| Crisocione | |
|---|---|
| Stato di conservazione | |
| Classificazione scientifica | |
| Dominio | Eukaryota |
| Regno | Animalia |
| Phylum | Chordata |
| Classe | Mammalia |
| Ordine | Carnivora |
| Famiglia | Canidae |
| Sottotribù | Cerdocyonina |
| Genere | Chrysocyon |
| Specie | C. brachyurus |
| Nomenclatura binomiale | |
| Chrysocyon brachyurus Illiger, 1817 | |
| Areale | |
Il crisocione, noto anche come lupo dalla criniera (Chrysocyon brachyurus), è un canide cerdocionino diffuso in Sud America. Unica specie del genere Chrysocyon, studi recenti hanno dimostrato che il crisocione non è strettamente imparentato con i canidi diffusi attualmente; per questo motivo, rappresenterebbe una delle specie "sopravvissute" dei grandi mammiferi sudamericani del Pleistocene.
Il termine crisocione deriva dal greco antico, con il significato di "cane dorato".
Alto fino a 85 cm al garrese, con un peso di 20-25 kg, il crisocione presenta un pelo di colore rosso-bruno, che assume una colorazione nera sulla parte posteriore e sulle zampe, con la parte terminale della coda di colore bianco; la sua pelliccia è simile a quella della volpe rossa, con cui è lontanamente imparentata. Le due caratteristiche visivamente rilevanti del crisocione sono la lunghezza sproporzionata delle zampe, che lo fanno assomigliare a una sorta di volpe "con i trampoli", necessarie per muoversi tra l'erba alta di molta parte del suo habitat, e la criniera scura dal pelo assai rado, che lo fa frequentemente definire "il lupo dalla criniera", nonostante non ne abbia alcuna parentela diretta né a livello biologico né a livello comportamentale.
Il crisocione trotterella e cammina, ma non ha, in netto contrasto con i lupi e altri canidi, nessuna resistenza alla corsa. Il suo passo tipico, detto ambio, consiste nel sollevare entrambe le zampe dello stesso lato del corpo, ponendo il peso sulle altre.

Diversamente dagli altri canidi, come il lupo, il licaone e il cuon, il crisocione non vive in branchi e non caccia grosse prede. È un animale molto timido che raramente attacca o anche semplicemente incontra l'essere umano; il crisocione, infatti, vive in coppia solo quando si tratta di allevare la prole. La gestazione dura 67 giorni e la femmina può partorire fino a 6 cuccioli.
Avendo abitudini notturne, il crisocione caccia varie prede, come uccelli, roditori e lepri. Il comportamento di caccia del crisocione è caratterizzato da balzi improvvisi (tecnica utilizzata anche dalla volpe rossa).
La frutta, come si vede dai molari particolarmente adatti allo scopo, costituisce una componente importante della dieta, in particolare la pianta di pomodoro selvatico (Solanum lycocarpum, anche detta frutto del lupo o "lobeira") senza la quale l'animale soffrirebbe di calcoli renali. Il crisocione contribuisce attraverso i suoi escrementi a disperdere i semi della pianta. Si può dunque parlare di una vera e propria biocenosi, che coinvolge anche alcune specie di formiche (le formiche "tagliafoglie"): il crisocione spesso defeca sui nidi di queste formiche, che usano gli escrementi per concimare i funghi coltivati nel loro formicaio, ma scartano i semi ammucchiandoli all'esterno. I semi germogliano così più facilmente e danno vita a nuove piante di lobeira, che spargeranno nuovi frutti e quindi nuovi semi, chiudendo il cerchio.
Il crisocione è sempre stato assai raro nel suo areale geografico e il degrado ambientale peggiora la situazione, anche perché non si adatta di buon grado alla presenza umana. È diffuso nel Brasile meridionale (dove è localmente chiamato lobo-guarà), Uruguay, Paraguay, Bolivia (dove è localmente chiamato aguará guazú) e nella zona orientale delle Ande.
La lista rossa dell'IUCN classifica il crisocione come prossimo alla minaccia, ma non immediatamente a rischio di estinzione. Allo stato selvatico, sono stimati circa 17000 individui. L'areale si è ridotto o frammentato in alcune regioni; in Uruguay, l'ultima segnalazione risale al 1990.
È un animale molto ambito negli zoo, dove, nel 1967, venne ottenuto un primo parto in cattività, ma i piccoli, non curati dalla madre, non sopravvissero. Dieci anni più tardi, vi erano una novantina di esemplari negli zoo, con circa un terzo nato in cattività; i parti erano una decina l'anno, ma spesso i piccoli non sopravvivevano.