Curtis

Lavori agricoli in una miniatura medievale ("Marzo", da Les Très Riches Heures du duc de Berry)

La curtis (in latino, 'corte'; plurale: curtes) era un modello di organizzazione della grande proprietà fondiaria in epoca medievale, tipico dell'Europa occidentale tra l'VIII e l'IX secolo.

Questo modello di gestione delle aziende agricole nella storiografia prende il nome di sistema curtense, o anche economia curtense per sottolineare l'importanza che ha avuto nell'Alto Medioevo. In questo senso, il sistema curtense rappresentò una fase di passaggio tra l'economia rurale del latifondo romano e le modalità di gestione delle terre sviluppatesi tra il Basso Medioevo e l'Età moderna.

L'esempio di economia curtense più spesso studiato, per ragioni relative alla sua migliore documentazione, è quello che si affermò nel Regno dei Franchi, in particolare tra la Loira e la Senna, e che con alcune varianti si radicò un po' in tutta l'Europa cristiana.

Definizione

La curtis viene denominata così soprattutto dalle fonti di area italica, e quindi così definita dalla storiografia di lingua italiana; in Francia e Germania prende invece il nome di villa (dalla villa romana), mentre in Inghilterra di manor.

Caratteristica fondamentale della curtis è la bipartizione dell'azienda agricola in due parti distinte:

Quest'ultima prendeva il nome dal manso, ovvero il termine in uso nell'Alto Medioevo per indicare i fondi agricoli; i coloni di condizione libera insediati in questi appezzamenti erano quindi detti "massari".

I concessionari, quale che fosse il loro status sociale, erano assoggettati al padrone a versare censi in natura o in denaro e a fornire prestazioni d'opera. Queste ultime prendevano il nome di corvées, ed erano richieste regolarmente dal padrone della curtis per integrare la manodopera residente sulla pars dominica in occasione dei lavori agricoli più impegnativi. La conduzione della pars dominica invece era affidata a principalmente a schiavi, i quali erano definiti servi prebendari, distinti dai "servi casati", ovvero quelli insediati nella pars massaricia.

Questo legame strutturale tra i dipendenti della pars massaricia e la conduzione diretta del dominicum è l'elemento caratterizzante del sistema curtense, ritenuta la forma classica della signoria fondiaria medievale – non a caso definita anche come "signoria fondiaria bipartita" (in francese domaine bipartite). In questo modo infatti la piccola azienda contadina si ritrovava organicamente integrata nella struttura della grande proprietà terriera, al contrario dell'epoca romana in cui i latifondi coltivati da schiavi erano affiancati da piccole proprietà.

La curtis però non costituiva un'unità compatta, ma i diversi mansi erano frazionati e sparsi per le campagne; nella pars dominica si trova il caput curtis, ovvero la residenza del padrone o del suo amministratore (variamente detto villicus, scario, actor o, nelle grandi proprietà regie, iudex), mentre le diverse presenze fondiarie rimanevano disperse e intercalate da terreni di piccoli proprietari o appartenenti ad altre curtes.

Storia

Origini

Già alla fine del II secolo d.C., i grandi possedimenti terrieri nell'area dell'Impero romano tendevano ad organizzarsi economicamente creando latifondi più o meno estesi. Causa la notevole pressione fiscale esercitata dallo Stato, molti piccoli e medi coltivatori diretti preferivano mettersi alle dipendenze di questi signori proprio per sfuggire agli oneri di natura economica contratti verso lo Stato. Gli stessi grandi imprenditori accettavano ben volentieri di assumere questi ultimi — vista la scarsa reperibilità di schiavi — in qualità di coloni, dando loro in usufrutto singoli lotti di terreno su cui usufruivano di una certa percentuale della rendita dei campi. La grande proprietà diventò inevitabilmente un polo di attrazione non soltanto per i contadini, ma anche per gli artigiani, i commercianti nonché per piccoli borghi che si venivano a trovare all'interno del fondo. I grandi esponenti di questa classe dirigente riuscirono anche ad ottenere — ma solo quando ebbero sviluppato anche poteri signorili dai loro castelli — delle agevolazioni da parte imperiale, ad esempio quella dell'immunitas, che per lo più era concessa a signorie ecclesiastiche: il diritto a non pagare certe tasse e di respingere dal proprio territorio qualsiasi agente — compreso quello del fisco — di nomina statale. Il signore, quindi, diventava il vero e proprio arbitro della situazione, esercitando sui suoi possedimenti e su aree contigue o inframmezzate un certo controllo in ambito fiscale, giuridico, militare e politico. Le cosiddette ville rustiche tesero sempre di più ad attuare un'economia di sussistenza (tuttavia mai "chiusa" come pensavano gli storici ottocenteschi) e a organizzarsi verso la funzionalità e la difesa. Le cellule signorili, curtensi o no, presero ad essere sorvegliate da milizie personali pagate dal signore, i cosiddetti buccellari, che divennero un piccolo esercito privato.

In Italia la vecchia aristocrazia di stampo latino e senatoriale venne spazzata via dopo la calata dei Longobardi nel 568. I vecchi possedimenti passarono quindi in mano alla nuova aristocrazia di origine germanica.

Italia longobarda

Nonostante la penuria di documentazione, si può rintracciare già nel Regno longobardo la presenza di grandi proprietà fondiarie, laiche o ecclesiastiche, gestite in maniera simile alle curtes franche. La struttura di questi patrimoni è bipartita – la riserva padronale viene detta domusculta o sala sundrialis, mentre dall'altra parte troviamo casae tributariae – e al contempo si trovano le prime menzioni di corvées. Caratteristica dei patrimoni più vasti è il ruolo di rilievo svolto dalle attività silvo-pastorali, mentre nelle zone messe a coltura si cerca di diversificare le produzioni (terre arabili, vigne, prati da taglio, oliveti, castagneti...), sintomo di una vivace mobilità della proprietà fondiaria e operazioni di concentrazione dei beni.

Queste attestazioni smentiscono l'idea tradizionale che considerava la curtis come un modello trapiantato in Italia solo in seguito alla conquista franca del Regno longobardo; anzi, sottolineano un processo evolutivo di lungo periodo, dove l'arrivo dei Franchi portò con sé alcune innovazioni che vennero prima di tutto applicate nelle proprietà regie acquisite dai Longobardi.

Economia curtense

L'autoconsumo

L'economia curtense era un tempo considerata di sussistenza. Che si tendesse cioè a produrre il più possibile all'interno della curtis in un'ottica di autoconsumo non è più confermato dalle ricerche dell'ultimo secolo. Comunque oltre alla produzione diretta (agricoltura), l'allevamento, la caccia, la pesca e la raccolta di frutti spontanei, esistevano anche compiti legati alla preparazione delle derrate alimentari: la produzione del vino, la macina della farina, la macellazione della carne. È vero che spesso i prodotti di natura non agricola, come le manifatture e gli attrezzi da lavoro, venivano fabbricati all'interno del fondo utilizzando i materiali a disposizione: stoviglie, tessuti, utensili ed armi. Si cercava inoltre di sopperire alla mancanza di alcuni beni producendone di simili, ma di qualità più bassa.

Spessissimo, perfino tra gli storici precedenti le ultime generazioni, si è considerata questa economia come completamente chiusa, priva di sbocchi verso l'esterno. Questo è errato, soprattutto perché la circolazione monetaria non era mai venuta meno: alcune manifatture più rifinite ed altri approvvigionamenti dovettero essere necessariamente acquistati in altre zone. Ad esempio i nobili potevano permettersi di comprare il vino da altri signori, così come in periodi di carestia, quando dipendenti salariati e coloni pativano la fame, dovettero procedere all'acquisizione di provviste alimentari dall'esterno. Non mancavano inoltre intermittenti surplus. Non bisogna dimenticare, poi, che le città, sebbene ridotte di dimensioni, rimasero comunque dipendenti dalle campagne e dovettero sempre importare da esse i prodotti agricoli.

Il commercio interno

Un fattore importante per la notevole estensione di questo genere economico fu la penuria di denaro liquido e lo stato delle grandi vie di comunicazione. Il più delle volte, gli scambi avvenivano tra beni in natura, tramite il baratto, ma non è del tutto vero che la moneta scomparve completamente. Ad esempio, il bisante d'oro continuò a circolare e quando si attuavano questi scambi, e i contadini dovevano vendere i loro prodotti, ci si rifaceva sempre ad un ipotetico valore monetario. La moneta corrente d'argento, poi, il soldo, continuò a circolare e la sua continua svalutazione fa comprendere che si dovette adattare alle crisi dell'economia.

Molte volte poi, le proprietà organizzate in curtes, si trovavano a contatto con altri fondi di natura ecclesiastica o regia e persino con residui di appezzamenti di terreno allodiali coltivati direttamente da alcuni contadini liberi. Ciò si verificava poiché i feudi, almeno nell'Alto Medioevo, non costituivano piccoli staterelli dai confini ben definiti, ma nella maggior parte dei casi erano piuttosto un insieme di proprietà diffuse sul territorio, tanto da far sì che alcuni villaggi fossero addirittura divisi tra diversi feudatari. Come si vede quindi, le possibilità di scambio vennero necessariamente prese in considerazione.

Il commercio con l'esterno

Grazie alla sua relativa efficienza ed a una più razionale organizzazione agricola, si andarono a formare delle eccedenze nella produzione. Tali rimanenze dovevano trovare sbocco, sia pure a livello modesto e intermittente, in un mercato regionale. Il fatto è confermato dagli ultimi ritrovamenti di magazzini, soprattutto nei grandi monasteri i quali, essendo ancora in possesso delle antiche tecniche di agronomia di natura classica/romana, producevano in abbondanza e potevano permettersi di vendere i loro surplus.

Una piccola rivoluzione si verificò quando, con l'aumento del costo degli equipaggiamenti militari, i possessori, divenuti anche signori (dòmini) furono costretti a pretendere dai contadini tributi in denaro. Ciò fece sì che per i piccoli coltivatori divenne necessario affiancare alle attività agricole anche quelle mercantili e di piccolo artigianato. La moneta, così, circolò con più diffusione e gli orizzonti mercantili, prima più ristretti (sebbene, a differenza di quanto creduto dalla vecchia storiografia, non assenti), si allargarono.

Tipologie di curtis

Evoluzione delle corti

La corte dell'Alto e quella del Basso Medioevo si distinguevano fortemente: la prima altro non era che l'erede della villa romana, anche se meno compatta, e caratterizzata da una distinzione fra zone a conduzione diretta (dominicum) e altre affidate a coloni.

Nella seconda, dopo la fine del secolo XI, della curtis sopravvive soltanto il nome e non la forma di gestione: si definiva così l'ambito territoriale intorno al vecchio centro curtense (caput curtis) per lo più munito di castello.

I vassi

Attorno al signore poteva trovarsi una serie di amici, protetti e guardie del corpo, che formavano il gruppo degli antrustiones o fideles o vassi. Essi giuravano fedeltà al signore in cambio di benefici quali armi, oggetti preziosi o terre da coltivare. Ma non tutti i possessori di curtes avevano clientele vassallatiche.

Modelli di corte

Dobbiamo, una volta definita la struttura della curtis, analizzarne le varie tipologie così come si sono presentate nel bacino del Mediterraneo e nell'Europa centro-settentrionale e orientale.

Le tenute organizzate in curtes si distinguevano dal numero di mansi a cui erano sottoposte: nell'Italia del nord, così come in Germania e Francia, vi erano corti vastissime a più mansi ed altre meno estese che potevano a malapena approvvigionare i padroni e la servitù. L'abbazia di Saint-Germain-des-Prés, ad esempio, possedeva 19.000 mansi distribuiti in vari villaggi, quello di Tours aveva alle proprie dipendenze 20.000 coltivatori abitanti nei diversi borghi della zona. Spesso i mansi erano situati anche molto distanti gli uni dagli altri, in territori retti da diversi feudatari o vassalli, il che dimostra come la distribuzione della proprietà avvenisse a livello personale e non territoriale come in Età Moderna.

I cittadini dei borghi suburbani facevano riferimento prevalentemente alle città più grandi, ove risiedevano i grandi funzionari del regno o che erano sedi vescovili. I locatari dei piccoli e medi fondi che si trovavano prevalentemente nelle zone rurali avevano come referente la villa signorile e, in seguito, il castello. All'interno di questi latifondi dobbiamo poi immaginare i borghi situati nella parte tributaria come difesi solo da uno steccato o completamente privi di sistemi difensivi, mentre il centro indominicato si incastellava ed era circondato da poderose mura difensive.

Evoluzione delle curtes in centri abitati

A partire dal XI secolo, il sistema economico-sociale curtense entrò in crisi. Nonostante le innovazioni in campo agricolo (aratro pesante, rotazione triennale delle colture ecc.) i mini fondi non riuscivano a produrre quanto richiesto e i grandi signori preferirono inurbarsi ed investire sul commercio e sui prestiti a interesse.

Le partes dominice cominciarono quindi ad essere acquistate da imprenditori borghesi, liberando quindi i mansi dalla sudditanza ad un padrone. Gli imprenditori si limitavano ad ottenere redditi dai diritti bannali. Agli agglomerati di mansi allodiali si unirono quindi questi mansi neo-allodiali.

Piccoli centri quindi, che in principio erano stati appendice dei latifondi, si trasformarono in cittadine di 30.000 abitanti o anche più. Nella toponomastica italiana, possiamo riscontrare l'evoluzione di queste cittadine/paesi dalle ex curtes o ville, ad esempio: "Francavilla", "Villafranca", "Villanova" ecc.

Note

  1. 1 2 Barbero e Frugoni, p. 94.
  2. 1 2 3 Toubert, p. 26.
  3. 1 2 3 Albertoni.
  4. ↑ Barbero e Frugoni, pp. 94-95.
  5. ↑ Rösener, pp. 56-57.
  6. 1 2 Barbero e Frugoni, p. 95.
  7. 1 2 3 Vitolo, p. 116.
  8. ↑ Tabacco, p. 77.
  9. ↑ Toubert, p. 31.
  10. ↑ Toubert, p. 32.
  11. ↑ Toubert, p. 33.

Bibliografia

Voci correlate

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