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Ciapaiev occupa un posto onorato nella storia del
cinema russo, dove secondo il giudizio di
Pudovkin e altri grandi maestri del muto, rappresenta un classico del
realismo socialista. E della sua lunga fortuna popolare, quasi di un
Viva Villa! sovietico, fa fede anche l'utilizzazione fattane durante la
guerra di Spagna, a ricreazione e stimolo dei combattenti repubblicani. Oggi
Ciapaiev, pur sotto la patina del cimelio, conserva la sua carica eloquente, lascia vedere le molle vigorose della sua retorica. La povertà dei mezzi con cui fu girato si confà alla sua rozza epica, come il suo andamento bozzettistico, di scene militari collegate da una figura, risponde alla drammatica improvvisazione d'una guerra rivoluzionaria, uscita dalle zolle con la severità d'una nemesi. Si vede il condottiero anche nei suoi difetti, ma generosi e via via corretti da un commissario del popolo in veste tra di mentore e di coro. Ciapaiev non è un uomo di parole e di ragioni, ma di fatti e d'istinti, e anche quando sembra indirizzato a prendere una cantonata, la sua grande anima popolare lo salva in tempo. Soprattutto gli autori ne hanno sottolineato il magnetismo (d'una qualità che vorremmo dire garibaldina), con sfumature anche comiche e dialoghi affabilmente grulli. Il personaggio, ben calzato dall'attore Boris Baboskin dai puri baffi biondi, si accampa con energia in un film che ha notevoli pregi di montaggio (specie nella scena della battaglia), un finale mitologicamente ambiguo, nel quale non è ben chiaro se l'eroe soccomba a una vile imboscata nemica (per intanto minaccia ed esulta come un vincitore), e un gusto plastico per il volto e l'immagine umana, ravvicinata per primi piani, che ancora risente della tecnica del muto.»