| Efesto | |
|---|---|
| Nome orig. | Ἥφαιστος (Hḗphaistos) |
| Lingua orig. | Greco antico |
| Caratteristiche immaginarie | |
| Specie | divinità |
| Sesso | maschio |
| Luogo di nascita | Olimpo |
| Professione | dio del fuoco, della metallurgia, dell'ingegneria e della scultura |
| Affiliazione | Dei olimpici |
Efesto (in greco antico Ἥφαιστος?, Hèphaistos) è un personaggio della mitologia greca. Fu il dio del fuoco, delle fucine, dell'ingegneria, della scultura e della metallurgia. Il suo corrispondente nella mitologia romana è Vulcano.
Il nome Efesto (in greco antico: Ἥφαιστος, Hḗphaistos) è di origine antichissima e preellenica. Attestazioni del nome sono state rintracciate già nelle tavolette in scrittura lineare B di epoca micenea, nella forma a-pa-i-ti-jo.
Dal punto di vista linguistico, la sua origine rimane oggetto di dibattito tra gli studiosi:
In un'altra versione, il nome e la figura di Efesto hanno origini antichissime che precedono la letteratura omerica. Testimonianze del suo culto sono state infatti rinvenute in tavolette d'argilla in scrittura Lineare B risalenti all'epoca micenea (XIV-XIII secolo a.C.) a Cnosso, dove il dio viene menzionato con la forma teonimica A-pa-i-ti-jo.
Figlio di Zeus e di Era, oppure concepito per partenogenesi dalla sola Era.
Omero cita due mogli, nell'Odissea Efesto è sposato con Afrodite, mentre nell'Iliade sua moglie è invece Aglaia (una delle Cariti, che Omero usando un patronimico chiama semplicemente Carite e che Esiodo identifica espressamente come Aglaia), e da cui, nella successiva tradizione orfica, nascono quattro divinità minori (le Cariti giovani), Eucleia, Eufemia, Eutenia e Filofrosine.
Dalla ninfa Etna ebbe i Palici.
Dalla ninfa Cabeiro ebbe Cadmilo e i Cabiri.
Tra i suoi figli legati alla terra e alla storia dei mortali si contano il re di Atene Erittonio (nato dal suo seme raccolto in un batuffolo di lana da Atena, oppure avuto da Attide), Perifete (o Corunete avuto da Anticlea), Cercione, Ardalo, Oleno, Radamanto, Filammone, Palemone e Pylius (Πύλιος, l'uomo di Lemno che accolse e curò Filottete quando venne abbandonato sull'isola).
Efesto era una divinità deforme fin dalla nascita, zoppo, di aspetto sgradevole e dotato di un carattere volubile e talvolta solitario. A queste imperfezioni faceva però riscontro una straordinaria forza muscolare nelle braccia e nelle spalle, unita a un'abilità artigianale e ingegneristica senza pari e capace di dare vita a creazioni di un'impareggiabile perfezione tecnica e artistica.
Il preludio al concepimento di Efesto incomincia prima della nascita di Atena e durante una delle numerose dispute familiari tra Zeus (re degli dèi e maschio infedele), e sua moglie Era, femmina tradita e sempre alla ricerca di una vendetta o rivalsa.
Atena, antecedente a Efesto, nacque dalla testa di Zeus che, dopo aver ingoiato la sua prima moglie Meti, si fece spaccare la testa per farla uscire (nascere). e questo evento scatenò l'ira di Era che, ferita nell'orgoglio, si sentì pubblicamente umiliata nel suo ruolo di dea protettrice del matrimonio e della fecondità e così ritiratasi in solitudine e invocando le antiche forze telluriche e i Titani, la regina degli dei concepì così per partenogenesi il piccolo Efesto, infondendo nel nascituro tutta la propria frustrazione e il proprio desiderio di rivalsa.
Apollodoro e Omero non raccontano di questo aneddoto ma scrivono che Efesto sia nato dall'unione biologica di entrambi, ponendosi in netto contrasto con la tradizione della partenogenesi.
Efesto neonato manifestò subito una vistosa deformità agli arti inferiori ed Era, vergognandosi della bruttezza del figlio che aveva partorito e desiderando nasconderlo alla vista delle altre divinità, lo scagliò giù dall'Olimpo facendolo precipitare nell'Oceano (inteso come mare la divinità Oceano), dove fu trovato da Teti ed Eurinome che si presero cura di lui. Efesto visse per nove anni all'interno di una grotta sottomarina e lì allestì la sua prima fucina e apprese i segreti della metallurgia, forgiando splendidi gioielli, spille e ornamenti per le sue protettrici e affinando al contempo il proprio risentimento verso la madre divina.
Desideroso di vendicarsi dell'abbandono patito, Efesto mise a frutto la sua straordinaria maestria e forgiò un trono d'oro di eccezionale bellezza, all'interno del quale rispose una serie di ingegnosi meccanismi efficaci e invisibili. Inviò quindi il manufatto sull'Olimpo, presentandolo come un dono di riconciliazione con Era, ma non appena lei vi si sedette sopra, dei lacci d'acciaio scattarono improvvisamente bloccandola in una morsa indissolubile. Nessuna divinità olimpica, nonostante i ripetuti sforzi fisici e magici, riuscì a spezzare i legami o a liberarla.
Di fronte all'impotenza generale, gli dei compresero che solo l'artefice del trono avrebbe potuto sciogliere l'incantesimo ed Ares (presuntuoso) si offrì di riportare Efesto con la forza sull'Olimpo e gli tese un agguato, ma il dio del fuoco si difese energicamente con una barriera di fiamme divampate direttamente dalla sua incudine e costringendo Ares a una ritirata umiliante. Nel frattempo, e mentre l'Olimpo affrontava questa paralisi, sulla Terra (inteso come il mondo dei mortali) si stavano consumando gli eventi legati a una nuova e tormentata maternità di Zeus, che avrebbe fornito la chiave per risolvere la crisi.
Mentre Efesto continuava il suo esilio lontano dagli dei, Zeus si invaghì della mortale Semele e la fecondò. Informata dell'ennesimo adulterio, Era decise di vendicarsi direttamente contro la rivale e assunte le sembianze di Beroe, l'anziana nutrice di Semele, insinuò in Semele il dubbio che il suo amante divino fosse in realtà un impostore mortale. Così Semele, seguendo il consiglio della dea (nelle sembianze di Beroe), pretese da Zeus la prova d'amore di mostrarsi a lei nella sua piena maestà olimpica, esattamente come faceva nell'intimità nuziale con la regina degli dei.
Ignara del pericolo, la donna ottenne da Zeus un giuramento inviolabile sulle acque dello Stige (il fiume del giuramento inviolabile degli dei) e il re degli dèi, vincolato dalla promessa, si manifestò a lei sul suo carro celeste tra folgori, lampi e fiamme divine, così la stanza della principessa fu devastata dal fuoco e lei, Semele, incapace di tollerare la sfolgorante gloria divina, morì consumata dal calore. Zeus riuscì tuttavia a sottrarre al rogo il feto ormai giunto al sesto mese di gestazione e praticò un'incisione nella propria coscia per cucirvi all'interno il piccolo. Al nono mese, Zues riapri la sua coscia e da solo diede alla luce Dioniso, che per tale ragione ricevette l'epiteto di Dimétor (Διμήτωρ, "nato due volte").
Zeus inoltre, nascose Dionisio da Era affidandolo a Ermes con il compito di darlo a Ino, che persuase il marito (Atamante) di allevarlo, ma Era lo scoprì e prima che potesse prenderlo, Zeus intervenne nuovamente trasformando Dioniso in un capretto e ordinando a Ermes di trasferirlo sul remoto monte Nisa, dove la ninfa Nisa lo allevò sotto la guida di Sileno. In questo isolamento selvaggio, Dioniso crebbe e scoprì la coltivazione della vite e l'arte della fermentazione del vino.
Divenuto adulto e desideroso di ottenere il riconoscimento del proprio rango divino, Dioniso decise di sfruttare la sua miracolosa scoperta per risolvere la crisi del trono d'oro, ricorrendo all'astuzia laddove Ares aveva fallito. Si recò presso la fucina di Efesto e gli offrì del vino (una bevanda fino ad allora sconosciuta) e lo fece ubriacare. Conquistata la sua fiducia, Dioniso convinse Efesto a seguirlo e lo condusse in trionfo sull'Olimpo, adagiato sul dorso di un mulo e scortato da un festante corteo di satiri e menadi. Efesto, giunto al cospetto degli dèi in stato di ebbrezza, dettò dapprima le sue condizioni (riammissione nel consesso degli dei olimpici e l'unione in matrimonio con Afrodite) e poi, avuto il consenso, sbloccò il sistema da lui inventato e sua madre (Era) fu finalmente libera.

Efesto aveva sposato Afrodite ma lei amava Ares, e lei (Afrodite), preferiva il dio della guerra a lui, il dio della forgia. E così Afrodite riceveva nel suo letto Ares, ma quel letto era nella casa di Efesto. Un giorno Elio (oppure Fetonte), mentre solcava i cieli trasportando il Sole sul suo carro, vide i tradimenti di Afrodite e lo disse a Efesto, ma il dio della forgia non reagì con impeto ma si mise a lavorare nella sua forgia. Efesto forgiò una rete magica di catene invisibili che nascose nel letto e attese che gli amanti (ed i loro incontri ) avvenissero. Così ottenne che Ares e Afrodite venissero catturati in quel letto in una morsa così stretta che gli impediva ogni loro minimo movimento.
Efesto, avvertito nuovamente da Elio, si diresse furioso verso casa e spalancò le porte della camera da letto. Poi, fermatosi sulla soglia, invocò a gran voce Zeus e tutti gli abitanti dell'Olimpo affinché assistessero a quello scandaloso tradimento. Le dee, per pudore, non si mossero a gli dèi maschi accorsero invece in massa. Nudi li videro, e vergognosi. Tra le divinità olimpiche maschili divampò una fragorosa risata perché il lento e storpio Efesto aveva catturato il più rapido e forte degli dèi. Poseidone intervenne e, facendosi garante della situazione assicurò che Ares avrebbe pagato per l'adulterio commesso ed Efesto accettò infine di sciogliere la rete magica e liberare i prigionieri.

Quando Atena si recò da lui per chiedergli di fabbricare delle armi, lui, un uomo solo e comunque maschio, cercò di possederla ma lei non accettò e durante la colluttazione Efesto rilasciò il suo seme sulla coscia di lei. Atena ripulì la sua pelle con un batuffolo di lana che lasciò cadere a terra. Ma la Terra era Gea e così, la madre di ogni cosa partorì Erittonio. Atena vide il bambino e lo raccolse poiché, seppur votata alla verginità, l'istinto femminile prevalse. E quel bambino (non nato da lei) ebbe comunque il suo amore materno. Erittonio divenne il quarto re mitologico di Atene, figlio di Efesto e dell'amore materno di Atena.
Il latino Igino scrive che Minerva (Atena) gli fu concessa in sposa.
In quanto signore del fuoco, Efesto venne coinvolto direttamente da Zeus nella punizione del titano Prometeo, colpevole di aver rubato il fuoco divino e averlo donato agli uomini. Zeus ordinò a Efesto di forgiare delle catene indistruttibili e di inchiodare il Titano a una rupe sul monte Caucaso. Nella tradizione tragica greca, Efesto esegue l'ordine con profonda riluttanza e dolore, tormentato dal conflitto tra la pietà per i patimenti di un cugino divino e il timore reverenziale verso l'autorità del re degli dèi.
La vita di Efesto trovò un riscatto luminoso e sereno nel matrimonio con Aglaia e questa unione racchiude un profondo significato allegorico e mitologico poiché Efesto, il dio della tecnica, del fuoco e del duro lavoro manuale, si congiunge con la personificazione dello splendore e della grazia. Dal loro legame l'opera dell'artigiano cessa di essere soltanto un manufatto utile o geometricamente perfetto e si eleva, acquisendo un valore estetico assoluto. La tecnica si fonde con la bellezza, dando vita all'arte.
Questo matrimonio segna una svolta definitiva nella complessa parabola del dio poiché la sua ritrovata serenità domestica al fianco di Aglaia si riflette in una totale pacificazione con il resto dell'Olimpo. Il dio Efesto, un tempo rifiutato, che era stato scagliato giù dalle mura celesti e che vi era tornato solo per vendetta, diventa così un membro stabile, rispettato e indispensabile del consesso divino.
La supremazia di Efesto nell'arte della forgia e dell'ingegneria divina si manifestava nei prodigiosi oggetti che creava nella sua officina, dotati spesso di proprietà magiche o meccaniche uniche. Le sue opere spaziavano dalle armi invincibili per gli eroi mortali fino ai simboli stessi del potere olimpico, fino a toccare la creazione della vita stessa.
I suoi assistenti all'interno della fucina erano Bronte (il Tuono), Sterope (il Lampo) e Arge (il Fulmine), divinità primordiali (comunemente definite i Ciclopi) che collaboravano con Efesto nella fabbricazione delle armi divine e dei fulmini rigenerati per Zeus.

Efesto mise la sua arte al servizio dei più grandi semidei della mitologia greca, forgiando equipaggiamenti che li rendevano quasi invulnerabili:

Il dio della forgia era l'artefice dei palazzi dell'Olimpo e degli oggetti che legittimavano l'autorità e la regalità delle massime divinità:

Il latino Igino aggiunge Il tridente di Poseidone. Sebbene alcune fonti più antiche lo attribuiscano ai Telchini o ai Ciclopi durante la Titanomachia.
Il latino Ovidio aggiunge "Il carro d'oro di Elio": Il carro dorato guidato dal dio del sole Helios per compiere il suo tragitto quotidiano attraverso la volta celeste. Forgiato da Efesto (che Ovidio chiama Vulcano), il veicolo aveva il timone e il cerchio delle ruote interamente battuti in oro brillante, i raggi d'argento e il giogo tempestato di crisoliti e gemme preziose disposte in fila per riflettere la luce solare.
Anticipando di millenni il concetto di robotica e di intelligenza artificiale, il mito attribuisce a Efesto la capacità di infondere il movimento e una parvenza di vita nella materia inerte di metallo:
La straordinaria perizia geometrica di Efesto poteva trasformarsi anche in uno strumento di punizione divina o di vendetta, dando vita a manufatti segnati dal destino:

Nella realtà storica della Grecia antica, la figura di Efesto ricevette un'importante evoluzione, venendo venerato principalmente come protettore delle attività artigianali, della metallurgia e dell'economia cittadina. A differenza di altre divinità olimpiche legate a grandi santuari panellenici, il culto di Efesto era profondamente radicato nei centri di produzione manifatturiera e nelle regioni caratterizzate da attività vulcaniche.
Il centro principale del suo culto sulla terraferma fu Atene, dove il dio era strettamente associato alla dea Atena nell'ambito delle arti utili alla civiltà. Nel cuore dell'Agorà di Atene, sulla collina del Kolonos Agoraios, sorge tuttora l'Efesteo (noto anche come *Theseion*), uno dei templi di stile dorico meglio conservati dell'antichità. All'interno della cella si trovavano le statue bronzee di Efesto e Atena, realizzate dallo scultore Alcamene. In città, il dio era celebrato sia durante le feste Efestie, che prevedevano una suggestiva Corsa con le fiaccole, sia durante le antiche feste delle Chalkeia (le feste dei lavoratori del bronzo), celebrate alla fine di ottobre dall'intera corporazione degli artigiani ateniesi per onorare Efesto e Atena Ergane quali protettori del lavoro manuale e dell'ordine civile.
L'altro grande fulcro del culto era l'isola di Lemno, il luogo in cui il dio era precipitato dopo la caduta dall'Olimpo. Lì Efesto era considerato il protettore profondo dell'isola e si riteneva che la sua fucina sotterranea si trovasse nei pressi del monte Mosiclo. Con l'espansione del mondo greco verso occidente, i mitografi e i fedeli identificarono le fucine del dio in altre aree di intensa attività geotermica, in particolare in Sicilia sotto il monte Etna e nelle Isole Eolie (specialmente a Vulcano), dove si pensava che i boati sotterranei fossero i colpi del suo martello sull'incudine, coadiuvato nel lavoro dai Ciclopi.
Durante i contatti storici tra la civiltà greca e quella egizia, gli storici antichi identificarono Efesto con il dio egizio Ptah, la divinità creatrice di Menfi considerata il patrono degli artigiani, degli architetti e della tecnologia. Nelle Storie di Erodoto il nome di Efesto viene usato per riferirsi al grande tempio di Ptah a Menfi, descrivendo le imponenti statue e i monumenti eretti in suo onore dai faraoni.
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