
Bashir Shihab II (in arabo بشير الثاني الشهابي?, Bashīr al-thānī Shihāb; Ghazir, 1767 – Istanbul, 1850) è stato l'emiro del Monte Libano dal 1788 al 1840..
Nato a Ghazīr, nell'attuale Eyalet di Sidone, appartenente a un ramo della famiglia Shihab convertitosi al cristianesimo maronita, Bashir mantenne per tutto il suo regno una deliberata ambivalenza confessionale: pur essendo stato battezzato, sostenne pubblicamente la finzione di essere musulmano, giurò sul Corano oltre che sul Vangelo e distribuì elemosine ai poveri drusi. Nel suo palazzo di Bayt al-Din fece costruire sia una moschea sia una chiesa, e secondo Lamartine appariva druso ai drusi, cristiano ai cristiani e musulmano ai musulmani. Né lui né i suoi superiori ottomani ritennero necessario rendere pubblica ed evidente quella che, per una persona comune, sarebbe stata un’evidente violazione delle norme sociali: nel Monte Libano di antico regime era il rango, non la religione, il marcatore decisivo dello status delle élite. Ottenne dai maroniti del Monte Libano sostegno alla sua politica di resistenza alle forze francesi giunte in Egitto e nell'area palestinese con il generale Napoleone Bonaparte.
Fin da piccolo, alla morte del padre Amīr Qāsim e per scansare le ostilità del fratello maggiore Ḥasan, si recò a Deyr el-Qamar (allora capitale del Monte Libano, su cui dal 1748, fino al 1790, regnava l'Emiro Yūsuf Shihāb) per esservi istruito.
Qui entrò presto in strette relazioni d'amicizia e alleanza con lo sceicco druso Qāsim Jumblāṭ e, quando l'Emiro Yūsuf Shihāb riconobbe, nel corso di una riunione di notabili svoltasi nel 1788, di non essere in grado di indurre il Pascià ottomano di Sidone, Gezzār Pascià, ad alleviare le dure imposizioni che gravavano sul Monte Libano, lo sceicco druso propose Bashīr come successore di Yūsuf Shihāb, che abdicò e accettò tale proposta.
Bashīr si recò quindi immediatamente ad ʿAkkā e ricevette da Gezzār la conferma della nomina a Governatore del Monte Libano.
Il potere di Bashir si esercitava all'interno di un ordine sociale che distingueva non le comunità religiose ma le élite ("i «padroni della parola», in arabo awjuh al-bilad) dall'ahali, l'insieme dei contadini drusi e cristiani. Le alleanze familiari attraversavano regolarmente le linee confessionali: Bashir si rivolgeva al suo omonimo druso Bashir Jumblat chiamandolo «fratello», e il termine ta'ifa, che oggi designa la setta religiosa, era nel XVIII e XIX secolo usato anche per indicare una famiglia di rango a prescindere dalla sua appartenenza confessionale.
La gerarchia si esprimeva con una precisa etichetta: a seconda del rango del visitatore l'emiro si alzava subito, oppure solo dopo che l'ospite aveva attraversato metà della sala, oppure non si alzava affatto; concedeva ad alcuni di baciargli la spalla, ad altri la mano, e ai più, soprattutto ai popolani, neppure di vederla. Anche la punizione seguiva il rango e non la confessione: cristiani e drusi erano puniti allo stesso modo, mentre popolani e notabili no. I notabili venivano giustiziati per strangolamento, i popolani impiccati; solo Bashir poteva autorizzare la pena capitale per i popolani, solo i wali ottomani l'uccisione di un notabile. Poiché la consuetudine locale disapprovava l'uccisione di notabili da parte di altri notabili, Bashir si liberava spesso dei rivali tagliando loro la lingua o, se appartenevano alla sua stessa famiglia, cavando gli occhi: la mutilazione, privandoli di voce e di volto, li rendeva impossibilitati a governare.
Il suo debito di riconoscenza verso Qāsim Jumblāṭ fu pagato quando egli consentì ai Jumblāṭ di liberarsi di altre famiglie druse concorrenti per la supremazia nella comunità religiosa e politica libanese. Non passò troppo tempo prima che però anche i Jumblāṭ fossero colpiti da pesanti tassazioni e che infine fossero sgominati in una battaglia campale nel 1822 dall'esercito levato da Bashīr, che lo aveva reso uno degli strumenti essenziali per il suo dominio, in grado di confrontarsi con altre compagini armate dell'area.
Il suo significativo sostegno alle comunità cristiane del Monte Libano gli valse il sostegno francese e quello papalino, tanto che nel 1817 papa Pio VII lo ringraziò per la sua politica di concreta tolleranza: cosa reiterata un ventennio dopo da papa Gregorio XVI.
Nei confronti delle grandi famiglie druse agì invece in modo da creare divisioni al loro interno, indebolendo in particolare i Janbulat.
La posizione di Bashir dipendeva interamente dal benestare ottomano: ogni anno riceveva il hil'at, la veste cerimoniale d'onore che lo confermava nella sua carica di funzionario imperiale. La proclamazione rivolta a Bashir da parte del governatore Abdullah Pascià nel 1829 riassumeva i termini dello scambio: legittimità in cambio di disciplina, , sicurezza dell'emirato e dei sudditi imperiali, così come la puntuale consegna delle imposte. Tornato in grazia dopo un periodo di, Bashir si sentì ricordare che «se un servo non serve il suo padrone, il padrone ne troverà un altro che lo faccia».
Le qualifiche religiose erano in questo quadro strumenti tattici, che venivano assegnati e revocati piuttosto che utilizzati come mezzo di controllo permanente. Fu solo quando Bashir si schierò con Mehmed Ali durante l'invasione della Siria del 1831 che Abdullah Pascià lo accusò di essere un hain gavur, un infedele traditore e ingrato.
Nel 1822 infatti, il Wali ottomano di Damasco entrò in guerra contro Acri, il cui governante era alleato al Pascià d'Egitto Mehmet Ali. Bashīr II prese le parti di quest'ultimo ma il conflitto coinvolse tutta la regione, visto che contro l'Emiro cristiano si schierano i Jumblāṭ drusi. Nel 1825, Bashīr II vince i rivali e Qāsim muore nella battaglia di al-Simqaniyya. Fino al 1832 l'Emiro governa quindi sotto la nominale sovranità del più potente Mehmet Ali.
La politica di Bashir indebolì effettivamente le grandi famiglie druse a vantaggio delle famiglie e delle istituzioni maronite. Secondo lo storico Ussama Makdisi, tuttavia, questa dinamica non va letta come il primo emergere di un conflitto settario: nel Monte Libano precedente al 1860 la violenza era prevalentemente d'élite, esercitata per riaffermare un ordine sociale rigido e fondato sullo status in un contesto in cui le comunità locali non si identificavano in termini tribali o nazionali. Quando nel 1821 i popolani sia musulmani sia cristiani si ribellarono alle gravose imposizioni di Bashir, le cronache e i decreti ottomani non interpretarono la rivolta in chiave confessionale ma come effetto del juhl, l'ignoranza dei popolani istigati da «seminatori di corruzione». Ancora nel giugno 1840, la rivolta contro l'occupazione egiziana fu proclamata ad Antilyas da contadini cristiani, drusi, sunniti e sciiti che si dichiararono «di una sola mente e una sola voce». Nella lettura di Makdisi il settarismo come cultura politica fu un fenomeno nuovo, prodotto dal disordine politico e culturale del 1839-1840 e non una reazione tradizionale alle riforme.
Nel 1840, le principali potenze europee (Gran Bretagna, Austria, Prussia e Russia), contrarie fortemente alla politica francese filo-egiziana intervengono in favore dell'Impero ottomano. Il Trattato di Londra del 15 luglio 1840 mette fine al conflitto turco-egiziano e Mehmet Ali deve ritirarsi dalla Siria.
Bashir fu catturato, esiliato a Malta e quindi a Istanbul, dove morì nel 1850. La rottura con il suo regime fu completata alla fine del 1841, quando il comandante ottomano Mustafa Pascià abolì formalmente la dinastia Shihab, con un atto che sancì il tramonto definitivo dell'Emirato del Monte Libano Già prima della sua morte, il significato e la memoria del suo lungo regno erano rimasti impigliati in una lotta di successione che, secondo Makdisi, doveva più a un'invenzione della tradizione che alla tradizione stessa: la Chiesa maronita ne invocava la restaurazione come «emirato cristiano», mentre i notabili drusi, che ne avevano subìto le ambizioni, vi si opponevano con forza.
Delle sue riflessioni sul potere resta traccia nelle memorie del suo principale consigliere: interrogato in esilio dall'ammiraglio ottomano Halil Pascià su come avesse potuto governare tanto a lungo, Bashir rispose che gli abitanti si ribellavano ogni tre o quattro anni senza mai riuscirvi, e che egli li sottometteva uccidendo, impiccando e imprigionando; quanto alla loro natura, la descrisse con il proverbio dell'Abu Far, il rapace che al mattino, vedendo la propria ombra più grande del vero, si propone di cacciare un cammello, e a mezzogiorno, vedendola più piccola, si accontenta dei topi.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 288642090 · LCCN (EN) n87874056 · J9U (EN, HE) 987007513249905171 |
|---|