Il complesso di Frankenstein, o sindrome di Frankenstein, è la paura che una creazione dell'intelletto umano possa ribellarsi al suo creatore e prenderne il sopravvento.
Il termine fu coniato dallo scrittore di fantascienza Isaac Asimov, nel suo Ciclo dei Robot Il nome deriva da Victor Frankenstein, protagonista del romanzo del 1818 Frankenstein o il moderno Prometeo di Mary Shelley. Nel racconto di Shelley, Frankenstein creò un essere intelligente, in un certo senso sovrumano, ma scoprì che la sua creazione era orribile da vedere e la abbandonò. Questo portò in ultima analisi alla morte di Victor, a conclusione di una vendetta consumatasi tra lui e la sua creazione.
In gran parte della sua narrativa, Asimov descrive l'atteggiamento generale degli umani nei confronti dei robot come negativo, con la gente comune che teme che i robot possano sostituirli o dominarli, sebbene il dominio non sia consentito dalle "Tre leggi della robotica", la prima delle quali è:
Tuttavia, l'opinione pubblica nella finzione di Asimov non è pienamente convinta di ciò, e rimane in gran parte sospettosa e timorosa nei confronti dei robot. Il racconto Il piccolo robot perduto, contenuto in Io, Robot, è incentrato su questa "paura dei robot".
Nei romanzi di Asimov, il complesso di Frankenstein è un problema importante per i produttori di robot. Essi fanno tutto il possibile per rassicurare il pubblico sull'innocuità dei robot, anche se a volte questo implica nascondere la verità, perché temono che il pubblico la fraintenderebbe.
Il complesso di Frankenstein si inserisce in quella che è più in generale nota come tecnofobia, ovvero la paura indiscriminata della scienza e del progresso scientifico ed è divenuto particolarmente rilevante nel XXI secolo, con lo straordinario sviluppo dell'intelligenza artificiale.
Esempi di ostilità umana verso le macchine intelligenti si sono verificati nella vita reale; ad esempio, durante un test di auto a guida autonoma in Arizona nel 2018, i residenti hanno vandalizzato i veicoli.