
Il combattentismo, o reducismo, fu un movimento politico sorto nel Regno d'Italia sul finire della prima guerra mondiale per portare avanti le istanze dei reduci e degli ex-combattenti. Il movimento combattentista si articolò in due principali orientamenti politici: una minoranza più radicale, che trovò espressione nell'Associazione degli arditi e nei nazionalisti estremisti; e un secondo orientamento maggioritario più moderato, rappresentato dalla Associazione Nazionale Combattenti, la quale in politica estera non condivideva lo sciovinismo dei nazionalfascisti, mentre in politica interna era piuttosto vicina alle posizioni del governo.
Con la fine della prima guerra mondiale e l'inizio della smobilitazione, in Italia, così come in tutti gli stati europei, gli ex combattenti costituirono proprie associazioni diventando un elemento importante del quadro politico. Le associazioni di reduci erano caratterizzate da alcune istanze comuni: la difesa del prestigio internazionale del proprio paese, e la rivendicazione di importanti riforme politiche e sociali. In Italia le associazioni combattentistiche si formarono già nel corso della guerra, nel 1917 nacque infatti con fini assistenziali l'Associazione Nazionale fra Mutilati ed Invalidi di Guerra (AMIG) presieduta da Dante Dall'Ara, che sul finire della guerra contava 50000 iscritti. Con la fine della guerra e la firma dell'armistizio, l'AMIG pubblicò il Manifesto al paese, un documento datato simbolicamente 4 novembre 1918 e redatto da Giovanni Mira e Priamo Brunazzi allo scopo di promuovere la nascita di un movimento unitario dei combattenti per il rinnovamento politico, sociale e culturale dell'Italia, nacque così l'Associazione Nazionale Combattenti (ANC).
In Italia gli orientamenti politici degli ex combattenti furono vari. Solo una minoranza aderì ai Fasci di combattimento fondati da Mussolini nel 1919; molti di più furono i reduci che diedero il proprio consenso alle idealità democratiche espresse dai "quattordici punti" del presidente statunitense Woodrow Wilson; l'Associazione Nazionale Combattenti, nel suo congresso di fondazione che ebbe luogo nell'aprile 1919, propose l'elezione di un'Assemblea Costituente che avrebbe avuto il compito di deliberare un nuovo assetto democratico dello Stato. Una parte della storiografia ha ritenuto che l'incomprensione e l'ostilità che il Partito Socialista Italiano riservò in quegli anni alle istanze espresse dai reduci, abbiano contribuito a spingere questi ultimi a destra, verso il nazionalismo e il fascismo. Un'altra parte della storiografia ha rilevato, tuttavia, che l'atteggiamento socialista di opposizione alla guerra era in continuità con il pacifismo e il neutralismo che tale partito aveva già espresso prima e durante il grande conflitto, atteggiamento che era d'altronde largamente condiviso dai suoi elettori e che il partito molto difficilmente avrebbe potuto sconfessare a guerra finita. Peraltro, sia nel 1915 sia nel 1919 l'orientamento neutralista (che fosse di matrice cattolica, giolittiana o socialista) era quello ampiamente maggioritario in Italia, cosicché l'interventismo e il bellicismo finirono per assumere più facilmente un carattere antidemocratico.
Gli ex combattenti furono anche protagonisti, in quegli anni, di importanti lotte sociali, soprattutto nell'Italia meridionale: specialmente in Calabria, in Puglia e nel centro-ovest della Sicilia ebbero luogo rilevanti occupazioni di terre già facenti parti di latifondi, per un'estensione che è stata stimata fra i quarantamila e i cinquantamila ettari nel biennio 1919-20; questi movimenti furono spesso guidati dalle associazioni dei reduci, a differenza dell'Italia settentrionale, dove i moti contadini ebbero prevalente carattere bracciantile e furono perlopiù egemonizzati dai socialisti.