Claude Lefort (Parigi, 21 aprile 1924 – Parigi, 3 ottobre 2010) è stato un filosofo francese, conosciuto per la sua riflessione sui concetti di totalitarismo e democrazia.
Fu attivo in politica a partire dal 1942, sotto l'influenza del suo tutore, il fenomenologo Maurice Merleau-Ponty (del quale Lefort curò in seguito varie pubblicazioni postume). Nel 1944, si unì al Parti Communiste Internationaliste, partito trockista e sezione francese della Quarta Internazionale.
Lefort rimase colpito da Cornelius Castoriadis quando lo incontrò per la prima volta. Dal 1946 collaborò con lui nella Tendenza Chaulieu-Montal, così chiamata dai loro pseudonimi Pierre Chaulieu (Castoriadis) e Claude Montal (Lefort). Nell'agosto del 1946 pubblicarono "Sul regime e contro la difesa dell'URSS", una critica sia dello stalinismo che della degenerata teoria dello Stato operaio trotskista. Suggerivano che l'URSS fosse dominata da uno strato sociale di burocrati e che consistesse in un nuovo tipo di società aggressiva quanto le società dell'Europa occidentale. Nel 1948, dopo aver cercato di persuadere altri trotskisti del loro punto di vista, si separarono da una dozzina di altri e fondarono il gruppo socialista libertario Socialisme ou Barbarie . Il testo di Lefort "L'Expérience prolétarienne" (1952) fu importante per spostare l'attenzione del gruppo verso forme di auto-organizzazione.
Ha scritto sugli scrittori politici moderni Niccolò Machiavelli ed Étienne de La Boétie ed ha esplorato "l'impresa totalitaria " nella sua "negazione della divisione sociale... [e] della differenza tra l'ordine del potere, l'ordine della legge e l'ordine della conoscenza".
Lefort divenne marxista in gioventù sotto l'influenza del suo insegnante al Lycée Carnot di Parigi, Maurice Merleau-Ponty. Nel 1943, organizzò una cellula trotskista clandestina al Lycée Henri-IV di Parigi. In seguito studiò alla Sorbona. Nel 1944, scrisse la sua tesi di Licencié ès-Lettres (più o meno equivalente a una laurea triennale) su Spinoza, sotto la guida di Henri Gouhier.
Nel 1944, si unì al Parti Communiste Internationaliste (PCI), partito trockista e sezione francese della Quarta Internazionale. Nel 1946, incontrò Cornelius Castoriadis, giunto a Parigi da Atene. Insieme, formarono subito una corrente all'interno del PCI chiamata "Tendance Chaulieu-Montal" (da "Pierre Chaulieu" e "Claude Montal", rispettivamente gli pseudonimi di Castoriadis e Lefort), che - contro l'opinione dominante nel partito - non riteneva più l'Urss uno Stato operaio degenerato, bensì un'altra forma di regime politico: uno Stato burocratico. Il gruppo lasciò il partito e divenne il gruppo Socialisme ou Barbarie, che nel 1949 fondò una rivista omonima.
Socialisme ou Barbarie considerava l'URSS un esempio di capitalismo di Stato e diede il suo sostegno alle rivolte anti-sovietiche nel Blocco orientale, in particolare alla rivolta di Budapest del 1956. Le differenze di opinione portarono a uno scisma all'interno di Socialisme ou Barbarie e Lefort si schierò, nel 1958, con Henri Simon, uno dei fondatori del gruppo Informations et liaisons ouvrières (ILO; "Informazione e collegamento dei lavoratori"), in seguito ribattezzato "Informations et correspondance ouvrières" (ICO; "Informazione e corrispondenza dei lavoratori"). Due anni dopo, abbandonò l'idea e l'ideologia della rivoluzione politica e cessò il suo attivismo militante.
Dopo aver lavorato altrove, nel 1947 e nel 1948 per l'UNESCO, nel 1949 Lefort ottenne l'agrégation in filosofia: insegnò al liceo di Nîmes (1950) e a Reims (1951). Nel 1951, fu reclutato come assistente di sociologia alla Sorbona da Georges Gurvitch. Nel 1952 (a seguito di una controversia con Gurvitch), fu distaccato dalla sezione di sociologia del CNRS fino al 1966, con una pausa di due anni (1953-1954), quando fu professore di filosofia all'Università di San Paolo. Per quanto riguarda il CNRS, il sostegno di Raymond Aron (che incontrò intorno al 1952) portà alla sua assunzione come insegnante di sociologia all'Università di Caen, dove lavorò dal 1966 al 1971, anno in cui difese la sua tesi di dottorato all'Università di Parigi I, Le Travail de l'œuvre: Machiavel, un commento all'opera di Machiavelli. Nello stesso anno, fu nuovamente assunto come ricercatore nella sezione di sociologia del CNRS fino al 1976, quando entrò all'École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS), dove rimase fino al suo pensionamento nel 1989.
L'opera intellettuale di Lefort è strettamente legata alla sua partecipazione, spesso carica di tensione, a numerose riviste. A partire dal 1945 partecipò a Les Temps Modernes (fattagli conoscere da Merleau-Ponty), partecipazione che durò fino al dibattito e alla rottura con Jean-Paul Sartre nel 1953. Per Socialisme ou Barbarie (che durò dal 1949 al 1967 e di cui fu co-fondatore) scrisse fino al 1950, poi dal 1955 al 1958. Fu anche impegnato nella rivista filosofica Textures (1969-1975) dal 1971 al 1975, e vi coinvolse Castoriadis e Miguel Abensour. Con loro (oltre a Pierre Clastres e Marcel Gauchet), fondò nel 1977 la rivista politica Libre, pubblicata fino al 1980, anno in cui si verificarono alcuni disaccordi sia con Castoriadis che con Gauchet. Dal 1982 al 1984, diresse la rivista intellettuale Passé-Present, alla quale parteciparono, tra gli altri, Miguel Abensour, Carlos Semprún Maura e Claude Mouchard e Pierre Pachet. Questi ultimi due, insieme a Claude Habib, formavano il comitato di lettura della collana Littérature et Politique che Lefort fondò per la casa editrice Éditions Belin nel 1987.
Senza dubbio attribuì minore importanza ai centri di ricerca presso i quali aveva partecipato all'EHESS: il CECMAS (Centro per lo studio delle comunicazioni di massa), fondato da Georges Friedmann e di cui fece parte Edgar Morin, e poi il Centre Aron, che frequentò poco prima di morire.
Quando Merleau-Ponty morì nel 1961, Lefort si occupò della pubblicazione dei suoi manoscritti. Negli anni Settanta, sviluppò un'analisi dei regimi burocratici dell'Europa orientale. Lesse Arcipelago Gulag e pubblicò un libro su Aleksandr Solženicyn: Un Homme en trop. Essai sur l'archipel du goulag de Soljénitsyne (1975). Le sue principali idee sul totalitarismo stalinista furono pubblicate nel 1981 in una raccolta intitolata L'Invention démocratique .
Lefort, nella sua riflessione politica, sosteneva la rilevanza di una nozione di totalitarismo che comprendesse sia il fascismo sia lo stalinismo, e considerava il totalitarismo come diverso nella sua essenza dalle grandi categorie utilizzate nel mondo occidentale fin dall'antica Grecia, come le nozioni di dittatura o tirannia. Tuttavia, contrariamente ad autori come Hannah Arendt che limitavano la nozione alla Germania nazista e all'Unione Sovietica tra il 1936 e il 1953, Lefort la applicò ai regimi dell'Europa orientale nella seconda metà del secolo, ovvero a un'epoca in cui il terrore, elemento centrale del totalitarismo per gli altri autori, aveva perso le sue dimensioni più estreme.
È nello studio di questi regimi e nella lettura di Arcipelago Gulag (1973) di Aleksandr Solženicyn che egli sviluppa la sua analisi del totalitarismo.
Lefort caratterizza il sistema totalitario per una "doppia recinzione" (double clôture). Il totalitarismo abolisce la separazione tra Stato e società e il potere politico permea la società, e tutte le relazioni umane preesistenti (solidarietà di classe, collaborazioni professionali o religiose) tendono a essere sostituite da una gerarchia unidimensionale tra chi ordina e chi obbedisce. Ciò è reso possibile soprattutto attraverso l'associazione tra lo Stato e la gerarchia di partito, sempre molto stretta, così che la gerarchia di partito diventa il potere effettivo. Lefort, come altri teorici, identifica quindi la distruzione dello spazio pubblico e la sua fusione con il potere politico come elemento chiave del totalitarismo. Inoltre, il totalitarismo nega quello che Lefort chiama "il principio delle divisioni interne della società", e la sua concezione della società è segnata dalla "affermazione della totalità". Ogni organizzazione, associazione o professione è quindi subordinata alla pianificazione dello Stato. Le differenze di opinione, uno dei valori della democrazia, vengono abolite in modo che l'intero corpo sociale sia orientato verso lo stesso obiettivo; persino i gusti personali vengono politicizzati e devono essere standardizzati. Lo scopo del totalitarismo è quello di creare una società unita e chiusa, i cui componenti non siano individui, e che sia definita completamente dagli stessi obiettivi, dalle stesse opinioni e dalle stesse pratiche. Lo stalinismo conobbe quindi "l'identificazione del popolo con il proletariato, del proletariato con il partito, del partito con la direzione, della direzione con l'Egocrate". L'ordine totalitario è perciò per Lefort il trionfo del principio d'identità, che egli esemplifica con la figura - ripresa da Solzenicyn - dell'Égocrate: "colui che concentra nella sua persona la potenza sociale e, in questo senso, appare (e si appare) come se non avesse nulla fuori di sé, come se avesse assorbito la sostanza della società, come se, Ego assoluto, potesse dilatarsi infinitamente senza incontrare la resistenza delle cose".
Lefort dimostra la differenza fondamentale tra totalitarismo e dittatura: una dittatura può ammettere principi trascendenti concorrenti, come la religione; nel totalitarismo, invece, l'ideologia del partito è la religione. Una dittatura non mira alla distruzione e all'assorbimento della società, e un potere dittatoriale è un potere dello Stato contro la società, e presuppone dunque la distinzione dei due; un partito totalitario, al contrario, ha il piano di fondere Stato e società in un sistema chiuso, unito e uniforme, subordinato all'adempimento di un progetto – il "socialismo" nel caso dell'URSS. Lefort chiama questo sistema "popolo-Uno" (peuple-Un): "Il processo di identificazione tra potere e società, il processo di omogeneizzazione dello spazio sociale, il processo di chiusura della società e l'autorità di incatenarla al fine di costituire il sistema totalitario."
Il sistema totalitario, unificato e organizzato, si presenta come un corpo, il "corpo sociale": "dittatura, burocrazia e apparato hanno bisogno di un nuovo sistema di corpi". Lefort riprende le teorie di Ernst Kantorowicz sui "due corpi del re", in cui la persona del leader totalitario, oltre al suo corpo fisico e mortale, è un corpo politico rappresentante il popolo-Uno. Per garantire il suo corretto funzionamento e per mantenere la sua unità, il sistema totalitario ha bisogno di un Altro (Autre), "l'altro malvagio", una rappresentazione dell'esterno, del nemico, contro cui il partito combatte, "il rappresentante delle forze della vecchia società (kulak, borghesi), [...] l'emissario dello straniero, del mondo imperialista".
La divisione tra l'interno e l'esterno, tra il popolo-Uno e l'Altro, è l'unica divisione che il totalitarismo tollera, poiché è fondato su questa divisione. Lefort insiste sul fatto che "la costituzione del popolo-Uno necessita l'incessante produzione di nemici" e parla anche della loro "invenzione". Ad esempio, Stalin si preparava ad attaccare gli ebrei dell'URSS alla sua morte, cioè a progettare un nuovo nemico, e, allo stesso modo, Mussolini aveva dichiarato che i borghesi sarebbero stati eliminati in Italia dopo la seconda guerra mondiale.
La relazione tra il popolo-Uno e l'Altro è di tipo profilattico: il nemico è un "parassita da eliminare", uno "spreco". Ciò supera il semplice effetto retorico comunemente utilizzato nel discorso politico contemporaneo, ma in modo profondo fa parte della visione metaforica della società totalitaria come corpo. Questa visione descrive come la presenza di nemici statali all'interno della popolazione stessa fosse percepita come una sorta di malattia. La violenza scatenata contro di loro era, in questa metafora organicista, una febbre, un sintomo della lotta del corpo sociale contro la malattia, nel senso che "la campagna contro il nemico è febbrile: la febbre è buona, è il segno, nella società, del male da contrastare".
La posizione del leader totalitario all'interno di questo sistema è paradossale e incerta, poiché egli è allo stesso tempo parte del sistema (il suo capo, che comanda il resto) e la rappresentazione del sistema (tutto). Egli è quindi l'incarnazione del "potere-Uno", cioè del potere esercitato in tutte le parti del "popolo-Uno".
Lefort non considerava il totalitarismo come una situazione idealtipica, potenzialmente realizzabile attraverso il terrore e lo sterminio. Piuttosto, egli vede in esso un insieme di processi con finali ignoti, il cui successo non può essere determinato. Se la volontà del partito totalitario di realizzare la perfetta unità del corpo sociale controlla l'entità delle sue azioni, ciò implica anche che l'obiettivo sia impossibile da raggiungere, perché il suo sviluppo porta necessariamente a contraddizioni e opposizioni. "Il totalitarismo è un regime in cui prevale la sensazione di essere divorato dall'assurdità della propria ambizione (controllo totale da parte del partito) e dalla resistenza attiva o passiva di coloro che vi sono sottoposti", come ha riassunto il politologo Dominique Colas.
Claude Lefort formula la sua concezione di democrazia rispecchiando la sua concezione di totalitarismo, sviluppandola allo stesso modo analizzando i regimi dell'Europa orientale e l'URSS. Per Lefort, la democrazia è la forma di società caratterizzata dall'istituzionalizzazione del conflitto al suo interno e della divisione del corpo sociale; riconosce e persino considera legittima l'esistenza di interessi divergenti, opinioni contrastanti e visioni del mondo opposte e persino incompatibili. La visione di Lefort fa della scomparsa del leader come corpo politico – la messa a morte del re, come la chiama Kantorowicz – il momento fondante della democrazia, perché trasforma la sede del potere, fino ad allora occupata da una sostanza eterna che trascende la mera esistenza fisica dei monarchi, in uno "spazio vuoto" (un lieu vide) dove gruppi con interessi e opinioni comuni possono succedersi, ma solo per un periodo limitato e a discrezione delle elezioni. Il potere non è più legato a nessun programma, obiettivo o proposta specifica; non è altro che un insieme di strumenti messi temporaneamente a disposizione di coloro che ottengono la maggioranza. «Nella democrazia inventata e inventiva di Lefort», scrive Dominique Colas, «il potere viene dal popolo e non appartiene a nessuno».
La democrazia è dunque un regime segnato dalla sua vaghezza, dalla sua incompletezza, contro cui si instaura il totalitarismo. Ciò porta Lefort a considerare democratica ogni forma di opposizione e protesta contro il totalitarismo. Opposizione e protesta, in un certo senso, creano uno spazio democratico all'interno del sistema totalitario. La democrazia è innovazione, avvio di nuovi movimenti sociali e politici, designazione di nuove istanze nella lotta contro l'oppressione, è una "potenza creatrice capace di indebolire, persino di uccidere il Leviatano totalitario". Un Leviatano di cui Lefort sottolinea la paradossale fragilità.
L'opera Le travail de l’oeuvre Machiavel (1972) rappresenta un momento importante nella riflessione politico-filosofica di Lefort: segna infatti l'abbandono definitivo del marxismo e l'approfondimento della riflessione sul totalitarismo e la democrazia, grazie alla riscoperta del "politico" come carattere fondamentale della società. Letteratura e politica sono concepiti da Lefort come campi strettamente connessi: la concezione dell'opera di Machiavelli come opera ibrida, con un nucleo ineliminabile di "indeterminazione", assenza, vero e proprio "impensato", resistente ad ogni sforzo interpretativo, è in stretta relazione con la concezione della democrazia come "spazio vuoto"; allo stesso modo, la divisione insuperabile fra l'opera e la sua interpretazione - per cui il senso dell'opera si offre sempre come "differito" - si lega profondamente alla questione della "division originaire du social" come elemento costitutivo ed ineliminabile della società politica. Proprio con il pensatore fiorentino Lefort tenta di superare la concezione marxiana della democrazia, a favore di una concezione libertaria, antitotalitaria della democrazia, come "luogo incerto", "inoccupabile", come spazio di possibilità per l'espressione dei conflitti e del pluralismo.
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