Le concezioni premoderne della bianchezza si riferiscono a modi di descrivere la carnagione chiara e altri aspetti associati al colore della pelle in società antiche e medievali, prima dello sviluppo delle moderne categorie razziali. Prima dell'età moderna, termini come "bianco" comparivano in testi etnografici, artistici o letterari per descrivere caratteristiche fisiche o simboliche, ma non costituivano una categoria sociale o razziale strutturata come nelle concezioni sviluppatesi nel XVII secolo e oltre. Diverse culture (tra cui la Mesopotamia, l'Egitto, la Grecia classica, l'India e il mondo medievale) usavano e interpretavano termini relativi alla "bianchezza" che differivano dalle moderne nozioni razziali.
L'uso dell'aggettivo "bianchi" in riferimento agli individui di carnagione chiara si trova occasionalmente nell'etnografia greco-romana e in altre fonti antiche o medievali. Tuttavia, queste società non svilupparono concetti di razza comparabili a quelli moderni o identità paneuropea. Prima dell'era moderna, secondo una parte della storiografia non esisteva una categoria collettiva di "bianchi"; chi abitava in tale continente definiva la sua identità in termini di religione, discendenza, etnia o nazionalità e quando veniva usato il termine "bianco", esso indicava la carnagione fisica e non una categoria razziale. Il concetto di "razza bianca"/"popolo bianco" basato sul colore chiaro della pelle e altre caratteristiche estetiche, si diffuse nelle principali lingue europee nel tardo XVII secolo, quando iniziò a consolidarsi l'idea che i bianchi avessero una qualche loro identità nel contesto della schiavitù razzializzata e dello status sociale nelle colonie europee.
Nell'antica Mesopotamia sono attestati diversi termini per descrivere il colore della pelle: ad esempio sāmu significava ''rossiccio'' o ''arrossato''; peṣû indicava ''bianco'' o ''brillante'', ma poteva riferirsi sia a particolari condizioni fisiche (come l'albinismo) sia, in altri contesti, a una carnagione chiara, spesso associata al femminile; ṣalmu, infine, veniva impiegato per descrivere individui dalla pelle scura.

Secondo alcuni antropologi, nei testi scritti dell'antico Egitto il colore della pelle era raramente descritto mediante termini cromatici, mentre nelle rappresentazioni artistiche veniva indicato attraverso l'uso di pigmenti differenti.
Nel testo funerario Libro delle Porte del Nuovo Regno si distinguono quattro gruppi di persone basati anche sul colore della pelle: gli Egiziani ''rosso-marroni'', Levantini e Cananei ''pallidi'', Nubiani ''neri'' e Libici ''chiari''.
L'arte egizia spesso mostra le donne con la pelle più chiara rispetto agli uomini; ciò viene generalmente interpretato come simbolo di status elevato, perché indicava che la donna non lavorava al sole.
Gli antichi Greci usavano il termine phoiníkē (Φοινίκη, forse derivato da una radice che significa ''rossastro'') per indicare i Fenici e altri popoli del Levante, forse con riferimento alla loro carnagione o alla produzione di porpora.
In testi biblici figure come Esaù e re Davide sono descritte come ''rossastre''. In alcune tradizioni ebraiche antiche il popolo ebraico era visto come caratterizzato da una pelle intermedia tra nero e bianco, espressa simbolicamente come colore del legno di bosso.
Nelle antiche scritture indiane come i Veda, la distinzione tra gruppi sociali comprende riferimenti al colore della pelle (nera e bianca), con gli Indoari associati a carnagioni più chiare e altri gruppi a carnagioni più scure.
Questa associazione tra colore della pelle e status sociale è oggetto di dibattito accademico, e molti studiosi sottolineano che tali riferimenti possono essere simbolici piuttosto che categorie razziali rigide come nei tempi moderni.

Come in Egitto, nelle arti greche classiche le donne venivano spesso rappresentate con pelle chiara e gli uomini con pelle più scura o abbronzata.
Testi filosofici greci menzionano tonalità di pelle in relazione a tratti caratteriali o condizioni climatiche, ma i Greci non avevano un termine univoco per definire sé stessi come ''popolo bianco'' nel senso razziale moderno.

I Romani usavano i termini candidus e albus come parole neutre per descrivere la pelle chiara e talvolta anche per descrivere popolazioni dell'Europa settentrionale.
Come nei Greci, anche per i Romani la pelle bianca poteva essere associata alla bellezza, in particolare nelle donne, ma non costituiva una categoria razziale sistematica.
Riferimenti al colore della pelle compaiono nella letteratura romana oltre ai riferimenti alle donne. L'espressione "non distinguere il bianco dal nero" era un idioma romano usato metaforicamente per indicare ignoranza o incapacità di giudizio..
Con l'espansione del cristianesimo, alcuni scrittori cristiani cominciarono a collegare metaforicamente la ''bianchezza'' con la bontà e la ''nerezza'' con la negatività, ma questi erano concetti simbolici e religiosi, non sistemi di razza scientificamente definiti.
In Cina la bianchezza veniva usata come categoria sociale non razziale: la pelle chiara poteva includere gli Han cinesi e altri gruppi come i Manciù o gli europei, mentre popoli dell'Asia sud-orientale erano a volte descritti come ''neri''. La pelle chiara era associata allo status sociale elevato perché indicava che una persona non lavorava all'aperto.
Gli studiosi dell'antica Cina descrivono anche i popoli di lingua indoeuropea della Cina nord-occidentale, come gli Yuezhi, come aventi la pelle "bianca" o "bianco-rossastra".
Dopo le espansioni islamiche dei primi secoli, termini come ''bianco'', ''rosso'' e ''nero'' divennero identificatori etnici, con ''nero'' talvolta associato a inferiorità.
Nel mondo arabo le popolazioni europee e altre del Nord venivano osservate come ''eccessivamente bianche'', e tali terminologie venivano usate per distinguere gruppi basati sul colore della pelle.
Categorie di schiavi per colore della pelle

Nella società islamica venivano utilizzate etichette diverse per classificare gli schiavi: gli schiavi bianchi venivano chiamati mamlūk ("di proprietà"), gli schiavi neri abd ("schiavo"), gli eunuchi bianchi jarādiyya ("locuste") e gli eunuchi neri ghurābiyya ("corvi").
Nell'Europa meridionale medievale gli schiavi iniziarono a essere categorizzati in base al colore, con i cristiani che usavano etichette tipiche per gli schiavi musulmani come sarraceno blanco (saraceno bianco), sarraceno nigrium (saraceno nero) e sarraceno lauram (saraceno di colore intermedio). Generalmente, nella penisola iberica e in Italia medievali, le persone venivano descritte come bianche, nere o di colore intermedio.

Il termine razza non era usato nella categorizzazione umana fino al XV secolo; si preferivano parole come gens o natio. Nell'arte medievale cristiana, la pelle scura poteva essere simbolicamente associata al male o al peccato, mentre l'idea di ''essere bianchi'' poteva essere usata in senso morale o religioso.
Nel tardo Medioevo, nella letteratura dell'amor cortese e nell'arte gotica, la pelle chiara divenne un marcatore di bellezza femminile, alta nobiltà e purezza morale.
Poeti come Geoffrey Chaucer ne I racconti di Canterbury riflettono spesso ideali di bellezza associati alla pelle chiara senza etichettare esplicitamente il colore della pelle, ma riflettendo valori sociali dell'epoca.
Prima del XVII secolo, le persone non si identificavano usualmente come ''bianche'' o ''nere'' in senso razziale. Le identità erano nazionali, tribali o religiose piuttosto che razziali. In Europa e nelle Americhe coloniali, con l'espansione dell'impero e della schiavitù, i coloni europei iniziarono ad attribuire significato sociale e legale ai termini ''white'' e ''black''. In particolare nelle colonie inglesi del Nord America già nel tardo 1600, il termine ''white'' cominciò ad apparire in leggi e prassi sociali per separare coloni di discendenza europea da persone non europee, in particolare africani e spesso anche nativi americani o schiavi indigeni.