| Black Hills | |
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| Continente | America settentrionale |
| Stati | |
| Cima più elevata | Harney Peak (2 207 m s.l.m.) |
Le Black Hills, Pahá Sápa o He Sapa in Lakota, Moʼȯhta-voʼhonáaeva in lingua cheyenne, letteralmente in italiano "Colline Nere", sono una catena montuosa degli Stati Uniti d'America, che si estende dal Dakota del Sud fino al Wyoming. Il loro nome deriva dalla traduzione del termine Pahá Sápa in lingua lakota. Le colline erano chiamate così a causa della fitta vegetazione che le faceva apparire di colore scuro in lontananza.
A dispetto del nome, esse sono di fatto montagne che possono raggiungere anche i duemila metri e si estendono per oltre 200 chilometri per 100 di larghezza. Posizionata nella parte centrale delle Montagne Rocciose, la regione viene considerata una anomalia geologica, descritta come "un'isola di alberi in un mare d'erba". Le Black Hills racchiudono anche la foresta nazionale delle Black Hills. Ospitano inoltre le cime più alte delle Montagne Rocciose nella parte orientale del continente nordamericano. Il punto più elevato è Black Elk Peak con 2.208 metri, che si trova al sud della catena montuosa nel Pennington County, chiamato così ufficialmente dal 2016 in onore di Nicholas Black Elk (Heȟáka Sápa).
Alla catena appartiene il monte Rushmore, sul quale furono scolpiti i ritratti di quattro presidenti degli Stati Uniti. Nelle vicinanze si trova anche il Crazy Horse Memorial, un imponente monumento nella roccia, ancora in costruzione, dedicato a Cavallo Pazzo.
Nella regione sono stati anche reiintrodotti con discreto successo esemplari di Wapiti (Cervus canadensis), uno dei cervidi più grandi al mondo, di poco più piccolo dell'alce, che era stato precedentemente sterminato dai coloni.
In questa regione si ritrovano siti archeologici che testimoniano insediamenti risalenti a circa 10.000 anni fa. Sono considerate un luogo sacro in particolare dai Lakota, che nel 1776 avevano conquistato questo territorio dai Cheyenne. Territorio che divenne poi fondamentale nella loro cultura. Nel Trattato di Fort Laramie del 1868, stipulato dal governo americano con i Lakota, i Cheyenne e gli Arapaho, venne riconosciuto sia una riserva alle tre tribù, che il territorio delle Black Hills ai Lakota. Quando nel 1874 venne scoperto l'oro in quelle montagne a seguito della spedizione di George Armstrong Custer, (spedizione che aveva violato il trattato stipulato), la zona venne invasa da minatori e cercatori d'oro; si giunse così ad una serie di conflitti con le popolazioni native, che culminarono con la battaglia di Little Bighorn nel giugno del 1876. Nell'autunno dello stesso anno la grande riserva (che comprende le Black Hills e circa la metà della parte occidentale del sud Dakota) assegnata con il precedente trattato venne quindi cancellata e le Black Hills vennero sottratte ai Lakota. Il governo degli Stati Uniti allontanò i Lakota, contro il loro volere, in altre riserve del Dakota.
Le tribù della Great Sioux Nation intentarono un processo per riottenere le Black Hills. Processo che si protrasse dal 1921 sino al 1980, sino alla pronuncia della Supreme Court (United States v. Sioux Nation of Indians, 448 U.S.371) che definì la sottrazione delle Black Hills come un esproprio, stabilendo quindi una somma di 105 milioni di dollari da versare ai Lakota a titolo di risarcimento. Le tribù, nonostante le riserve siano tra le regioni più povere degli Stati uniti, non accettarono la somma e, sino ad oggi, chiedono invece la restituzione delle montagne a loro sacre. La somma ha raggiunto nel frattempo con gli interessi più di un miliardo di dollari.
Negli ultimi anni, dei progetti per miniere di litio lì presente, hanno avuto molta risonanza a causa del profondo dissenso manifestato dai nativi che vedono ancora una volta pregiudicati i loro diritti, sia dal punto di vista culturale che ambientale.
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