011022492 · GND (DE) 4295290-6 · BNE (ES) XX2036399 (data) · BNF (FR) cb13736270k (data) · J9U (EN, HE) 987007405133805171 |
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