
Il Centiloquium («cento detti») è una raccolta pseudo-tolemaica di cento aforismi sull’astrologia e sulle regole astrologiche. La prima testimonianza della sua esistenza risale all’inizio del X secolo, quando il matematico egiziano Ahmad ibn Yusuf al-Misri ne scrisse un commento; l'opera è stata definita «uno dei testi più influenti nella storia dell’astrologia», e nel XV secolo era un testo di riferimento standard per gli studenti di medicina dell’Università di Bologna. Il contenuto dell’opera riflette una tradizione astrologica di carattere sincretico, che combina elementi di origine greca e orientale con concezioni ermetiche e neoplatoniche. Gli aforismi affrontano temi quali i paranatellonta, le interrogazioni e le elezioni astrologiche, la teoria persiano-sassanide delle grandi congiunzioni e l’astrologia magica, inclusa la costruzione di talismani. Tali argomenti non sono attestati nelle opere autentiche di Tolomeo.
Il Centiloquium si apre con una dedica a Siro, proprio come il trattato astrologico dell’astronomo classico Claudio Tolomeo, il Tetrabiblos («Quattro libri»): Tolomeo era un autore conosciuto e rispettato dagli studiosi medievali islamici, ebrei e latini, e l’opera fu quindi ampiamente diffusa e citata. In arabo era noto come Kitab al-Thamara («Libro del frutto»), nome che si suppone sia una traduzione del greco καρπος, che significa «frutto», poiché gli aforismi del libro erano considerati il frutto o la sintesi del trattato precedente. Fu tradotto almeno quattro volte in latino, lingua in cui era noto anche come Liber Fructus, tra gli altri da Giovanni da Siviglia a Toledo nel 1136 e da Platone Tiburtino a Barcellona nel 1138 (opera poi stampata a Venezia nel 1493). Ebbe una traduzione in ebraico nello stesso periodo, a opera di Abraham bar Hiyya, un collaboratore di Platone, e nuovamente nel 1314 da Kalonymus ben Kalonymus, con il titolo di Sefer ha-Peri («Libro del frutto») o Sefer ha-Ilan («Libro dell'albero»). Nel XV secolo fu nuovamente tradotta in latino, questa volta dal greco, per opera di Giorgio di Trebisonda e di Giovanni Pontano.
Malgrado la sua diffusione fosse collegata alla convinzione che fosse stato composto da Tolomeo, già nel commento originale al libro si notava come il Centiloquium presenta differenze piuttosto sostanziali rispetto al Tetrabiblos in termini di impostazione: ad esempio, si concentra molto sulle «interrogazioni», ovvero sulla formulazione di domande astrologiche su progetti ed eventi futuri, argomento che non viene affatto trattato nell'opera tolemaica. Negli anni '50 del XVI secolo lo studioso italiano Girolamo Cardano esaminò la questione e dichiarò che l’opera fosse pseudepigrafica, ovvero non scritta da Tolomeo, e questa è stata in genere anche l'opinione dei secoli successivi. Tra le altre incongruenze, già notate da Giorgio di Trebisonda e da Giovanni Pontano, l'aforisma 63 tratta delle implicazioni di una congiunzione tra Giove e Saturno, che corrisponde a una dottrina sviluppata dagli astrologi arabi e sconosciuta ai Greci. Per tale motivo, l'autore è solitamente definito Pseudo-Tolomeo.
Secondo un'opinione influente, sostenuta da Lemay (1978) e da altri, l'autore originale dell'opera sarebbe stato in realtà lo stesso Ahmad ibn Yusuf, il quale riteneva che presentare le proprie idee come commento a un'opera sconosciuta del grande Tolomeo le avrebbe rese molto più influenti e ricercate rispetto alla semplice pubblicazione di tale raccolta a proprio nome. Altri, tuttavia, ritengono ancora che il Centiloquium possa contenere un nucleo di materiale autenticamente tardo-greco e bizantino, che potrebbe poi aver subito adattamenti e sostituzioni parziali nel corso della catena di trasmissione e traduzione.