| Castiglia | |
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La Castiglia (in spagnolo Castilla, /kasˈtiʎa/) è una regione storica della Spagna dai confini imprecisi, situata nel centro della penisola iberica.
Trae le sue origini da diverse entità territoriali preesistenti di radice medievale, quali la Contea di Castiglia, il Regno di Castiglia e la Corona di Castiglia. In seguito all'istituzione, nel 1978, del sistema delle comunità autonome, due di esse, entrambe costituite nel 1983, conservano il nome "Castiglia" nelle loro denominazioni ufficiali: Castiglia e León e Castiglia-La Mancia. Inoltre, il termine viene spesso associato, in senso astratto, alla regione geografica della meseta.
Il concetto multiforme di Castiglia, che la Generazione del '98 (noventayochismo) ha indicato come l'essenza della Spagna, è stato interpretato tanto in chiave di identità dal castiglianismo politico, come anche in termini di alterità dai nazionalismi periferici. Le odierne prospettive sulla Castiglia divergono, tra l'altro, in base all'importanza attribuita al ruolo della Castiglia e dell'identità castigliana nel processo di formazione della Spagna. Di conseguenza, il termine rimane un elemento ricorrente nell'immaginario collettivo spagnolo contemporaneo.
Era in origine una contea che dipendeva dal Regno di León da cui si staccò durante l'XI secolo per diventare un regno indipendente. Più tardi, si unì ad altri regni limitrofi e fu quindi assorbito dal Regno di Spagna. La bandiera del territorio è stata realizzata nel 1689.
In un articolo su Le Vie del mondo Rinaldo Froldi all'inizio degli Anni Sessanta presenta la Castiglia ai lettori italiani del Touring Club Italiano con queste parole: «La Castiglia è, in origine, la terra dei castelli, come spiega l'etimologia del nome (dal latino castella), [...]. Siamo al tempo della dominazione araba della penisola iberica: i cristiani che sono riusciti a sfuggire all'invasione mussulmana, si sono rinserrati nella regione cantabrica e lì hanno organizzato la resistenza e poi la guerra di riconquista». Nel 950 la Castiglia inizia il suo sviluppo partendo da Burgos col conte Fernán Gonzales, vassallo del Re di León. La Castiglia diventa regno nel 1035 con Ferdinando I di León e «costituisce, insieme all'Aragona, lo stato più importante della nascente Spagna. [...] Ferdinando [...] spinge le sue azioni militari fino oltre la Sierra Guadarrama nelle terre che prenderanno il nome di Nuova Castiglia».
Castilla (indicata nei primi documenti in spagnolo antico come Castella o Castiella) significa, secondo la sua etimologia, "terra di castelli". Gli storici arabi la chiamavano Qashtāla (قشتالة), nome che viene interpretato come una terra disseminata di castelli. Il termine deriva dal latino castellum, a sua volta diminutivo di castrum, fortificazione dell'Iberia preromana La prima menzione del termine "Castilla" risale al 15 settembre 800 e compare in un documento apocrifo proveniente dall'ormai perduto monastero di San Emeterio de Taranco de Mena, situato nella valle de Mena, nel nord dell'attuale provincia di Burgos. Il nome "Castilla" appare in un atto notarile con il quale l'abate Vitulo donava alcuni terreni. Il testo recita: Bardulia quae nunc vocatur Castella ("Bardulia, che ora è chiamata Castiglia").
L'atto notarile in cui l'abate Vitulo donava alcuni terreni, conservato nel Becerro Galicano del monastero di San Millán de la Cogolla, recita quanto segue:
Nello stesso libro compare un altro documento fondamentale, datato 4 luglio 852, che dispone la costruzione del monastero di San Martín de Herrán:
Ancora nell'853, il toponimo "Castiglia" designava un territorio assai circoscritto a nord di Burgos, distinto dalle valli burgalese di Mena e Losa, come attestato dall'espressione Et presimus presuras in Castella, in Lausa et in Mena. Tale territorio non confinava con l'Álava e non vi si riscontra la presenza di castelli; è dunque necessario ipotizzare origini etimologiche del nome "Castilla" diverse da quella comunemente associata ai "castelli". Una possibile spiegazione rimanda a un'altra "Castilla": un'importante città di al-Andalus, conquistata da Abd al-Rahman I nel 759 e resa capoluogo della cora (distretto) di Elvira – località nota in seguito come Medina Elvira. È possibile che tale toponimo sia stato introdotto a nord di Burgos da alcuni dei coloni che ripopolarono la "Bardulia" (regione che avrebbe poi assunto il nome di "Castilla") durante i regni di Alfonso I e di suo figlio Fruela I.
La configurazione geografica è uno degli aspetti più controversi del concetto di Castiglia. L'idea di "due Castiglie" si affermò tra il XV e il XVI secolo, quando il termine Castilla la Nueva (Nuova Castiglia) divenne di uso comune per indicare quello che era noto come Regno di Toledo (incorporato nella Corona di Castiglia intorno al 1085), distinguendolo così dalla Castilla la Vieja (Vecchia Castiglia), identificata con l'antico Regno di Castiglia.
Secondo il volume del 1752 Geographia historica, de Castilla la Vieja, Aragon, Cathaluña, Navarra, Portugal, y otras provincias, il termine "Castiglia", se inteso in senso generale, si riferisce alla Vecchia Castiglia. Tuttavia, tale pubblicazione estende la denominazione "Vecchia Castiglia" non solo al territorio storicamente castigliano, ma anche a gran parte del Regno di León.
Solo nel 1833 la Spagna fu suddivisa in province e regioni; sebbene tale ripartizione fosse priva di autorità giurisdizionale, essa pose le basi per l'organizzazione territoriale dello Stato. Tale schema classificò ufficialmente la Castiglia in "Vecchia Castiglia" e "Nuova Castiglia".
Secondo l'Enciclopedia Espasa, il Petit Larousse e l'Encyclopaedia Britannica, la regione storica della Castiglia comprende le ex regioni della Vecchia Castiglia (Santander, Burgos, Logroño, Soria, Segovia, Ávila, Valadolid e Palencia) e della Nuova Castiglia (Ciudad Real, Cuenca, Guadalajara, Madrid e Toledo).
Secondo l'Enciclopedia Salvat e il Pequeño Espasa Ilustrado, essa è costituita dai territori che oggi formano le comunità autonome di Castiglia e León, Castiglia-La Mancia, Cantabria, La Rioja e Madrid. Questa definizione includerebbe Albacete e le tre province della regione leonese (León, Zamora e Salamanca), che non erano contemplate nella versione precedente.
Di fronte a tali definizioni, si situa il contesto stabilito dalla costruzione dello "Stato delle Autonomie" nel 1978. Ciò ha comportato, da un lato, la separazione delle ex province di Santander, Logroño e Madrid (che si costituirono comunità autonome uniprovinciali) e, dall'altro, l'accorpamento della regione leonese alla Vecchia Castiglia (Castilla la Vieja) e della provincia di Albacete alla Nuova Castiglia (Castilla la Nueva), dando vita a due ulteriori comunità autonome: Castiglia e León (Castilla y León) e Castiglia-La Mancia (Castilla-La Mancha).

Oltre alla prima menzione della Castiglia in un documento dell'abate Vitulo, occorre considerare anche le antichissime testimonianze provenienti dal Vescovado di Valpuesta, un monastero nella provincia di Burgos (804–1087), che alcuni filologi ritengono essere la culla della lingua castigliana. Tra gli specialisti vi è consenso sul fatto che il nome "Castiglia" (Castilla) derivi dal gran numero di castelli o fortezze presenti in queste terre.
Anni dopo, essa si affermò come entità politica autonoma — la Contea di Castiglia — pur rimanendo una contea vassalla del Regno di León. Nel 960, sotto il conte Fernán González, la Contea di Castiglia ottenne l'indipendenza de facto dal León. Nel 1037, Bermudo III, re di León, morì senza eredi nella battaglia di Tamarón, mentre combatteva contro suo cognato, Ferdinando I. Ferdinando I, considerandosi il legittimo successore, assunse il governo di entrambi i regni; tuttavia, alcuni studiosi contemporanei mettono in discussione l'idea che Ferdinando I abbia effettivamente "creato" il Regno di Castiglia. Nel 1054, Ferdinando I affrontò suo fratello, García Sánchez III di Nájera — re di Navarra — nella battaglia di Atapuerca. Il sovrano navarrese rimase ucciso nel conflitto e Ferdinando I annesse diversi territori, tra cui la regione dei Montes de Oca, vicino alla città di Burgos.

Alla morte di Ferdinando I nel 1065, i regni furono suddivisi tra i suoi figli: a Sancho II andò la Castiglia, ad Alfonso VI il León. Sancho II fu assassinato nel 1072 e suo fratello salì al trono di Castiglia. L'assetto che vedeva un unico sovrano a capo di entrambi i regni si mantenne per diverse generazioni. Alla morte del sovrano, gli succedette sul trono la figlia Urraca. Ella contrasse un secondo matrimonio con Alfonso I d'Aragona; tuttavia, poiché quest'ultimo non era in grado di governare entrambi i regni — e a causa di notevoli conflitti tra i due — Alfonso I ripudiò Urraca nel 1114, il che intensificò ulteriormente le ostilità. Sebbene papa Pasquale II avesse in precedenza annullato il matrimonio, la coppia rimase unita fino a quella data. Urraca, che era anche contessa di Galizia, dovette confrontarsi con il proprio figlio, il re Alfonso VII di Galizia, per far valere i propri diritti su quel regno. Due anni dopo, Alfonso VII — nato dal primo matrimonio di Urraca — fu incoronato anche re di León. Alfonso VII riuscì ad annettere territori appartenenti ai regni di Navarra e d'Aragona (sfruttando la debolezza derivante dalla loro frammentazione in seguito alla morte di Alfonso I d'Aragona). Egli rinunciò alle proprie pretese di conquista sulla costa mediterranea in favore della nuova unione tra l'Aragona e la contea di Barcellona, sancita dal matrimonio tra Petronilla d'Aragona e Raimondo Berengario IV.
Nel suo testamento, egli ripristinò la tradizione reale che prevedeva sovrani distinti per ciascun regno. Ferdinando II fu proclamato re di León, mentre Sancho III divenne re di Castiglia.

Nel 1217, Ferdinando III "il Santo" ricevette il Regno di Castiglia da sua madre, Berenguela, e nel 1230 ereditò il Regno di León da suo padre, Alfonso IX. Sfruttando il declino dell'Impero almohade, egli conquistò la valle del Guadalquivir, mentre suo figlio Alfonso prese il Regno di Murcia. Le Cortes (parlamenti) di León e Castiglia vennero unificate; questo momento segna la nascita della Corona di Castiglia, che comprendeva i regni di Castiglia, León e Toledo, oltre ad altri regni taifa e signorie sottratti agli arabi. Tali regni mantennero istituzioni e ordinamenti giuridici distinti. Ad esempio, nei regni di Galizia, León e Toledo, l'impianto giuridico affondava le radici nel diritto romano-visigoto, che differiva dalla legislazione — basata in gran parte sulla consuetudine — in vigore nel Regno di Castiglia.
Nel 1520 ebbe inizio la Rivolta dei comuneros (Guerra de las Comunidades de Castilla), un'insurrezione armata dei cosiddetti comuneros che si sviluppò all'interno della Corona di Castiglia tra il 1520 e il 1522, durante i primi anni del regno di Carlo V. Il movimento ebbe il suo fulcro nelle città dell'entroterra castigliano, con Toledo e Valladolid in prima linea. Le richieste fiscali — avanzate in concomitanza con la partenza del sovrano per l'elezione a imperatore del Sacro Romano Impero (questione discussa nelle Cortes di Santiago e A Coruña nel 1520) — scatenarono una serie di rivolte urbane che, col tempo, si organizzarono e si istituzionalizzarono. Dopo quasi un anno di ribellione, i sostenitori dell'imperatore — in particolare l'alta nobiltà e i signori territoriali — riuscirono a riorganizzarsi. Dopo quasi un anno di ribellione, i sostenitori dell'imperatore – in particolare l'alta nobiltà e i territori castigliani periferici, come l'Andalusia – si erano riorganizzati; le truppe imperiali inflissero un colpo quasi decisivo ai comuneros nella battaglia di Villalar, il 23 aprile 1521. Il giorno seguente, i capi dei comuneros (Juan de Padilla, Juan Bravo e Francisco Maldonado) furono decapitati. L'esercito dei comuneros si disgregò. Solo Toledo mantenne viva la ribellione, fino alla resa definitiva nel febbraio 1522.
Le conseguenze principali della Rivolta inclusero la perdita dell'élite politica all'interno delle città castigliane — una diretta conseguenza della repressione regia — nonché un impatto significativo sulle entrate statali. L'autorità reale fu costretta a risarcire coloro che avevano perso proprietà o subito danni ai propri beni durante la rivolta. Gli indennizzi più cospicui furono versati all'Ammiraglio di Castiglia, a copertura dei danni subiti a Torrelobatón e delle spese sostenute per la difesa di Medina de Rioseco; seguirono, per entità del risarcimento, il Connestabile e il vescovo di Segovia.
Tali indennizzi vennero finanziati attraverso un'imposta speciale che gravò sull'intera popolazione di ciascuna delle città che avevano aderito al movimento dei comuneros. A causa del conseguente aumento dei prezzi, queste tasse misero sotto pressione le economie locali di tali città per circa vent'anni. Inoltre, l'industria tessile nella Castiglia centrale perse ogni possibilità di evolversi in un settore dinamico.
In seguito alla guerra di successione spagnola (1700–1715), il vincitore, il re borbonico Filippo V, emanò nel 1715 i Decreti di Nueva Planta. Tali documenti riorganizzarono l'assetto territoriale dei regni ispanici, abolendo il diritto pubblico, le istituzioni specifiche e ogni sorta di fueros (privilegi o diritti sanciti da statuti) e norme giuridiche propri sia della Corona di Castiglia che della Corona d'Aragona. Attraverso queste misure, il sovrano perseguì l'unificazione politica e giuridica di tutti i suoi domini.

Le riforme borboniche comportarono l'abolizione di ogni forma di autonomia precedentemente goduta dai vari regni che componevano la Monarchia Ispanica sotto gli Asburgo, nonché la completa centralizzazione delle strutture amministrative. La casa di Borbone instaurò una monarchia assoluta, centralizzata e uniforme. Ciononostante, Ferdinando VI riorganizzò i confini territoriali, noti come intendencias — istituiti originariamente da suo padre, Filippo V — allineandoli alle province dell'epoca asburgica e ai regni storici della Spagna.
Durante l'invasione napoleonica e il regno di Giuseppe I Bonaparte, furono istituite 28 prefetture (o province), modellate sul sistema francese; esse prescindevano dal contesto storico e prendevano il nome da elementi geografici.
Nel 1833, sotto il regno di Isabella II, il Segretario di Stato per lo Sviluppo, Javier de Burgos, suddivise la Spagna in province e regioni; una struttura rimasta in vigore, de facto, fino all'avvento delle attuali comunità autonome. La regione storica della Castiglia fu scissa in due nuove unità amministrative: la Vecchia Castiglia (Castilla la Vieja) — comprendente le province di Santander, Burgos, Logroño, Soria, Segovia, Ávila, Valladolid e Palencia — e la Nuova Castiglia (Castilla la Nueva), che includeva Ciudad Real, Cuenca, Guadalajara, Madrid e Toledo. Il 15 giugno 1869, a Valladolid, fu sottoscritto il Patto Federale Castigliano per iniziativa del Partito Repubblicano Federale. Venne istituito lo "Stato della Vecchia Castiglia" – comprendente le province di Ávila, Burgos, León, Logroño, Palencia, Santander, Salamanca, Segovia, Soria, Valladolid e Zamora, con capoluogo a Valladolid – e lo "Stato della Nuova Castiglia" – comprendente le province di Albacete, Ciudad Real, Cuenca, Guadalajara, Madrid e Toledo, con capoluogo a Madrid. Tale suddivisione fu presa in considerazione nella Costituzione della Prima Repubblica spagnola del 1873, il cui primo articolo recita:

Il liberalismo ottocentesco promosse un progetto di costruzione nazionale per la Spagna; uno dei suoi pilastri, accanto all'azione storica dello Stato, fu un'espressione culturale simboleggiata dalla Castiglia.
A cavallo tra i due secoli, la Castiglia fu invocata dall'Institución Libre de Enseñanza (Istituzione Libera di Insegnamento) e dagli autori della Generazione del '98 come rifugio spirituale per la Spagna; sulla scia del disastro del 1898, vennero gettate, in ambito storiografico, le basi per un nuovo tipo di nazionalismo spagnolo. Un topos ricorrente è l'estensione delle caratteristiche del paesaggio e dell'ambiente naturale al carattere delle popolazioni che vi abitano. L'evocazione di tali paesaggi costituì un tema costante tra i membri dell'Institución Libre de Enseñanza.

Francisco Giner de los Ríos individuò nel paesaggio castigliano caratteristiche quali una "robusta forza interiore, una severa grandiosità, nobiltà, dignità, solennità, uno sforzo indomabile, gravità, austerità, carattere e un modo di essere poetico". La concezione della Castiglia propria degli institucionistas (esponenti dell'Institución) si allinea e si connette alla visione della regione condivisa dalla Generazione del '98, che in essa trovò un mezzo per dare sostanza alle proprie inquietudini. Nei suoi scritti, Giner de los Ríos indicò la Sierra de Guadarrama come espressione per eccellenza del paesaggio castigliano, e il Peñalara come un simbolo; lo scrittore Enrique de Mesa, dal canto suo, considerava l'ascesa a quella vetta una chiave per comprendere sia la Vecchia Castiglia ("nobilitata dagli hidalgo saggi) sia la Nuova Castiglia ("sublimata dagli hidalgo folli).
Tra i membri della Generazione del '98 che contribuirono a definire questo paesaggio castigliano vi fu il poeta Antonio Machado, con i suoi Campos de Castilla (Campi di Castiglia), così come Azorín, le cui posizioni sulla Castiglia erano particolarmente vicine a quelle dell'Institución. Azorín vedeva negli abitanti della regione l'incarnazione del "contadino castigliano storico per eccellenza: nobile, austero, grave ed elegante nel portamento; laconico, sentenzioso e acuto nel ragionamento". Joaquín Costa equiparava la Spagna alla Castiglia, affermando celebremente: "Passarono i secoli e la Castiglia si fece Spagna". Nel caso di Miguel de Unamuno, che inizialmente mantenne un atteggiamento critico, si può osservare una graduale identificazione con l'idea di Castiglia. Decenni più tardi, durante i dibattiti della Seconda Repubblica sul testo costituzionale del 1931, egli dichiarò: "Abbiamo già sentito dire che la Castiglia non conosce la periferia; io vi dico che la periferia conosce la Castiglia ancora meno". Ramiro de Maeztu la identifica con la meseta (l'altopiano centrale).
Nei suoi scritti, Ortega y Gasset colse l'influenza dell'associazione simbolica proposta da Giner de los Ríos, che equiparava la Spagna alla Castiglia, e la Castiglia a un'"essenza della spagnolità". Nella sua opera del 1921 España invertebrada ("Spagna invertebrata"), scrisse: "La Castiglia ha fatto la Spagna, e la Castiglia l'ha disfatta".
La Castiglia appare all'interno di un complesso rapporto di amore-odio, un motivo ricorrente nell'opera del pensatore rigenerazionista Julio Senador, noto per il suo pessimismo antropologico. In Castilla en escombros (Castiglia in rovina, 1915), arrivò a sostenere che "dire Castiglia significa semplicemente pronunciare una parola priva di senso, poiché qui non esiste più alcuna Castiglia reale".
Dal punto di vista di un regionalista castigliano, nel 1918 Luis Carretero Nieva definì la Castiglia come l'insieme delle province di Ávila, Burgos, Logroño, Santander, Segovia e Soria. Contrapponendo la "Castiglia" al "León" e manifestando diffidenza verso la città di Valladolid, egli sostenne che la Castiglia non dovesse essere associata alle pianure della meseta, bensì alle "montagne". Le sue idee e quelle di suo figlio Anselmo, che in seguito avrebbe ampliato il concetto di Castiglia includendovi le province della «Nuova Castiglia» di Madrid, Guadalajara e Cuenca, avrebbero avuto una certa risonanza nello sviluppo del processo di pre-autonomia in Castiglia e León, avvenuto a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta.
Per quanto riguarda La Montaña (la regione montuosa della Cantabria), autori come Clarín e Amador de los Ríos sostennero l'idea della Cantabria come parte della Castiglia, opponendosi a qualsiasi giustificazione per un distinto regionalismo "montañés" che in ogni caso era spesso associato a livello locale in buona misura alla Castiglia. La narrazione liberale, che concepiva la Cantabria come origine sia della Castiglia che della Spagna, persistette per tutto il XIX e il XX secolo. Parallelamente, alcuni intellettuali regionali, tra cui Marcelino Menéndez y Pelayo, si dedicavano nei propri scritti all'esaltazione della regione o anche affermavano l'indissolubile unità di caratteristiche fisiche e morali che le province delle Asturie e di Santander hanno sempre posseduto, in pubblicazioni quali l'Almanaque de las Dos Asturias o la Revista Cántabro-Asturiana. Durante la Seconda Repubblica spagnola, in particolare nel corso dei dibattiti sugli statuti regionali, il cantabrismo veniva talvolta identificato con la Castiglia, e altre volte esclusivamente con la Cantabria. In definitiva, l'espressione più peculiare del particolarismo cantabrico fu la formulazione di uno statuto "cantabro-castigliano" in un quadro federale, incentrato sulla provincia stessa, ma che prevedeva la possibilità di includere comuni limitrofi appartenenti a province adiacenti con cui sussistevano legami storici.
Dal punto di vista della Catalogna, tale identità è stata storicamente interpretata come un'entità territoriale all'interno della Spagna che si contrappone alla Catalogna, suggerendo una dualità tra le due regioni. Secondo Enric Ucelay-Da Cal, la storiografia catalana, durante tutta l'età moderna, non riuscì a elaborare una concezione della Castiglia che prescindesse dal suo rapporto con la Catalogna, considerandola semplicemente come un vicino al pari della Francia.
La tesi fatta propria dagli autori della Renaixença, secondo cui la Castiglia sarebbe stata responsabile del mancato sviluppo nazionale della Catalogna, si radicò profondamente nel discorso del nazionalismo catalano; la Castiglia finì per fungere da "Altro", contribuendo di fatto a consolidare l'identità catalana. La figura della Castiglia appare negli scritti dell'intellettuale catalano Pompeyo Gener, sostenitore del darwinismo sociale, il quale, nel 1887, per giustificare la supremazia della Catalogna sulla Castiglia, sostenne che quest'ultima fosse priva di capacità scientifica. Egli affermò che "la carenza di ossigeno e la pressione atmosferica, la cattiva alimentazione, la predominanza di una stirpe in cui prevale l'elemento semitico e pre-semitico (gli andalusi), nonché l'uso della penna come strumento per scalare le posizioni di potere: sono queste le cause che hanno generato un carattere frivolo e vuoto nella letteratura spagnola".
L'idea di una Castiglia invecchiata, chiamata a passare il testimone alla Catalogna, è un tema ricorrente nel pensiero catalanista dell'inizio del XX secolo. Secondo Joan Maragall (1902): "La Castiglia, situata in una regione dall'ambiente quasi africano e priva di sbocchi sul mare, è refrattaria al cosmopolitismo europeo; [...] la Castiglia ha esaurito il suo ruolo di forza guida e deve cedere lo scettro ad altri".
La Castigla e la sua relzione con la Catalogna fu oggetto di svariate rappresentazioni allegoriche, presenti in illustrazioni e caricature sulla stampa periodica tra il XIX e l'inizio del XX secolo.
In Galizia, la concettualizzazione di una «Castiglia immaginata» come necessario termine di negazione per la costruzione di una «Galizia immaginata» ha giocato un ruolo di primo piano durante le fasi del regionalismo e la fase iniziale del nazionalismo galiziano. Nell'ambito del nazionalismo galiziano storico, Manuel Murguía integrò la dicotomia tra "Galizia" e "Castiglia" nel proprio discorso identitario, codificando una distinzione tra una cultura "celtica" superiore e una "semitica" inferiore. Analogamente, nell'immaginario identitario di Castelao, la "Castiglia" veniva configurata come un "altro" etnico da escludere. Parallelamente, Blas Infante — figura di spicco dell'andalusismo — promosse l'idea di un'"Andalusia" contrapposta alla "Castiglia", distanziandosi dal casticismo tradizionalista (incentrato sull'essenza spagnola "pura") e valorizzando i tratti semitici e islamici che egli ravvisava nel carattere andaluso; un approccio che, inizialmente, non assumeva una connotazione del tutto antagonistica. Tale visione, sostenuta dai fautori di un nazionalismo etnico andaluso, fu contestata da interpretazioni che consideravano l'Andalusia un prodotto della Castiglia: la Castilla Novísima, avvalorato da autori quali Domínguez Ortiz e Sánchez Albornoz.
A questa proiezione culturale della Castiglia contribuì anche l'opera del musicista e folklorista Antonio José, che dedicò alla regione diverse composizioni, tra cui Sinfonía castellana, Danzas burgalesas, Evocaciones, Suite ingenua e Himno a Castilla.
La Castiglia costituiva inoltre un elemento centrale dell'ultranazionalismo palingenetico all'interno dell'ideologia falangista; essa veniva invocata nel delineare la visione della Spagna come "comunità immaginata" e, nel discorso politico falangista, veniva ripetutamente presentata come la quintessenza stessa della Spagna. Prima di aderire alla Falange, Onésimo Redondo, il cui "castiglianismo" divenne un pilastro fondamentale della sua ideologia, influenzando in tal senso anche Ramiro Ledesma Ramos, sosteneva, nel suo scritto Castilla en España ("La Castiglia in Spagna"), che la Castiglia fosse uno spazio in cui si sublimerebbero le essenze nazionali, incontaminate dalla corruzione presente nella capitale e nelle altre grandi città. Egli immaginava una "Spagna castigliana e rurale", contrapposta all'europeismo, al cosmopolitismo e alle influenze estranianti provenienti sia dall'Occidente che dall'Oriente; propugnava una Castiglia rurale, "incontaminata nel suo isolamento", capace di perdurare grazie alla sua "genuina potenza rigeneratrice". Altri esponenti di spicco della Falange, come Eugenio Montes, celebre per aver affermato che "la Castiglia è antica quanto l'Europa", attinsero in seguito, durante il franchismo, all'"essenzialismo castigliano" di Ramón Menéndez Pidal (una sorta di Volksgeist specifico della Castiglia), utilizzandolo come un ariete per sfidare il nazionalismo liberale. Nel corso delle celebrazioni per il "Millennio della Castiglia" del 1943, organizzate dal regime franchista, Franco parlò, con un certo distacco, della "grande Castiglia, fondamento della nazione spagnola". Carrero Blanco descrisse la Castiglia come il "midollo della patria", mentre García Villoslada la definì "radice e midollo della Spagna". Nel frattempo, José Ibáñez Martín definiva affettuosamente la Castiglia come la "madre della Spagna", attribuendo alla Castiglia di Fernán González una serie di qualità che, secondo il ministro, si sarebbero trasmesse al popolo spagnolo, plasmandone così "l'archetipo, il carattere e l'ideale dell'uomo ispanico".
Sempre durante il periodo franchista, il fondamentalista cattolico Rafael Calvo Serer considerava detestabile l'idea della Castiglia come essenza della Spagna. Contrario a qualsiasi forma di essenzialismo non cattolico riguardo alla Spagna, egli poneva il cattolicesimo come pilastro fondamentale per garantire l'unità della patria. In un articolo dell'aprile 1952 per il quotidiano ABC dal titolo chiaramente provocatorio, "La Spagna è più vasta della Castiglia", sviluppò una apologia della regione valenciana e un attacco al noventayochismo.
Nel corso del processo di costituzione delle comunità autonome, si è assistito a una ripresa di narrazioni storiche di impronta regionalista. Tra queste figuravano prospettive anticentraliste - la visione carreterista sostenuta da González Herrero o quella leonesista (incentrata su León come provincia singola, oppure in relazione alle province di Salamanca, León e Zamora) - nonché la concezione di una "Grande Castiglia" (Gran Castilla), emersa dal Pacto Federal Castellano, che auspicava l'unificazione della Vecchia Castiglia, di León e della Nuova Castiglia in un'unica comunità autonoma. Inoltre, durante l'era democratica, le manifestazioni tenutesi a Villalar hanno promosso una narrazione idillica di una "Castiglia municipale e comunera". In quest'ottica, anche l'adattamento musicale del 1976 della ballata Los comuneros (1972), a opera del gruppo Nuevo Mester de Juglaría, ha contribuito a rafforzare una concezione specifica della Castiglia.
Oggi, due comunità autonome condividono nominalmente il termine "Castiglia", ossia Castiglia e León e Castiglia-La Mancia, la cui formazione siano state oggetto di dibattito sotto il profilo del fondamento storico. Per contro, storici come Julio Valdeón Baruque sostengono che l'unione dei territori del bacino del Duero sia storicamente coerente, dato il profondo intreccio tra le terre di Castiglia e León, già evidente alla fine del Medioevo. Ciononostante, malgrado le argomentazioni di natura geopolitica e socioeconomica a favore di tali identità regionali, la popolazione di queste due comunità autonome, a differenza di quanto accaduto in altre regioni, hanno in larga misura diluito la propria identità collettiva nell'identità spagnola.
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