Camillo Laderchi (Bologna, 20 aprile 1800 – Ferrara, 14 febbraio 1867) è stato un giurista, patriota e storico italiano; dopo la giovanile adesione alla Carboneria, conservò un atteggiamento politico moderatamente liberale e riformatore; ricoprì vari incarichi e fu autore di molteplici opere a carattere storico, artistico e letterario.
Figlio di Caterina Missiroli e del conte Giacomo di origini faentine, Camillo compì i primi studi a Camerino e Ascoli, dove il padre ricoprì l'incarico di viceprefetto del Regno Italico (1808-1813) passando poi a Faenza come segretario della Municipalità (1814).
Camillo studiò legge a Pavia dal 1818 al 1820 e su impulso del padre, membro del Consiglio supremo massonico, nel 1818 fu iniziato alla carboneria, entrando in contatto con Piero Maroncelli col quale venne arrestato il 6 ottobre 1820 a causa di alcune affiliazioni nel Lombardo-Veneto, tra le quali anche quella di Silvio Pellico, accusa che provocò anche l'arresto del padre nel gennaio dell'anno dopo. Senza prove certe di colpevolezza, Camillo fu rilasciato il 6 gennaio con ordine di espulsione dai territori austriaci, venendo nuovamente arrestato dalle autorità pontificie a Faenza tre mesi dopo a seguito delle dichiarazioni di Pellico, quindi estradato e condotto davanti alla Commissione speciale veneta, presieduta da Antonio Salvotti. Negli interrogatori fece i nomi dei carbonari romagnoli, ammise di far parte della carboneria, di essere maestro della Società degli illuminati e capo della setta La speranza, provocando anche l'arresto dei suoi professori a Pavia Romagnosi e A. Ressi (giugno 1821). Terminato il processo, nel gennaio 1822 Laderchi venne processato con sentenza del cardinale Rivarola (agosto 1825) e condannato a 15 anni di detenzione, a differenza del padre condannato a morte con pena poi commutata in 25 anni di reclusione. Col trasferimento di entrambi a Ferrara, la pena venne commutata dapprima in relegazione e poi in remissione: lì Camillo riprese e concluse gli studi laureandosi "in utroque iure" (agosto 1824) con successiva abilitazione all'avvocatura.
Sposò Barbara Agnoletti (agosto 1829) e grazie alla fama ottenuta rinnegò il proprio passato di cospiratore, accettando l'amnistia per reati politici (1846) e riconciliandosi con la politica papale, difendendo l'autonomia della Chiesa cattolica in Francia (Sulle relazioni della Chiesa con lo Stato e sulle così dette libertà gallicane: memorie, 1845) ed elogiando sia il pontefice (Delle feste di Ferrara nel perdono politico dato da Pio IX: notizie e considerazioni, 1846) che l'editto sulla stampa del 15 marzo 1847 (Intorno all'editto pontificio sulla stampa: osservazioni, 1847).
«Una forte spinta religiosa e una serrata critica al "cieco fatalismo e a un freddo materialismo che hanno invaso la filosofia, la storia, le lettere, ogni sorta di studi"» (Sulla Colonna infame di Alessandro Manzoni: lettera al marchese Pietro Estense Salvatico, 1843) pervasero la produzione intellettuale di Laderchi, la quale spaziò dalla storia all'arte e dal teatro alla letteratura.
Legato da profonda stima e amicizia ad Alessandro Manzoni ne evidenziò «l'instancabile ricerca del vero e del giusto» giudicando la Storia della colonna infame come «un libro, che sotto l'aspetto di una disquisizione forense ci ammaestra […] a praticare la giustizia in qualunque tempo, in qualunque luogo, sotto qualsiasi governo» venendo ringraziato dallo stesso Manzoni con una lettera datata 23 giugno 1843.
Appassionato di storia locale, negli anni quaranta curò la seconda edizione delle Memorie per la storia di Ferrara di Antonio Frizzi. Essendo membro della Commissione di belle arti di Ferrara, pubblicò in quattro volumi la Descrizione della quadreria Costabili (1838-1841), repertorio dell'importante patrimonio pittorico del marchese Giambattista Costabili Containi, avviato dall'eredità dello zio Francesco Containi (1717-1778) e accresciuto acquistando opere da più di sessanta quadrerie cittadine e non, «secondo una strategia che doveva portarlo a possedere opere di tutti i maestri della scuola ferrarese». Il progetto all’origine della collezione, comprendente 624 dipinti di cui 385 di Scuola ferrarese, riportato nei volumi dello scritto ebbe il merito di attirare in città conoscitori e collezionisti attratti dall'idea di poter acquistare i dipinti provenienti dalla disgregazione di svariate quadrerie storiche ferraresi per poter poi collocarli nelle loro collezioni private o in gallerie straniere. Laderchi rese altresì merito alla Scuola pittorica ferrarese e alle sue origini (La pittura ferrarese: memorie, 1857) redigendo anche una relazione sui dipinti di Schifanoia (Sopra i dipinti del palazzo di Schifanoia in Ferrara… al marchese P. Estense Salvatico, 1840) pur non dando merito a Giuseppe Saroli della scoperta nel 1821 degli affreschi imbiancati nel '700, producendo una replica scritta da Saroli stesso.
Rimasto vedovo dal 1856, Laderchi convolò a seconde nozze nel giugno 1858 con la triestina Paolina Falkner; sospeso temporaneamente dall'insegnamento a causa dell'annessione delle Legazioni al Regno di Sicilia, dopo poco fu reintegrato per indiscussi meriti ma come devoto al pontefice si dimise dal ruolo di giudice e in qualità di avvocato rifiutò in tribunale il giuramento al nuovo Stato spiegando come «l'onest'uomo possa obbedire a un nuovo signore di fatto, senza svertare l'antico», continuando ad esercitare la professione forense nonostante una lenta e progressiva malattia che lo colpì nell'ultimo periodo della sua vita. Un suo busto-ritratto in gesso eseguito da Gaetano Davia e datato 1867 sul retro, fu donato dalle contesse Eleonora e Maria Laderchi nel 1932 al Museo del Risorgimento di Bologna.
Furono numerosi gli incarichi di rilievo ricoperti da Laderchi, tra i quali, oltre ai già citati, la cattedra di diritto civile, consultore legale del Municipio, giudice del tribunale di Ferrara, preside della facoltà di legge, membro della Commissione d'antichità e della Deputazione di storia patria dell'Emilia.
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