I Cercopi (in greco antico: in greco antico Κέρκωπες?, Kérkōpes, singolare in greco antico Κέρκωψ?, Kérkōps) sono due personaggi della mitologia greca. Furono due fratelli gemelli, briganti e folletti incredibilmente furbi, imbroglioni e burloni.

Il nome dei Cercopi (in greco antico Κέρκωπες?, Kérkōpes) è un termine composto di origine greca. Deriva dall'unione del sostantivo in greco antico κέρκος?, kérkos, che significa "coda" e della radice in greco antico -ωψ?, -ōps, legata al campo semantico del "vedere" e dell' "aspetto". Dal punto di vista letterale, il nome assume dunque il significato di "coloro che presentano una coda nel loro aspetto". Tale etimologia evidenzia come la tradizione mitica attribuisse a queste figure dei tratti scimmieschi o animaleschi latenti già prima della loro effettiva e definitiva metamorfosi operata da Zeus.
Figli di Oceano e dell'oceanina Teia o di Teodamante (in greco antico Θεοδάμας?, Theodámas).
Non sono noti i nomi di loro eventuali mogli o progenie.
Nella tradizione mitografica i Cercopi sono due gemelli, ma i loro nomi variano sensibilmente a seconda degli autori e delle varianti locali:
Mentre la tradizione mitografica standard li descrive quasi sempre come una coppia di gemelli, esiste una tradizione alternativa che li considera una vera e propria banda o popolazione di briganti. Diodoro Siculo infatti, attesta che operassero in gruppo, infestando e saccheggiando l'intera regione durante il periodo in cui Eracle era al servizio di Onfale.
Vengono generalmente descritti come una coppia di fratelli gemelli, noti per essere dei briganti e folletti incredibilmente furbi, imbroglioni e burloni, che infestavano le strade derubando e sbeffeggiando i viandanti. Nelle scienze mitologiche moderne vengono considerati una delle più tipiche incarnazioni del legame tra il mito e la figura del briccone divino.
La madre Teia, ben conscia della natura insolente e incontrollabile dei due figli, li aveva ammoniti fin dall'infanzia con una profezia, esortandoli a guardarsi da un "uomo dal sedere scuro" (in greco antico Μελάμπυγος?, Melámpygos).
Ma i Cercopi continuarono le loro scorribande finché non si imbatterono in Eracle che si trovava nella regione al servizio della regina Onfale. La localizzazione del loro incontro con l'eroe variava a seconda delle tradizioni locali. La versione asiatica lo collocava nei pressi di Efeso (nella Lidia), mentre una tradizione continentale più antica lo ambientava presso il passo delle Termopili, dove in epoca storica venivano ancora indicati una roccia detta "del Sedere Nero" e i "sedili dei Cercopi".
Mentre Eracle dormiva, i due gemelli cercarono di derubarlo delle sue armi, ma lo svegliarono e lui li catturò e e li legò per i piedi ad una pertica e se li caricò sulle spalle a testa in giù. Secondo una variante registrata nella Suda, la cattura avvenne invece su esplicito ordine della regina Onfale ed Eracle rinunciò a ucciderli solo grazie alle suppliche della loro madre.
Trovandosi appesi alle spalle dell'eroe, i Cercopi notarono che la pelle del leone di Nemea indossata da Eracle lasciava scoperto il fondoschiena, le cui natiche erano scure ed irsute. Secondo la tradizione esplicativa degli scolii a Licofrone, tale colorazione scura non era dovuta soltanto all'esposizione al sole, ma era la conseguenza delle bruciature e della fuliggine rimaste impresse sulla pelle dell'eroe fin dai tempi della sua lotta contro l'Idra di Lerna, quando aveva utilizzato dei tizzoni ardenti per cauterizzare le teste del mostro. Comprendendo improvvisamente il significato dell'antica profezia materna, i due fratelli scoppiarono a ridere a crepapelle e, incuriosito dalle risate, Eracle ne domandò il motivo. Ottenuta la risposta, Eracle trovò la situazione così esilarante che, divertito dalla loro sfrontatezza, decise di slegarli e lasciarli andare liberi.. Nella variante in cui interviene la madre, fu proprio questo clima di ilarità, unito alle preghiere della donna, a convincere l'eroe a risparmiare loro la vita.
La fortuna dei Cercopi terminò quando tentarono di ingannare e truffare Zeus ricorrendo a continui spergiuri e giurando il falso in nome degli dei. Il re degli dei, adirato per l'insolenza dei due briganti, decise di punirli mutandone le sembianze, così ne deformò gli arti e schiacciò i loro volti trasformandoli in scimmie. Inoltre li privò dell'uso della parola affinché non potessero più ingannare nessuno con le loro menzogne, lasciando loro solo la facoltà di emettere lamenti.
Sebbene questo racconto sia celebre soprattutto grazie alla versione latina di Ovidio, la tradizione della loro metamorfosi e del loro successivo esilio sulle isole del golfo di Napoli (che da essi presero il nome di Pitecusa, dal greco antico in greco antico πίθηκος?, píthēkos, "scimmia") era in realtà molto più antica poiché era già stata documentata in ambito greco dallo storico Zenagora, il quale confermava il legame tra i due briganti trasformati in primati ed il nome delle isole Pithecussai.
Il mito dei Cercopi era talmente celebre nel mondo classico da essere protagonista di una tradizione letteraria e iconografica propria:
Alcune rappresentazioni dei Cercopi ci giungono dal Tempio C di Selinunte e dalla casa degli affreschi di Akrotiri, e in una metopa proveniente dal Santuario di Hera presso Paestum.