
I Basilici (in greco: Βασιλικά, Basiliká) sono una raccolta di leggi bizantine in sessanta libri, completata a Costantinopoli intorno all'892 per ordine dell'imperatore Leone VI il Saggio, negli anni della dinastia macedone. L'opera proseguì il progetto avviato dal padre di Leone, Basilio I, di semplificare e adattare ai tempi il Corpus iuris civilis di Giustiniano, emanato tra il 529 e il 534 e ormai divenuto di difficile applicazione.
Il nome non deriva da quello dell'imperatore Basilio, bensì dall'aggettivo sostantivato greco τὰ βασιλικά, col significato di "[leggi] imperiali". Il titolo per esteso è Βασιλικὰ παράλληλος συναγωγὴ καὶ σύνταξις ἐν ὅλοις βιβλίοις ἑξήκοντα πάσης νομοθεσίας, ossia "Basilici, raccolta e ordinamento parallelo dell'intera legislazione in sessanta libri complessivi".
Tra l'età di Giustiniano e quella di Leone VI l'Impero bizantino aveva conosciuto mutamenti profondi, primo fra tutti quello linguistico. Ai tempi di Giustiniano il latino era ancora di uso comune nella documentazione giudiziaria e legislativa, ma nel IX secolo il suo impiego era ormai decaduto, il che rendeva il Corpus iuris civilis scarsamente accessibile a chi parlava greco. Molte delle norme in esso contenute avevano inoltre perso ogni rilievo pratico ed erano state sostituite da disposizioni successive. Un codice redatto in greco poteva invece essere effettivamente utilizzato dagli avvocati nelle cause, in netto contrasto con il Corpus iuris civilis, rivelatosi troppo esteso e complesso per l'uso pratico già all'epoca della sua emanazione.
Il Codice giustinianeo aveva di fatto arrestato lo sviluppo giuridico per i due secoli successivi alla propria pubblicazione. Il sistema bizantino operava infatti come ordinamento codificato, nel quale la sentenza del giudice doveva fondarsi su un testo normativo previamente emanato dal legislatore, il che escludeva la formazione di precedenti giurisprudenziali; ne derivava una notevole incertezza su quali testi dovessero fungere da riferimento, se il codice giustinianeo o le raccolte redatte nei secoli seguenti.
I Basilici si presentano anche come un ricongiungimento all'età precedente l'iconoclastia, funzionale a fornire alla dinastia macedone un fondamento di legittimità religiosa: il disegno risale a Basilio I e al suo intento di prendere le distanze dagli iconoclasti, ricollegando sé stesso e i propri figli al grande predecessore Giustiniano.
Tra l'870 e l'879 Basilio I promulgò il Procheiros nomos (Manuale legislativo), un prontuario delle norme più ricorrenti nelle aule di tribunale, che escludeva quelle non più in uso. Pochi anni dopo emanò l'Epanagoghé ton nomon (Ripetizione delle leggi), un rifacimento dell'Ecloga di Leone III Isaurico ampliato da un'introduzione e da una sintesi, nel quale trovava posto anche la descrizione dello status dell'imperatore e del patriarca di Costantinopoli; vi si affermava che potere spirituale e potere temporale agiscono di comune accordo per il bene dei sudditi.
Nelle intenzioni dell'imperatore le due raccolte dovevano costituire il primo passo verso una più ampia Anacatharsis ton palaion nomon ("purificazione delle leggi antiche"), riforma con cui Basilio I, che sentiva fortemente il mito di Giustiniano, intendeva rimpiazzare l'opera legislativa degli isaurici, mal considerata a causa della lunga lotta alle immagini. Basilio non vide compiuta l'impresa: morì nell'886 in seguito a un incidente di caccia. Fu il figlio Leone VI (886-911) a portare a termine la collezione, che attinge in modo preponderante, seppure con notevole libertà, alle fonti giustinianee, spesso attraverso il filtro di traduzioni e commenti.
Le materie dei sessanta libri sono ripartite in sette aree: materia religiosa, nozioni generali desunte dal Digesto, materia ecclesiastica, procedura, ius privatum, ius publicum e ius poenale. I libri sono a loro volta suddivisi in capitoli e titoli muniti di rubriche (κεφάλαια). L'impianto resta quello del Corpus iuris civilis, ma accanto alla conservazione del testo giustinianeo vi confluirono le pratiche giuridiche affermatesi nei secoli intermedi, le norme introdotte da Basilio I con il Procheiros nomos e l'Epanagoghé e numerosi decreti degli imperatori iconoclasti. Nel complesso l'opera appare concepita come una emendatio (διόρθωσις) del diritto giustinianeo, che alcuni studiosi hanno definito addirittura repurgatio (ἀνακάθαρσις).
I brani tratti dal Codex e dalle Novellae si succedono nell'ordine antico; al posto delle inscriptiones e delle subscriptiones, omesse con l'intento di escludere il superfluo, compaiono unità testuali dette θέματα, contraddistinte da un numero. Sono stati soppressi anche i proemi e gli epiloghi delle Novelle. Il ricorso alle Institutiones è quantitativamente minore rispetto a quello al Codex, al Digesto e alle Novelle.
I Basilici costituiscono la vera raccolta legislativa della Bisanzio medievale, con distinzione tra diritto civile, pubblico e canonico. In campo amministrativo vi si rileva una più marcata articolazione dell'organizzazione dei themata, fondata su contadini-soldati. Molte norme erano inoltre predisposte per arginare la crescita del potere dei dynatoi, i grandi proprietari terrieri che tendevano a inglobare i fondi dei piccoli e medi proprietari, i pénetes. Le disposizioni non erano dirette ai sudditi, bensì ai funzionari tenuti a far rispettare le leggi imperiali, i quali erano a loro volta obbligati a osservarle: il cittadino disponeva così di rimedi giudiziari nei confronti del funzionario che non svolgeva il proprio compito secondo i dettami di legge.
L'elemento di maggiore originalità è l'apparato di commenti (scholia), che accompagna i singoli θέματα. Non si tratta di materiale prodotto dai compilatori: si tratta in parte di frammenti di opere giuridiche del VI e VII secolo, ossia dei più antichi commentari al Corpus iuris, ai quali si aggiunse un secondo strato di annotazioni tra XII e XIII secolo. Giustiniano aveva a suo tempo vietato i commenti alla propria compilazione, il che rende gli scholia dei Basilici un caso peculiare; il merito maggiore dell'opera è appunto quello di avere stimolato l'attività interpretativa.
La forma in cui i libri ci sono pervenuti varia notevolmente: alcuni sono attestati da un solo manoscritto, che può contenere o meno gli scholia o parti integrali delle opere giuridiche richiamate, mentre alcuni libri sono andati interamente perduti.
Le leggi bizantine successive a Giustiniano confluite nei Basilici sono note soprattutto attraverso riassunti e rimaneggiamenti. Frammenti superstiti della lex Iustiniana sono stati rinvenuti isolatamente nell'area napoletana, brandelli del Codex e alcune Novellae nell'area ravennate e veneziana, mentre nel Salernitano sono sopravvissuti frammenti di diritto teodosiano frammisti a testi giustinianei.
Solo nel 1833 Karl Wilhelm Ernst Heimbach e il fratello Gustav Ernst ricostruirono la totalità delle fonti, pubblicando a Lipsia e a Parigi gli apografi dei vari manoscritti conservati in diverse parti d'Europa. L'edizione Heimbach costituisce il presupposto imprescindibile per comprendere le successive riproposizioni di Mommsen e di altri studiosi come Krüger.
A partire dal 1953 Herman Jan Scheltema, Douwe Holwerda e Nicolaas van der Wal pubblicarono una nuova edizione critica, destinata a diventare il testo di riferimento per gli studiosi della materia: ai primi otto libri seguirono i libri IX-XVI nel 1956, XVII-XXV nel 1960, XXVI-XXXIV nel 1962, XXXV-XLII nel 1967, XLIII-LII nel 1969, LIII-LIX nel 1974 e infine il libro LX nel 1988, ciascuno corredato dei relativi scholia.
A differenza del codice giustinianeo, che continuò a produrre effetti in Occidente come veicolo del diritto romano, l'influenza dei Basilici rimase circoscritta all'Impero d'Oriente. Ne derivò un impatto duraturo sull'ordinamento greco moderno: dopo la guerra d'indipendenza greca del 1821 i Basilici furono adottati fino all'introduzione dell'attuale codice civile.