Calgaco (in latino Calgacus, anche Galgacus; fl. I secolo) fu il capo del popolo dei Caledoni che, nell'83 o nell'84, si scontrarono al Monte Graupio, nella Scozia settentrionale, con le truppe romane del governatore della Britannia, Gneo Giulio Agricola. Il suo nome può essere derivato dal brittonico *calg-ac-os (it.: "dotato di spada"), ed è probabilmente collegato al gaelico calgach (it.: "pungente" o "feroce").
L'unica fonte storica che ci parla di lui è l'Agricola di Tacito, che lo descrive come "il più distinto per valore e nobiltà tra i diversi capi" e al quale mette in bocca un celebre discorso, ricco di pathos, del quale è rimasto proverbiale l'explicit (ubi solitudinem faciunt, pacem appellant):
Calgaco non viene menzionato durante o dopo la battaglia del Graupio, e neppure tra gli ostaggi che Agricola si fa consegnare dopo la vittoria: non sappiamo quindi se fu ucciso nello scontro o se scampò alla morte. Comunque sia, egli scompare dalla scena della storia altrettanto rapidamente di come vi era comparso.
Il discorso di Calgaco trova un precedente durante le campagne galliche di Cesare, quando il nobile Critognato, del popolo gallico degli Arverni, incoraggia i compagni stremati dall'assedio di Alesia, arrivando perfino all'estrema proposta dell'antropofagia, pur di non arrendersi alla schiavitù che sarebbe seguita alla conquista romana della Gallia.
In entrambi i brani è evidenziata una capacità dei testimoni e della storiografia romana, il saper accogliere e interpretare il punto di vista dell'avversario; è un tema letterario che raggiunge con Calgaco il punto più alto e denso, ma che si ritrova anche in Sallustio, nell'epistola che egli immagina scritta da Mitridate, re del Ponto, al re dei Parti Arsace, e in Pompeo Trogo, in un discorso attribuito ancora a Mitridate.