Celso Macor (Versa, 4 agosto 1925 – Gorizia, 28 novembre 1998) è stato uno scrittore, poeta e saggista italiano.
Nacque a Versa, presso Romans d'Isonzo, il 4 agosto 1925, da Antonio e Teresa Mucchiut. Ancora adolescente, iniziò a impegnarsi nel locale Circolo Ricreativo Sportivo Filodrammatico, con il quale mise in scena adattamenti e anche testi propri. Conseguita la maturità classica presso il Liceo “Dante Alighieri” del capoluogo isontino, tra il 1959 e il 1961 insegnò cultura civica ai corsi E.N.A.L.C. di Gorizia, e dal 1962 curò i servizi giornalistici del Comune di Gorizia fino ad assumere il ruolo di responsabile dell'Ufficio stampa e pubbliche relazioni. Nel corso degli anni affiancò alla professione una costante attività pubblicistica, in particolare quale corrispondente da Gorizia e provincia del quotidiano romano «Il popolo» (1957-1962), direttore dei periodici «Iniziativa isontina» (dal 1979 al 1996) e «Alpinismo goriziano» (notiziario della locale sezione del Club Alpino Italiano), editorialista e vicedirettore del settimanale diocesano «Voce isontina» e collaboratore di «Studi Goriziani». Fu socio fondatore e poi membro del direttivo dell'Istituto per gli Incontri culturali mitteleuropei. Fino al 1965, anno del matrimonio, visse a Versa; in seguito abitò a Gorizia, e infine, dal 1969, a Lucinico.
Oltre a svolgere per decenni attività giornalistica sui periodici locali e regionali, Macor scrisse numerosi saggi e volumi di interesse storiografico e ambientale sul Friuli goriziano e su Gorizia, sul Collio, sulle Alpi Giulie, sull'Isonzo, sul Torre, ma anche sull'alpinismo e sugli alpinisti, e in particolare su Julius Kugy, alla riscoperta del quale diede un impulso determinante dedicandogli un contributo già nel 1966. Sono molti anche gli scritti di politica e cultura pubblicati su libri, riviste e atti di convegni, nonché le prefazioni e le introduzioni a volumi di altri autori. In particolare negli anni Novanta collaborò ad alcuni volumi fotografici nei quali i suoi testi di commento entrano in dialogo con immagini che illustrano l'orizzonte di una regione, il Friuli, segnata dall'incontro di culture ed etnie diverse.
Dopo L'uomo e la vigna (1971), la scrittura letteraria di Macor si indirizzò alla lingua friulana, in particolare dopo il terremoto del 1976, e diviene pubblica con le tredici liriche di Impiâ peraulis ('Accendere parole'), volumetto edito nel 1980 con una premessa del germanista e traduttore Ervino Pocar. Nel 1986 fu la volta de I vôi dal petarôs (‘Gli occhi del pettirosso’), raccolta di tredici racconti friulani che mettono a tema, fra l'altro, l'incapacità dell'intellettuale di salvare quei vincoli solidali e quella autenticità che la cultura friulana aveva ricevuto in eredità dal passato contadino. La pacificazione con quel passato si fa sempre più profondamente desiderata nella raccolta poetica Se 'l flun al mûr (‘Se il fiume muore’, 1989), ma l'oscillazione tra una prospettiva di sconforto e spiragli di speranza è manifesta sia nelle prose di Tiara (‘Terra’, 1991), sia in Puisiis a Viarsa ('Poesie a Versa', 1994).
Nel 1996 la produzione friulana fu raccolta da Macor stesso in due volumi intitolati I fucs di Belen (‘I fuochi di Beleno’), mentre nel 1999 alcuni scritti furono ristampati con la traduzione slovena in Cui ciantaraja dopo di me? Kdo bo pel za menoj? (‘Chi canterà dopo di me?'), a cura di Jurij Paljk. Oltre che in sloveno, alcune poesie sono state tradotte in tedesco e in catalano. A dieci anni dalla morte è comparso postumo Ài samenât un ciamp di barburissis. Ho seminato un campo di fiordalisi (2008), edizione degli scritti contenuti in un'agenda che – come ricordava il curatore Rienzo Pellegrini – «accosta e compone facce complementari e solidali di una personalità che nell'esercizio assiduo del giornalismo e della letteratura, nei suoi diversi generi, ha espresso intenzioni e ideali non divaricati», così da provarne «nel concreto, nello svolgersi dei fogli, la coerenza di fondo, pur con le perplessità, con le incrinature che l'esistere non elide». Macor, infine, si misurò anche con la traduzione in friulano delle Laudes creaturarum di Francesco d'Assisi (1991) e curò la raccolta di tutte le poesie di Franco de Gironcoli.
Per la sua scrittura in friulano Macor adottò ordinariamente la varietà di Versa, con contaminazioni da quella di Lucinico; ma l'impasto lessicale accoglie anche voci ormai dimenticate, tedeschismi e tessere della lingua familiare, divenendo un mezzo espressivo tanto tenacemente ancorato a luoghi e tempi di una vicenda umana ben precisa quanto ricco sul piano della profondità storica, dell'ampiezza geografica e dello spessore affettivo.
Sul piano critico, è stato segnalato che «la propensione autobiografica o la presenza di un io poetico definito e tangibile non riducono la letteratura di Macor a un canto monodico: la sua poesia e i suoi racconti possiedono le risonanze della polifonia e la coralità dell'universo contadino, del quale costituiscono un'immagine nitida ed eloquente. E nondimeno, la forte connotazione storica e gli agganci concreti rendono vive e contemporanee quelle pagine, conferendo alla contingenza delle storie un valore paradigmatico». Nel pensiero di Macor, infatti, la realtà della memoria riveste una funzione fondamentale, concretizzandosi sia in una pratica letteraria continuamente riferita alla storia, sia in un esercizio di testimonianza teso a scongiurare quella frattura tragicamente insanabile dovuta alla perdita dei legami con il passato.
Rimane più difficile tracciare un profilo dell'impegno pubblico di quest'uomo dalla personalità discreta e dalla sensibilità complessa; per il quadriennio 1961-65 fu consigliere provinciale, ma collaborò continuamente con numerose istituzioni quali il Centro Studi "Sen. Antonio Rizzatti", l'Istituto di Storia sociale e religiosa, l'Istituto per gli Incontri culturali mitteleuropei, di cui fu socio fondatore, la Società filologica friulana, l'Union Scritôrs Furlans, la Biblioteca statale isontina. Il volume Celso Macor. Identità e incontri (1999), nel quale è raccolto un numero significativo di articoli per la stampa, riesce in qualche misura a dare conto delle numerose sfaccettature della sua attività pluridecennale. Molti dei corsivi, e in particolare quelli scritti per «Voce isontina», illuminano le pagine più propriamente letterarie, e ne risultano a loro volta illuminati. La prosa giornalistica di Macor è caratterizzata dalla radicalità dell'analisi critica e da una visione della cosa pubblica aliena tanto ai compromessi quanto ai radicalismi e alle chiusure identitarie: «Senza cadute nella retorica, attraversa ciascuna di quelle pagine una robusta tensione etica, non soffocata dallo sguardo retrospettivo né paralizzata dal senso di colpa per non aver saputo formulare ipotesi alternative di sviluppo e opporre resistenza alle leggi economiche e sociali che hanno sfigurato il volto umano della campagna». Ciò che ha conferito respiro al pensiero di Macor è indubbiamente l'esperienza del confine, associata alla consapevolezza di vivere in uno spazio geografico incerto (emblematica, a questo proposito, la prosa Friulani di confine): dalla riflessione sulla realtà marginale del Goriziano sono derivati uno sguardo politico lungimirante, un'azione improntata al dialogo con i popoli vicini, una solida volontà di rinnovamento culturale, una tensione fattiva per la pace e per la valorizzazione delle diversità.
Nei giorni successivi alla scomparsa dello scrittore, avvenuta il 28 novembre 1998, su iniziativa di varie associazioni è stato redatto un manifesto trilingue (in italiano, friulano e sloveno) che riconosceva l'importanza della sua opera per il dialogo e per il panorama culturale del Goriziano: «In silenzio ha lasciato la terra dell'Isonzo che ha tanto amato. Poeta forte, scrittore rigoroso, giornalista, lascia un esempio di dialogo e di verità per le generazioni future. Friulano, estimatore di tutte le culture, voce per gli ultimi, cantore della dignità dell'uomo, della creazione e della fratellanza tra diversi, contro ogni violenza e guerra. Ha creato corresponsabilità e infuso speranza. Un'eredità da raccogliere e tradurre in impegno per il bene comune».
Celso Macor, infine, non fu soltanto un innamorato della montagna, e in particolare delle Alpi Giulie, ma anche un appassionato alpinista. Tra le centinaia di ascensioni e le diverse imprese, si ricorda l'apertura di una nuova via, classificata di 4º e 5º grado, sulla Croda Rossa di Sesto, in cordata con Franz Happacher (10 settembre 1959); sempre con Happacher, nell'anno successivo ha aperto un'altra via di 5º grado sul Campanile Carducci del monte Giralba di Sopra (25 agosto 1960). Amico delle più note guide alpine di Sesto Pusteria, ha scalato otto volte la Croda dei Toni, una decina di volte tutte e tre le Cime di Lavaredo, cinque volte Cima Una e quasi tutte le altre montagne della Val Fiscalina.
Numerosi i premi ricevuti per l'attività pubblicistica e letteraria; tra questi, il Premio "Epifania" di Tarcento (1988), il Premio "San Rocco" di Gorizia (1988), il Premio nazionale di poesia “Città di Thiene” (1990), il Premio letterario nazionale "Carnia" (1998). Ha inoltre partecipato, in rappresentanza della poesia friulana, al Festival internazionale di poesia di Barcellona (1990). Tra i riconoscimenti più importanti, si ricorda l'Ehrenurkunde della città di Klagenfurt (1991) per la cura delle relazioni del gemellaggio della capitale della Carinzia con la città di Gorizia. Negli anni Novanta i suoi scritti friulani sono stati presentati a Klagenfurt, al castello Metternich di Grafenegg e a Bleiburg.
A Celso Macor è intitolata la biblioteca di Lucinico e, dal 2015, l'Istituto comprensivo di Romans d'Isonzo, oltre a un premio letterario istituito nel 2002 dal Comune di Romans. Dal 1999 gli è intitolato anche l'asteroide 8411 Celso, scoperto il 3 ottobre 1996 all'osservatorio del Circolo Culturale Astronomico di Farra d'Isonzo.
Dal 27 settembre 2013 le carte private dello scrittore costituiscono un fondo autonomo conservato e consultabile presso l'Archivio di Stato di Gorizia.
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