La cariatide è una scultura utilizzata come colonna (ma anche lesena o parasta), che rappresenta una figura umana femminile. Le figure maschili con la stessa funzione prendono invece il nome di telamone o atlante. Nel caso la figura femminile porti sul capo una cesta è detta anche canèfora.
Secondo l'architetto romano Vitruvio, che menziona l'etimologia all'inizio del primo libro del trattato De architectura, il nome (karyatis) significava "donna di Karyes", collegando il termine a una tradizione sulla schiavitù delle donne di quella città nel Peloponneso dopo le guerre persiane. In seguito, nell'erudizione antica e moderna, le karyatides sono state riferite anche alle figure della loggia meridionale dell'Eretteo sull'Acropoli di Atene.
La spiegazione vitruviana va però considerata alla luce di realizzazioni precedenti alle guerre greco-persiane: nel VI secolo a.C. il tesoro dei Sifni nel santuario di Apollo a Delfi presentava infatti due korai di facciata in funzione di sostegni al posto delle colonne del pronao (ca. 530-525 a.C.).
In occidente sono attestati esemplari nel teatro dell'antica Iaitas (Monte Jato in Sicilia), dove la letteratura archeologica segnala figure-sostegno femminili tra la decorazione plastica del complesso scenico (menadi e satiri della scena).
Le celebri figure dell'Eretteo, note tradizionalmente anche come Korai, costituiscono l'esempio classico di cariatidi in età tardo-classica ateniese e furono copiate e reinterpretate in età romana.

Le cariatidi dell'Eretteo vennero in seguito riprese sull'attico dei portici del Foro di Augusto a Roma, in una sequenza alternata a clipei con teste divine, come mostra la ricomposizione museale dei Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali. Da questo modello derivano, come rilievi d'attico, esemplari nel foro provinciale di Mérida (Augusta Emerita, Lusitania). Copie delle cariatidi di tipo classico furono inoltre impiegate lungo il Canopo di Villa Adriana a Tivoli, dove gli scavi del XX secolo riportarono alla luce serie di statue femminili a sostegno, conservate in parte al museo della Villa e in parte sostituite da copie in situ. Le fonti antiche attestano inoltre cariatidi nel primo Pantheon di Agrippa: Plinio il Vecchio ricorda le Caryatides del pantheon tra i membri di sostegno, opere di Diogene di Atene.
Nell'arte romanica la frequente applicazione della figura umana alla decorazione architettonica produsse numerosi esempi di figure-sostegno (atlanti, telamoni e figure femminili) in capitelli e mensole, come evoluzione delle "colonne vestite". In epoca rinascimentale il motivo riemerse, ad esempio, nel ninfeo di Bartolomeo Ammannati per Villa Giulia a Roma, dove le cariatidi sostengono la balconata del cortile monumentale. Tra Seicento e Settecento il tema dei sostegni antropomorfi (cariatidi e telamoni) conobbe grande fortuna, come testimoniano i celebri telamoni della Casa degli Omenoni a Milano.
Il motivo delle cariatidi fu ampiamente riattualizzato anche in età neoclassica, come nella Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano.
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