
Giovanni Gonnelli (Gambassi, 4 aprile 1603 – Roma, 1664) è stato uno scultore italiano, noto come il Cieco di Gambassi.
Giovanni Gonnelli nacque a Gambassi il 4 aprile 1603, figlio di Dionigi, di professione bicchieraio, e di Maria Maddalena Lotti. La madre di Gonnelli era originaria di Castelfiorentino ed era nipote di Giovanni d’Ottavio Lotti, parroco di Tresanti, il quale potrebbe aver facilitato l’introduzione del giovane artista negli ambienti fiorentini. Giovanissimo, su sollecito del padre che sembra avesse intuito le potenzialità artistiche del figlio, si trasferì a Firenze dove iniziò a lavorare nella bottega dello scultore Chiarissimo Fancelli, allievo di Giovanni Caccini, e in seguito in quella del più celebre Pietro Tacca. Gonnelli iniziò la sua formazione nella bottega di Tacca, in Borgo Pinti, nel 1616, la quale apparteneva precedentemente allo scultore fiammingo Giambologna.
Fu, in un primo tempo, non ancora cieco, chiamato a Mantova dai Gonzaga che lo nominarono scultore di corte. Proprio in questo periodo s'ammalò e divenne completamente cieco, probabilmente durante l'assedio di Mantova del 1630. Nella Vita dello scultore, scritta da Filippo Baldinucci, si cerca di spiegare l'improvviso incidente, apparentemente senza spiegazione, con i «patimenti dell'assedio» o «a cagione dell'umidità» del clima di Mantova.
Tornò a Gambassi, forse perché non ritenuto in grado di mantenere la propria carica. Ma la manualità che aveva appreso come scultore, con un metodo da lui inventato, usando della cera per fare le fattezze del personaggio che doveva rappresentare, poté continuare a lavorare. Gran parte della sua produzione artistica è costituita da figure in terracotta, modellate abilmente con l'uso delle mani. Con questo metodo fu chiamato a lavorare a Firenze dove fu molto apprezzato sia come scultore che come personaggio con delle facoltà particolari.
A Firenze si conservava già un busto di Cosimo II de' Medici, fatto, quando era ancora vedente, al tempo del suo alunnato presso il Tacca, e restaurato dallo stesso scultore in tempo di cecità. Fu chiamato dal granduca Ferdinando II de' Medici per fare un suo busto in terracotta, e un altro gli fu commissionato dal nobile Lorenzo Usimbardi. Fu talmente apprezzato che Ottavio Rinuccini, poeta e librettista della Camerata de' Bardi scrisse ben due odi per la nascita di una figlia dello scultore.
Nell’agosto del 1636, Gonnelli controfirmò a Castelfiorentino l’atto di vendita di una casa che apparteneva alla madre. Secondo Baldinucci, a questa primo soggiorno fiorentino (1633-1636) sembra risalire l’esecuzione della Testa di sant’Antonio da Padova e di un Santo Stefano in stucco intelaiato, un tempo conservato nella chiesa di Santo Stefano al Ponte. A questa stessa fase risalirebbe, inoltre, anche Bacco, conservato per un certo periodo a Gambassi, «nel terreno della sua casa» natale, e un Cristo Morto, opera che rimase tuttavia incompiuta, ma fortemente apprezzata dal Poccetti.

Forse per questo motivo papa Urbano VIII della famiglia Barberini lo volle a Roma, nel 1637, dove il Gonnelli plasmò un busto del papa, che si trova nei Musei Vaticani. Oltre il busto del papa, «fra le altre persone di conto, ch'egli ritrasse in Roma fu Gio. Francesco di Giustiniano [...] e il Cardinale Pallotta».
Nel Museo del Prado a Madrid, un dipinto di Jusepe de Ribera è intitolato al Cieco da Gambassi (Il Tatto), e anche il pittore Livio Mehus, durante il suo soggiorno a Firenze fece un suo ritratto, oggi conservato in una collezione privata.
Purtroppo la maggior parte delle opere del Cieco da Gambassi, come usava firmarsi nelle sue sculture, sono divise in varie collezioni e oggi irreperibili o disperse.
Vista la fattura delle sue opere, che potevano competere con quelle di altri scultori "vedenti", erano stati sollevati dei dubbi sulla sua cecità e Gonnelli quindi fu sottoposto a delle prove. A Roma un alto prelato lo sfidò a comporre una terracotta in una stanza completamente buia. Il Gonnelli passò la prova dimostrando la sua buona fede e la straordinarietà delle sue capacità.
Un'altra prova fu quella di cui ci narra sempre il Baldinucci, è riferita al Cardinal Pallotta che lo vide comporre un busto della sua innamorata e in seguito moglie (si sposarono a Gambassi il 16 gennaio 1641) Elisabetta Sesti. Lo scultore, pur senza la modella rimasta a Gambassi, fece un ritratto "a memoria". Stupito il Cardinale compose questo motto:

Dal matrimonio con Elisabetta Sesti nacquero cinque figli; tuttavia, solo Caterina Angela sopravvisse fino all’età adulta. Caterina sposò in seguito Lorenzo Barluzzi, funzionario alla corte del principe Francesco Maria de’ Medici.
Il 28 marzo 1637 Gonnelli chiese la cittadinanza volterrana, che gli fu concessa il successivo 22 aprile, come confermano le firme apposte dopo tale data, in cui compare spesso l’appellativo «Volterranus».
Le testimonianze relative all’attività dell’artista successive a questa data risultano estremamente frammentarie. Sulla base delle opere attribuibili a questo periodo, tra cui il Ritratto di Innocenzo X Pamphilj (ca. 1650), si ritiene che l’artista abbia compiuto una serie di viaggi tra la Toscana e il Lazio. Secondo quanto attestano le Vite di Raffaello Soprani e Giuseppe Ratti, inoltre, Gonnelli soggiornò per qualche tempo in Liguria, durante il quale eseguì, per la cappella del Palazzo Reale di Genova, un Busto di san Giovanni Battista, oggi perduto.
Gonnelli morì improvvisamente a Roma, nel 1656. Si presume che la sua morte improvvisa possa essere stata provocata da un avvelenamento.
La testimonianza più importante sullo scultore è la Vita scritta da Filippo Baldinucci in Notizie de' professori del disegno da Cimabue in qua, pubblicata nel 1681, opera comunque non priva di inesattezze. Baldinucci dipinge la figura di Gonnelli come un personaggio vivace e raffinato, un dandy ante litteram «di bello e gioiale aspetto, di costumi amorevoli, e di grata e sollazzevole conversazione». Amava mostrarsi vestito «nobilmente», per le strade di Firenze, «sempre appoggiato al braccio di un suo assai civile servitore», e non rinunciava mai a vivere «con onorevolezza e decoro». Secondo Baldinucci, Gonnelli aveva una forte inclinazione per le passioni amorose: prima del matrimonio, infatti, l’artista condusse una vivace vita sentimentale, costellata da «avventure galanti». Amava cantare e suonare la chitarra in compagnia di amici, arrivando persino a danzare con le sue compagne, nonostante la sua cecità.
Questa visione dell’artista, tuttavia, contrasta fortemente con l’immagine di eroe epico, tramandata da Livio Mehus nel noto Ritratto del Cieco di Gambassi. Mehus, il quale conobbe probabilmente l’artista a Firenze o Roma, trasforma erroneamente Gonnelli in una sorta di «figura allegortica che svolge un concetto morale».

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