Il Carme III di Catullo, noto come La morte del passero o Morte del passerotto, è il terzo carme del liber catulliano.
Questo carme è legato al precedente: mentre nel secondo carme viene presentato il passero di Lesbia, in questo viene trattato il tema della sua morte. È quindi rivolto ad un più ristretto pubblico di lettori, ovvero coloro che erano già a conoscenza del carme precedente.[senza fonte]
Il carme esprime un invito al pianto (v.1 Lugete, o Veneres Cupidinesque: Piangete, o Veneri e Amori...) per la morte del passero di Lesbia, amata di Catullo, disperata appunto per la sua perdita. È evidente l'influenza della poesia dei poetae novi.[senza fonte]
Il tono del carme è decisamente solenne e richiama esplicitamente la tradizione epigrammatica alessandrina, che aveva spesso trattato temi come la morte e l'epicedio. Andando ancora più nello specifico, Catullo si ispira ad un motivo noto tra gli alessandrini che consisteva nel creare contrasto tra il linguaggio solenne del threnós, o compendio funebre, (tipo di componimento greco) e la materia trattata: di solito un avvenimento da considerare di poco conto, come la morte di un piccolo animale domestico. Il componimento segue fedelmente la struttura tipica del compianto funebre: l'invito al pianto rivolto ai "Veneri e Amori" e a tutti gli uomini che hanno cuore gentile, segue l'annuncio della morte del defunto e una sua commemorazione, citando parti della sua vita. A questo viene contrapposta la "nuova vita" che il morto sta per affrontare: le tenebre dell'oltretomba. Il tutto lascia spazio ad una profondissima riflessione del poeta: tutti sono destinati a questo destino. Il passero è a tutti gli effetti aggettivato come un essere umano con teneri diminutivi e vari aggettivi. Infine il poeta si sfoga contro le "tenebre dell'Orco" ("Malae tenebrae Orci") che "divorano tutte le cose graziose", per colpa loro, infatti gli occhi di Lesbia sono rossi e gonfi per il pianto.
Il carme è in endecasillabi faleci