Chubutisaurus insignis

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Chubutisaurus
Vertebra di Chubutisaurus insignis
Stato di conservazione
Fossile
Classificazione scientifica
DominioEukaryota
RegnoAnimalia
PhylumChordata
ClasseReptilia
SuperordineDinosauria
OrdineSaurischia
Sottordine†Sauropodomorpha
Infraordine†Sauropoda
Clade†Somphospondyli
Genere†Chubutisaurus
Specie†C. insignis

Il chubutisauro (Chubutisaurus insignis) (del Corro, 1975) era un dinosauro erbivoro appartenente ai sauropodi. Visse alla fine del Cretaceo inferiore (Aptiano/Albiano, circa 110 milioni di anni fa) e i suoi resti fossili sono stati ritrovati in Sudamerica (Argentina).

Descrizione

Questo dinosauro è noto attraverso resti molto incompleti, sufficienti tuttavia a ricostruire almeno parzialmente l'animale. Di certo Chubutisaurus era molto grosso e, come tutti i sauropodi, possedeva un corpo voluminoso sorretto da arti colonnari, mentre il collo e la coda erano allungati. L'omero era lungo 1,4 metri e il femore raggiungeva 1,7 metri; queste dimensioni suggeriscono che l'intero animale dovesse raggiungere i 23 metri di lunghezza. Le vertebre conosciute (principalmente caudali) erano profondamente cave, ma sono quasi tutte mal conservate.

Classificazione

I resti fossili di chubutisauro sono stati recuperati durante scavi effettuati negli anni '70 nella provincia di Chubut, in Argentina (da qui il nome dell'animale), e sono stati descritti da Del Corro nel 1975. Le caratteristiche zampe anteriori piuttosto allungate hanno portato alcuni paleontologi a ritenere che Chubutisaurus fosse un rappresentante dei brachiosauridi, dinosauri sauropodi dalle zampe anteriori più lunghe delle posteriori. Successivi studi hanno però dimostrato che Chubutisaurus era un tipico rappresentante dei titanosauri, i sauropodi comuni nel Cretaceo dei continenti meridionali. Possibili parentele sono state proposte con Arkharavia, un presunto sauropode titanosauro rinvenuto in Asia. In seguito, però, Arkharavia è stato attribuito ai dinosauri a becco d'anatra (Godefroit et al., 2011).

Note

  1. ↑ GBIF, su gbif.org.

Bibliografia

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