| Odisseo (Ulisse) | |
|---|---|
| Saga | Ciclo troiano |
| Nome orig. | Ὀδυσσεύς (Odysseús) |
| 1ª app. in | Iliade di Omero, VIII secolo a.C. circa |
| Caratteristiche immaginarie | |
| Epiteto |
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| Sesso | Maschio |
| Luogo di nascita | Itaca |
| Professione | Re di Itaca |
Odisseo (pronuncia [odisˈsɛo] o [oˈdisseo]; in greco antico Ὀδυσσεύς?), più comunemente noto come Ulisse (pronuncia [uˈlisse]; dal latino Ulixēs), è un personaggio della mitologia greca, re di Itaca e protagonista dell'Odissea, poema omerico che gli dà il nome. Appare anche nell'Iliade e in altri testi del ciclo troiano.
Noto per la sua grande astuzia, impiegata per vincere i propri nemici o scampare da grandi pericoli, è un personaggio centrale della cultura occidentale che incarna il desiderio di scoperta e ricerca dell'ignoto, unitamente all'affermazione dell'ingegno e della ragione umana contro le forze ineluttabili del fato e degli dèi.
La forma Ὀδυσσεύς (Odysseús), con la variante Ὀδυσεύς (Odyséus), è propria della lingua epica e della tradizione che vi si rifà. Accanto a essa è documentata una serie di forme con laterale, Ὀλυσσεύς (Olysseús), Ὀλυσεύς (Olyseús), Ὀλυττεύς (Olytteús), Ὀλυτεύς (Olyteús) e Ὀλισεύς (Oliséus), note soprattutto da iscrizioni vascolari, mentre il grammatico Elio Erodiano riporta Οὐλιξεύς (Oulixeús); allo stesso gruppo appartiene il latino Ulixēs. La forma con dentale, osserva Robert S. P. Beekes, è assicurata soltanto dalla letteratura epica. Alla medesima base rimanda il derivato Ὀλισσεῖδαι (Olisseîdai), nome di una fratria attestato a Tebe e ad Argo.
Già i poeti epici collegarono il nome al verbo ὀδύσσομαι (odýssomai), «adirarsi, essere in collera con qualcuno»: nel XIX libro dell'Odissea è il nonno materno Autolico a imporlo al nipote.
Il valore da attribuire al participio ὀδυσσάμενος (odys(s)ámenos) del verso 407, riferito ad Autolico, è discusso, e con esso il senso del nome che ne deriva.
Che si trattasse di un gioco etimologico e non di una vera derivazione era chiaro già nell'antichità: la Vita di Sofocle osserva che il tragico, sulla scia di Omero, paretimologizza il nome dell'eroe. Sofocle lo riprende infatti in un frammento da dramma ignoto in cui Odisseo dichiara di portare a buon diritto un nome che viene dai mali, perché molti nemici si adirarono contro di lui: rispetto al modello omerico l'azione dell'odiare passa dal nonno ai nemici, e l'eroe diventa oggetto e non soggetto dell'avversione. L'imposizione del nome non è del resto un episodio isolato: il verbo ὀδύσσομαι (odýssomai) torna in altri luoghi del poema riferito all'ira degli dèi contro l'eroe, e a un gioco analogo si presta il verbo ὀδύρομαι (odýromai), «lamentarsi». Sul piano linguistico si tratta comunque di accostamenti paretimologici e non di derivazioni.
L'etimologia del nome resta ignota. Fra Ottocento e Novecento sono state proposte un'origine illirico-epirota, una continentale e una microasiatica, quest'ultima sostenuta soprattutto da Paul Kretschmer, che faceva di Odisseo un eroe anatolico; sono stati inoltre tentati un accostamento al nome del nonno materno Αὐτόλυκος (Autólykos) e, più tardi, uno a ὀλίγος (olígos). Beekes giudica dubbio il primo di questi due accostamenti ed errato il secondo, e conclude che il nome è di tipo pregreco proprio in ragione dell'alto numero di varianti.
Secondo un'impostazione ripresa da Daniele F. Maras, la forma con laterale sarebbe la più antica, e quella con dentale un adattamento paretimologico, secondario e recenziore, prodotto dai poeti epici per accostare il nome a ὀδύσσομαι (odýssomai) e farne un nome parlante; la forma con laterale sarebbe sopravvissuta nelle iscrizioni dialettali. I confronti migliori per la base onomastica sono stati cercati nei toponimi pregreci Ὄλυμπος (Ólympos) e Ὄλυνθος (Ólynthos), mentre l'oscillazione fra dentale e laterale è stata ricondotta a un'incertezza di fondo del sostrato mediterraneo.
Il latino Ulixēs, la cui prima attestazione letteraria è nell'Odusia di Livio Andronico, non deriva dalla forma epica con dentale ma da una forma greca con laterale, ricostruita come *Olixes: è modellato cioè sul nome quale circolava nella tradizione non omerica, forse per il tramite del teatro. La grafia Ulyssēs, rifatta sul greco Ὀδυσσεύς, è più tarda e meno frequente in età classica.
In Etruria il nome dell'eroe è documentato in una serie di varianti: utuse, utuśe, utuze, utzte, uθste, uθuste, uθuze. Nella documentazione figurata esse compaiono come didascalie accanto a rappresentazioni di Odisseo su scarabei, specchi e urnette, fra il V e il II secolo a.C.
L'ingresso del nome nella lingua etrusca è però assai più antico. Su un aryballos di bucchero dalla necropoli di Volusia, in territorio veiente, databile alla fine del VII secolo a.C., è stata riconosciuta la sequenza uθuzteθs, interpretata come derivato genealogico corrispondente a un greco *ὀδυσσεΐδας, cioè «discendente di Odisseo»; accanto a essa compare vuvze, nome di origine umbra, e all'influenza dell'umbro è ricondotta anche l'uscita anomala della prima parola. Secondo Daniele F. Maras si tratta di un soprannome, o di una vanteria dell'artigiano che incise il vaso, forse in senso ironico: l'impiego di un termine genealogico del mito greco in un contesto di onomastica personale di condizione modesta non può essere messo in relazione con rapporti di discendenza reali o creduti tali, e va inteso come una nobilitazione scherzosa. Il valore dell'attestazione sta altrove, cioè nel documentare che alla fine del VII secolo le vicende dell'eroe erano già note in ambiente etrusco-umbro, nella media valle del Tevere. Sulla base di questa attestazione si ammettono due prestiti distinti: uno più antico, all'origine delle forme in -ste, risalente alla fine del VII secolo e probabilmente mutuato da un dialetto greco ionico, e uno successivo, documentato dal V secolo, all'origine della forma utuse, che non soppianta mai del tutto la precedente.
A differenza del latino, il nome etrusco fu dunque mutuato dalla forma con dentale, cioè da quella propria della tradizione epica omerica.
Figlio di Laerte e Anticlea, dunque nipote di Arcesio e Autolico e di conseguenza pronipote del dio Ermes, nonostante nell'Odissea non se ne faccia mai accenno. Sposò Penelope, da cui ebbe il figlio Telemaco e, secondo fonti non omeriche, anche Poliporte e Arcesilao. Secondo il poema perduto Telegonia, da Circe ebbe il figlio Telegono.
Secondo altre versioni era figlio di Sisifo, che lo generò con Anticlea prima che quest'ultima si unisse a Laerte.
Odisseo aveva consultato un oracolo dal quale era stato ammonito che, se fosse partito per la città di Troia, sarebbe tornato in patria solo dopo vent'anni e in condizioni di miseria. In seguito, quando Agamennone, accompagnato da Menelao e Palamede, fece visita all'eroe per convocarlo in onore del solenne giuramento che aveva pronunciato sulle carni di cavallo, Odisseo architettò di giustificare la sua riluttanza alla guerra fingendosi pazzo. Fu sorpreso, infatti, con un cappello da contadino a forma di mezzo uovo mentre arava un campo, pungolando un asino e un bue aggiogati insieme e lanciandosi alle spalle manciate di sale. Palamede, per verificare la sanità dell'uomo, strappò suo figlio Telemaco dalle braccia della madre e lo posò per terra, davanti alle zampe delle bestie aggiogate all'aratro; Odisseo subito arretrò tirando le redini per risparmiare il figlio, smascherando così la sua macchinazione, e cedette ad arruolarsi nella spedizione.

Il mito narra che è Ulisse a escogitare l'idea del cavallo di Troia per fare breccia nelle mura ed entrare in città, tuttavia esistono diverse versioni di tale racconto:

Odisseo, affezionato alla sua terra, vorrebbe ritornare agli affetti familiari e alla nativa Itaca dopo i dieci anni passati a Troia a causa della guerra, ma l'odio di un dio avverso, Poseidone, glielo impedisce. Costretto da continui incidenti e incredibili peripezie, dopo altri dieci anni, grazie anche all'aiuto della dea Atena, riesce a portare a compimento il proprio ritorno a casa.
Le tappe del ritorno (in greco νόστος nòstos) sono dodici, numero degli insiemi perfetti. Si alternano tappe in cui l'insidia è manifesta (mostruosità, aggressione, morte) a tappe in cui l'insidia è solo latente: un'ospitalità che nasconde un pericolo, un divieto da non infrangere. Ulisse continua a non riuscire a tornare a Itaca perché il dio Poseidone, adirato con lui, gli scatena contro venti furiosi, continui naufragi e pericolosi approdi in altre terre.
Dopo la partenza da Troia, Ulisse fa tappa a Ismaro, nella terra dei Ciconi (in greco, Kìkones), e li attacca per fare bottino. Qui risparmia Marone, sacerdote di Apollo, che gli dona del vino forte e dolcissimo che gli tornerà utile nella grotta di Polifemo.
Seconda tappa nella terra dei Lotofagi, cioè mangiatori di loto. Essi sono ospitali ma insidiosi: offrono infatti ai compagni di Ulisse il loto, un frutto che fa dimenticare il ritorno, costringendo l'eroe a legarli e a trascinarli a forza sulle navi.
Ulisse, insieme ai suoi compagni, approda su un'isola abitata dalle ninfe. Ulisse vuole andare a chiedere ospitalità in un'isola vicina e porta con sé una nave e alcuni suoi compagni. Giungono nella grotta di Polifemo, che nel frattempo è uscito a pascolare le pecore, e la trovano con i graticci pieni di formaggi enormi e il latte appena munto. I compagni pregano Ulisse di prendere i formaggi, rimettersi in mare e scappare, ma l'eroe vuole ricevere i doni dell'ospitalità. Polifemo ritorna: è orrendo, un gigante con un solo occhio in mezzo alla fronte. Quando li vede sta preparando la sua cena, e allora prende due compagni di Odisseo e li divora. Poi si mette a dormire, così Ulisse medita come scappare da quella disavventura.
Inizialmente pensa di estrarre la spada e così ucciderlo, ma poi riflette che in quel modo sarebbero morti anche loro, perché nessuno poteva smuovere il grande macigno che il ciclope aveva posto davanti alla porta. Poi vede un ramo d'ulivo, gigantesco, ancora verde, che a lui pareva l'albero di una nave da venti remi e che Polifemo aveva conservato per farne un bastone. Ordina ai compagni di tagliarne un pezzo e intanto lui lo appuntisce. La sera dopo l'eroe offre al ciclope il vino che gli aveva donato Marone. Polifemo, contento del vino offerto, chiede poi a Ulisse il suo nome. L'eroe acheo risponde che il suo nome è "Nessuno" (in greco antico "Οὔτις", Outis). Il ciclope si addormenta, ubriaco a causa del potente vino bevuto, e Ulisse e i compagni colgono l'occasione: prendono il ramo, fanno diventare incandescente la punta dell'ulivo e accecano l'unico occhio del ciclope. Il gigante urla di dolore e gli altri due fratelli di Polifemo accorrono, ma ritornano indietro quando il ciclope dice: "Nessuno, amici, mi uccide con l'inganno e non con la forza". La mattina dopo Polifemo fa uscire a pascolare le sue pecore, ma per evitare che qualcuno fugga, stende le mani in modo da tastare il vello delle pecore. Allora l'eroe e i suoi compagni si legano sotto dei montoni, riuscendo così a sfuggire.
Ulisse giunge quindi nell'isola di Eolo, che era il potente Dio dei venti, da cui viene ospitalmente accolto per un mese, ricevendo in dono l'otre dei venti, accompagnato da un divieto da non infrangere: nessuno dovrà aprire l'otre. Saranno i compagni però che, invidiosi del dono dell'ospite, ormai in prossimità di Itaca, approfittando del sonno di Ulisse, apriranno l'otre scatenando i venti che risospingeranno la nave al largo.
Quinta tappa presso i Lestrigoni, giganti mostruosi quasi quanto i ciclopi. Anche qui Ulisse perde alcuni compagni e i giganti bersagliano la sua flotta abbattendo undici navi. Solo quella dell'eroe si salva.
Giunge poi nell'isola di Circe, una dea che trasforma i compagni di Ulisse in porci. Grazie all'aiuto di Ermes, che gli dà una misteriosa erba quale antidoto alla maledizione della dea, l'eroe riesce a evitare l'insidia e costringe Circe a restituire ai compagni sembianze umane. Dopo essersi fermato un anno da Circe, Ulisse si dirige verso il regno dei morti per interrogare l'indovino Tiresia per avere informazioni sul suo futuro. Lì incontra le anime dei morti tra cui la madre Anticlea morta di crepacuore e interroga l'indovino Tiresia. Quindi torna da Circe che lo consiglia sulla rotta da seguire, su come comportarsi con le Sirene, Scilla e Cariddi, e lo invita a guardarsi dal toccare le vacche sacre del dio del sole.
Rimessosi in rotta, Odisseo se la vede con le pericolose sirene; allora, seguendo il consiglio datogli da Circe prima della partenza, tappa le orecchie ai compagni e si fa legare all'albero maestro della nave per udire il loro canto, che trae a morte certa tutti coloro che le ascoltano. Superato lo scoglio delle sirene, Ulisse si dirige verso lo stretto di Messina.
Ulisse tenta di superare i mostri Scilla e Cariddi, evitando la rotta alternativa verso le Simplegadi che Circe gli ha sconsigliato. La dea lo ha anche avvertito di non armarsi in presenza di Scilla, ma Ulisse dimentica il suo monito. Inoltre, per non atterrire troppo i compagni, l'eroe parla loro della sola Cariddi. Scilla mangia sei dei compagni di Ulisse, mentre Cariddi risucchia le acque. Dopo aver affrontato i due mostri, Odisseo, approdato coi compagni superstiti sull'isola di Trinacria, non riesce a frenare la voglia dei compagni di banchettare con le invitanti mucche di Elio. Anche se è molto preoccupato, Odisseo riparte insieme ai compagni ma gli dei arrabbiati con i suoi compagni che avevano ucciso le vacche sacre scatenano una terribile tempesta che affondando la nave fa annegare tutti i marinai tranne Odisseo.


Scampato alla tempesta, riesce a raggiungere con le sue ultime forze l'isola di Ogigia dove sviene e viene salvato dalla ninfa Calipso che si prende cura di lui. Calipso si innamora perdutamente dell'eroe, cercando in tutti i modi di trattenerlo, anche quando, dopo sette anni di "prigionia" lontano da casa, Ermes si reca ad avvisare la ninfa di lasciare Ulisse, il quale, costruita una barca, parte per Itaca, ma a un passo dalla terra natia viene fermato da Poseidone. Odisseo riesce in seguito ad approdare grazie all'aiuto della dea marina Ino in una terra sconosciuta, quella dei Feaci.

Finalmente dopo sette anni Odisseo riuscì a ripartire ma Poseidone furioso scatena una terribile tempesta. Ulisse naufrago con tutte le sue forze nuota e raggiunge l'isola di Scheria, dove cade a terra e si addormenta stremato dalla fatica. Il giorno dopo viene svegliato da alcune voci e curioso esce dal suo nascondiglio. Le ancelle scappano terrorizzate ma la principessa Nausicaa lo aiuta e lo guida alla corte di suo padre dove viene accolto dal re Alcinoo. Lì viene ospitato e dopo aver raccontato la sua storia viene aiutato dai sovrani che talmente commossi lo aiutano a tornare a Itaca.
Quando arrivò a Itaca, con l'aiuto di Atena Odisseo si travestì da mendicante e venne riconosciuto solo dal suo ormai anziano cane Argo, che morì poco dopo, e dalla sua vecchia nutrice Euriclea, cui Odisseo intima il silenzio. In seguito si fece ospitare da Eumeo e, dopo essersi rivelato al figlio Telemaco e a Eumeo stesso, si recò alla propria reggia spacciandosi per un mendicante. Qui, schernito dai pretendenti (i Proci), Odisseo partecipa alla gara di arco organizzata da Penelope, che aveva promesso di consegnarsi in sposa a colui che sarebbe riuscito a scoccare una freccia dall'arco del marito facendola passare per le fessure di dodici scuri allineate. Nessuno dei pretendenti riuscì anche solo a tendere l'arco, e così Odisseo chiese di poter fare un tentativo. Sotto gli occhi torvi dei Proci, Odisseo riesce perfettamente nell'impresa di tendere l'arco e scoccare. A questo punto, compie la sua vendetta che aveva preparato con Eumeo, Filezio e il figlio, togliendo tutte le armi ai Proci per poi ucciderli. Euriclea andò a chiamare Penelope per dirle che Odisseo non era morto; quando lei lo vide non disse niente, non si convinceva che fosse suo marito, perciò venne rimproverata da Telemaco e si decise a sottoporlo alla prova del talamo nuziale, chiedendogli di spostarlo. Lui, avendolo intagliato in un ulivo ancora in vita, spiegò che non poteva essere spostato dalla stanza in cui era custodito: Penelope riconobbe il marito e lo strinse forte piangendo.

Nel libro undicesimo dell'Odissea, l'indovino Tiresia predice il futuro del re itachese: infatti gli profetizza una morte "Ex halos” (l'espressione significa letteralmente fuori/dal sale, ma questo termine in poesia, se al femminile, può significare anche mare), che vuol dire "dal mare" o "lontano dal mare". Una volta uccisi i Proci, ripartirà verso terre lontane, ai confini del regno di Poseidone, ossia oltre le Colonne d'Ercole. Giungerà a una terra dove non si conoscono il mare e le navi e dove non si condiscono i cibi con il sale. Quando un viandante scambierà il remo di Ulisse per un ventilabro (strumento agricolo consistente in una pala di legno con cui si ventilava il grano sull'aia, allo scopo di separarlo dalla pula) potrà fermarsi, piantare il remo e offrire sacrifici a Poseidone. Tornerà quindi a Itaca, offrirà sacrifici a tutti gli dei e una lieta morte verrà dal mare durante una serena vecchiaia, circondato da popoli pacificati.
Le ulteriori peregrinazioni di Ulisse e la sua morte sono state trattate in canti epici che non ci sono pervenuti. Per questo, diversi scrittori hanno ipotizzato la possibile morte di Ulisse. Letteratura (antica e moderna) e miti ci narrano sei diverse versioni sulla morte di Ulisse:
Nell'arte greca, le prime raffigurazioni di Odisseo sono di pittori vascolari del periodo orientalizzante, inizio del VII secolo a.C., dunque immediatamente successive la composizione dell'Odissea stessa. Nelle loro opere la più rappresentata è la scena dell'accecamento di Polifemo da parte di Odisseo e dei suoi compagni, episodio che più di altri evidenzia l'astuzia e l'intelligenza dell'eroe, per cui si vede come sin dall'inizio l'arte figurativa interpreti correttamente la figura di Odisseo, secondo la lettura che ne verrà data nei secoli successivi. In quanto a frequenza di attestazione, poi, per secondo viene l'incontro con Scilla, il peggior pericolo forse tra quelli effettivamente corsi da Odisseo durante le sue peregrinazioni e per terzo, infine, quello con le sirene, simbolo per eccellenza del potere della seduzione della conoscenza.
Dopo l'età protogreca le raffigurazioni del mito di Odisseo, comparse, come s'è detto, improvvisamente e massicciamente nella pittura vascolare e in quella minore nella prima metà del VII secolo a.C., si interrompono quasi del tutto. Per l'età classica ci è pervenuto un solo esempio, un cratere italico del tardo V secolo a.C., che però si riferisce non al testo omerico ma a Il Ciclope, il dramma satiresco di Euripide. Il tema diventerà nuovamente fiorente solo in età ellenistica, per poi diventare una tra le fonti di maggiore ispirazione per l'arte romana.
Ulisse è, per antonomasia, l'uomo esploratore dell'ignoto. James Joyce prende a modello la sua figura e la sua storia per il suo romanzo, l'Ulisse. Ugo Foscolo vide nel proprio destino di esule somiglianze con quello dell'eroe omerico. Guido Gozzano, in piena polemica antidannunziana, lo presenta ironicamente come una specie di moderno "viveur", con il nome di Re-di-Tempeste (L'ipotesi, 1907).
Nell'Iliade Ulisse non ha un ruolo molto importante, anche se il poeta non manca di sottolineare il suo valore bellico. Nel quinto libro, dopo aver assistito alla morte di Tlepolemo per mano di Sarpedonte, egli decide di non inseguire l'assassino del suo compagno, ma di attaccare gli altri guerrieri lici, uccidendo Cerano, Alastore, Cromio, Alcandro, Alio, Noemone e Pritani. In seguito Ulisse lo si vede per lo più a fianco di Diomede, ed è con lui che compie le imprese più note: nel decimo libro, i due assaltano il campo dei Traci, con Diomede che sgozza i nemici addormentati e Ulisse che gli copre le spalle: nell'undicesimo, Ulisse colpisce a morte il giovane Molione, valletto e auriga del re asiatico Timbreo, ucciso poco prima da Diomede. Egli è anche, insieme ad Agamennone, Diomede, Aiace Telamonio, Aiace Oileo, Idomeneo, Merione, Euripilo e Toante, tra coloro che si offrono di affrontare Ettore in duello. In seguito durante i giochi funebri in onore di Patroclo, Odisseo partecipa alla gara di lotta affrontando Aiace Telamonio. Ulisse riesce a tenere testa ad Aiace grazie alla sua astuzia, ma Achille ferma la gara assegnando la vittoria a entrambi. Inoltre partecipa anche alla gara di corsa insieme ad Aiace Oileo e Antiloco; ottiene la vittoria grazie all'aiuto di Atena.

L'Odissea è uno dei nostoi (o ritorni) che raccontano le avventure degli eroi omerici dopo la guerra, ma tra tutti questi poemi (in principio trasmessi oralmente) è certamente il più famoso. La fama del poema è certamente legata al suo personaggio principale che rappresenta, anche secondo la nozione comune, l'uomo moderno. Una caratteristica di Ulisse è certamente la tradizionale καλοκαγαθία (=benignità) eroica, l'essere di bell'aspetto ed eticamente virtuoso, cui aggiunge uno straordinario senso pratico e una grande curiosità che, unita al suo incredibile ingegno, lo rendono capace di risolvere ogni ostacolo con successo.
Si deve inoltre ricordare che Ulisse nel suo viaggio all'interno dell'Ade incontra anche la madre, morta di dolore dopo la partenza del figlio per la guerra. Odisseo vede poi amici e personaggi illustri (come Achille, il giudice Minosse, Orione): vede anche i dannati, come Tantalo e Sisifo. Tuttavia le anime che Ulisse incontra nell'Ade sono prive di vera e propria forza interiore, sono prive di ricordi, sono ombre presentate sotto forma di sogni. Esse infatti hanno bisogno di sangue (ed è per questo che Circe dona a Ulisse e ai suoi compagni un agnello e una pecora nera da sacrificare) per ricordare le loro vite passate, e le rimpiangono amaramente. Anche per questo l'Odissea può essere considerata un "proseguimento dell'Iliade": alla morte di personaggi illustri come Achille, Ettore o Patroclo, i nemici o gli eroi stessi annunciano il rimpianto, molto diverso dalla nostra concezione di morte attuale, l'andare in un mondo migliore, onore concesso solo a pochi fortunati parenti, amici o umani amati dagli dei.
I morti rimpiangono la luce del sole perché è la cosa che ricorda più ai defunti la vita, l'amore, la vendetta, gli istinti primordiali dell'uomo. La madre e la moglie di Ulisse sono intese come persone "buone" e molto legate alla famiglia per fedeltà e forza d'animo, così come nell'Iliade lo sono la madre e la moglie di Ettore, Ecuba e Andromaca, che mal sopportano la morte di Ettore ma continuano la loro vita, amaramente.
Nella tragedia di Sofocle Aiace, che prende il nome dal protagonista, Ulisse è colui che con Agamennone e Menelao ha suscitato l'ira, e con essa la follia di Aiace. La tragedia ha infatti inizio con Aiace che ha trucidato di notte un intero gregge di pecore, credendole soldati greci a causa di un inganno di Atena, perché voleva vendicarsi della decisione da parte dei due Atridi di assegnare a Ulisse, piuttosto che a lui, le armi del defunto Achille.
Tuttavia in questa tragedia Ulisse ha un ruolo quasi marginale, ma alla fine è lui a intervenire nella lite fra Teucro (figlio di Telamone e fratellastro di Aiace) che voleva seppellire il corpo del fratellastro suicida, e i due capi Atridi che volevano invece negare al cadavere la sepoltura per punirlo del tentato eccidio. Ulisse infatti entra in scena e con poche parole riesce a convincere Agamennone a lasciare che Aiace venga sepolto in virtù dei suoi meriti e del suo passato apporto all'esercito greco. Teucro tuttavia non gli permetterà di partecipare alla sepoltura, come egli avrebbe invece voluto, per non fare cosa sgradita al defunto.
Va ricordato inoltre che nell'Odissea (Libro XI), quando Ulisse andrà nel regno dell'Ade e incontrerà fra gli altri personaggi Aiace, costui si rifiuterà orgogliosamente di rivolgergli la parola e riappacificarsi con lui.
Nel poema virgiliano Ulisse compare in carne e ossa nel libro II: calatosi dal cavallo di legno con molti altri Achei, entra in Troia, dove ferisce Pelia, un amico di Enea. Nel libro VI si scoprirà anche che durante la presa della città egli ha fatto irruzione insieme a Menelao nella casa di Deifobo, come narrato dalla stessa vittima (incontrata da Enea nell'Ade); che però non rivela il nome del suo assassino.
Nel ventiseiesimo canto dell'Inferno Ulisse è condannato assieme a Diomede nella bolgia dei consiglieri di frode a causa degli inganni perpetrati (il cavallo di Troia, quello ai danni di Achille e il furto del Palladio) e ne viene anche narrata la morte: incapace di frenare la sua smania di conoscenza, Ulisse spinse i suoi compagni oltre le colonne d'Ercole naufragando poco prima di poter sbarcare sull'isola nella quale si trova la montagna del Purgatorio. Per Dante il "folle volo" rappresenta la volontà di superare i limiti della finitezza umana senza però il sostegno della Grazia divina in una sorta di ribellione contro l'ordine stabilito da Dio: Ulisse è perciò un magnanimo che però, oltre ad aver provocato con le sue menzogne dolore e sofferenza, vuole farsi simile a Dio stesso dimenticando di essere un semplice uomo ed esaltando la propria intelligenza al punto di trasformare ciò che è positivo (il desiderio di seguire "virtute e canoscenza") in un'irragionevole negazione di ogni limite.
Il poema Ulysses di Alfred Tennyson (pubblicato nel 1842) presenta un re anziano che ha visto troppi eventi del mondo per essere felice di stare seduto su un trono a oziare. Lasciando il compito di civilizzare il suo popolo al figlio, riunisce una banda di vecchi compagni “per navigare oltre il tramonto” ("to sail beyond the sunset").
Ugo Foscolo nel sonetto A Zacinto fa di Ulisse la metafora della condizione umana e dell'esilio. Giovanni Pascoli nella poesia L'ultimo viaggio che fa parte dei Poemi conviviali, interpreta Ulisse in chiave moderna come un personaggio triste e deluso, pieno di dubbi, alla ricerca della propria identità, con la sempre presente ansia di cogliere il vero senso delle cose. L'Ulisse pascoliano afferma che "Il mio sogno non era altro che sogno, e vento e fumo". Poi la sua nave naufraga. Il passato riserva solo sogni, e l'unica realtà per l'uomo è la perenne attualità del morire, un annullamento definitivo nel silenzio della morte.
Gabriele D'Annunzio vede nell'eroe omerico il modello di superuomo che egli stesso vorrebbe incarnare. Nel primo libro delle Laudi il poeta immagina di incontrare l'eroe omerico che naviga nel mar Jonio in solitudine, sprezzante del pericolo, eroe che naviga verso la pienezza radiosa della vita. Guido Gozzano nella poesia L'ipotesi fa una parodia di Odisseo. Qui è diventato un playboy con un moderno yacht che tocca con "liete brigate" varie spiagge del mar Mediterraneo ove si trovano donne di facili costumi. Si tratta di una dissacrazione dell'aristocratico Ulisse - superuomo dannunziano.
Il navigare come metafora della vita è il tema dell'Ulisse in Umberto Saba e James Joyce. Saba nella poesia Ulisse con cui termina la raccolta Mediterranee, interpreta il mito di Odisseo come una costante disponibilità agli impulsi del profondo, in solitudine e dolore, praticamente incapace di concludere l'ultimo momento dell'esistenza, la morte. L'ulissismo di Saba si rifà a quello di Joyce, autore del romanzo Ulisse, il cui protagonista, Leopold Bloom, è un antieroe che, con una inversione ironica, vive in un solo giorno le ventennali peregrinazioni dell'Ulisse omerico, e diventa emblema delle virtù e dei vizi umani.
I poeti greci dell'Ottocento e del Novecento riprendono il mito di Odisseo. In Ghiorgos Seferis l'ulissismo diviene simbolo delle vicende personali dell'autore e della storia della Grecia con tutte le sofferenze della stirpe greca per secoli assoggettata al dominio dei Turchi Ottomani, nonché il desiderio nostalgico del nostos, il ritorno in patria (il poeta stesso conobbe l'esilio). Kostantinos Kavafis nella poesia Itaca mostra invece il viaggio verso l'isola come metafora del viaggio della vita di cui dovrà assaporare tutte le esperienze, senza temere delusioni e dolori e arricchendosi di nuove conoscenze ed esperienze.
Il cantautore e scrittore italiano Francesco Guccini ha dedicato a Ulisse la canzone "Odysseus", compresa nell'album Ritratti. Il testo riprende molti stilemi della tradizione letteraria. Ad esempio, il verso "E i remi mutai in ali al folle volo / Oltre l'umano" richiama Dante, Inferno, Inferno XXVI, 125: "de’ remi facemmo ali al folle volo".
La prima trasposizione cinematografica delle gesta dell'eroe greco risale al 1911 per opera di Giuseppe de Liguoro. Nel 1954 arrivò sul grande schermo il film Ulisse, con l'interpretazione di Kirk Douglas, e con Silvana Mangano nel ruolo di Penelope, sotto la regia di Mario Camerini, ma si tratta di una realizzazione con una scarsissima aderenza al testo omerico. Nel 2004 Ulisse compare come personaggio secondario nel film colossal epico Troy di Wolfgang Petersen, interpretato da Sean Bean.
Diverso è il caso dello sceneggiato televisivo Rai Odissea (1968), regia di Franco Rossi, con Bekim Fehmiu e Irene Papas. A parte qualche eccezione, questa trasposizione televisiva del poema riassume per intero e in modo fedele la storia narrata da Omero.
Un altro esempio di contrasto con l'epopea omerica è invece la miniserie televisiva L'Odissea (1997) di Andrej Končalovskij, interpretata - fra gli altri - da Armand Assante, nella parte del protagonista, Greta Scacchi, Isabella Rossellini, e di nuovo Irene Papas, e che aggiunge elementi di altri poemi epici.
Nel 1998, Mondo TV produce, per la regia di Peter Choi, un lungometraggio d'animazione, dal titolo Ulisse.
Canale 5, nel 1991, ha realizzato una versione musical in chiave comica de L'Odissea, con la regia di Beppe Recchia.
Un altro Ulisse, in chiave di parodia è stato quello rappresentato nel 1964 dal Quartetto Cetra in Biblioteca di Studio Uno.
Nel luglio 2012 su Rai 2 è andato in onda un cartone animato intitolato Ulisse. Il mio nome è Nessuno che, pur raccontando le peripezie dell'eroe greco, introduce avvenimenti o personaggi inesistenti nel poema di Omero.
Nello stesso anno lo scrittore Valerio Massimo Manfredi ha pubblicato un romanzo con un titolo molto simile: Il mio nome è Nessuno.
Nel 2025 esce nelle sale cinematografiche italiane il film Itaca - Il ritorno, con la regia di Uberto Pasolini: il film affronta l'arrivo dell'eroe omerico ad Itaca e la vendetta contro i Proci. Ulisse è interpretato da Ralph Fiennes.
Nel 2026 esce il primo adattamento americano del poema, dal titolo Odissea. Girato in varie parti del mondo, incluse le isole Eolie ed Egadi, il film è stato scritto, diretto e co-prodotto da Christopher Nolan. Ulisse è interpretato da Matt Damon.
Dopo un'appassionata ricerca che perdurava da 16 anni, un'équipe dell'università greca di Ioannina, guidata dal prof. Athanasios Papadopulos, ha trovato nel 2010 quelle che ritiene essere le tracce del palazzo dell'eroe omerico. A conferma del valore storico del racconto di Omero, il luogo del ritrovamento è Exogi, nel nord dell'isola di Itaca.
Gli indizi sull'identità del palazzo sono molteplici, tra i quali in particolare rilevano la forma del palazzo, simile ad altri palazzi regi micenei, alcuni manufatti ritrovati e una fontana databile intorno al XIII secolo a.C. Gli esperti italiani che hanno commentato la notizia sono cauti, ma concordano sull'importanza della certezza di un palazzo regio nell'isola.
Più incline a dar credito alla convinzione del collega greco è lo storico Luciano Canfora, che sottolinea l'attendibilità storica dei poemi omerici in genere.
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