Digenis Akritas

Digenis Akritas
Titolo originaleΔιγενῆς Ἀκρίτας
Una pagina del manoscritto Andros-Atene del Digenis Akritas, conservato presso la Biblioteca nazionale di Grecia.
Autoreanonimo
1ª ed. originaleXII secolo
Generepoema epico
Lingua originalegreco bizantino

Digenis Akritas (in greco bizantino Διγενῆς Ἀκρίτας, AFI [ðiʝeˈnis aˈkɾitas]) è un poema epico anonimo composto presumibilmente nel XII secolo nell'Impero bizantino e generalmente considerato la principale opera epica della letteratura greca medievale. Il testo è tramandato da sei manoscritti che riflettono due redazioni principali, quella di Grottaferrata e quella dell'Escorial, entrambe derivate da un originale oggi perduto.

L'opera narra le vicende di Basilio Digenis Akritas, eroe di stirpe mista — il nome significa «di due stirpi», dal greco dýo («due») e génos («stirpe») — e «dei confini», dal greco ákron («estremità»). Figlio di un emiro arabo convertito al cristianesimo e di una nobildonna bizantina della famiglia dei Ducas, il protagonista incarna l'ideale del guerriero di frontiera, l'akrítēs preposto alla difesa dei confini orientali dell'impero contro i musulmani. Composto in greco volgare medievale, il poema è tradizionalmente considerato uno dei testi inaugurali della letteratura neogreca.

Tradizione manoscritta e datazione

Il monastero di Sumela, presso Trebisonda, dove nel 1868 fu rinvenuto il primo manoscritto del poema.

L'esistenza del poema è attestata già nel XII secolo da un componimento ptocoprodromico che saluta l'imperatore Manuele I Comneno come «nuovo Akritas». L'opera nella forma che ci è pervenuta è tuttavia frutto di rielaborazione scritta di materiale precedente di matrice orale: per questa ragione l'identificazione di eventi e personaggi storici precisi rimane congetturale.

Il testo è giunto attraverso sei manoscritti, riscoperti tra il 1868 e il 1904:

I due testimoni più antichi sono la versione di Grottaferrata (sigla G) e quella dell'Escorial (sigla E); le altre quattro sono per lo più riconducibili a una compilazione cinquecentesca e hanno valore limitato come testimoni dello stadio originario dell'opera. Le redazioni G ed E derivano da un unico archetipo ma divergono in modo sensibile: la versione di Grottaferrata appare più ordinata e collocata a un livello medio di purismo linguistico bizantino, mentre quella dell'Escorial è più vicina alla lingua parlata, conserva irregolarità metriche e presenta lacune. Sull'antichità relativa delle due redazioni gli studiosi sono divisi.

Esiste inoltre una versione antico-slava nota come Devgenievo deianie, meno complessa di quella greca, su cui resta dibattuto se rappresenti uno stadio precoce del testo o una semplificazione tarda.

Contesto storico

La cornice storica della prima parte del poema è rappresentata dalle guerre arabo-bizantine, che si protrassero dal VII all'XI secolo. La narrazione si focalizza sulle incursioni arabe nei territori orientali dell'impero e sulla vita degli acriti, la classe militare cui era affidata la difesa delle regioni di frontiera. La prima parte del testo riflette personaggi ed eventi della storia bizantina dei secoli IX e X, con riferimenti a famiglie aristocratiche come i Ducas; la seconda è sostanzialmente atemporale e la visione del mondo dell'insieme è anteriore alla penetrazione turca in Asia Minore dopo il 1071, come confermano dati di geografia e titolatura. La datazione più probabile della redazione superstite è il XII secolo, in coincidenza con la fioritura del romanzo bizantino e con la ripresa colta dei generi classici tipica dell'età comnena.

Trama

La prima parte: il cantare dell'emiro

Nella regione storica della Cappadocia, compresa nei territori imperiali (la Romanía), un emiro arabo di nome Mousur invade il territorio bizantino e rapisce la figlia di un generale, sorella di cinque fratelli. I fratelli si mettono sulle tracce della sorella; sconfitto, l'emiro confessa il suo amore per la fanciulla e accetta di convertirsi al cristianesimo per sposarla. Dopo il matrimonio Mousur si stabilisce in territorio bizantino e converte al cristianesimo anche la propria madre e tutta la sua famiglia in Siria. Dall'unione nasce Basilio Digenis Akritas. Il matrimonio dei due genitori funziona narrativamente come motivo della riconciliazione tra le due genti e tra le due religioni.

La seconda parte: le imprese di Digenis

Digenis Akritas affronta il drago in un piatto bizantino del XII secolo. Museo dell'Antica Agorà di Atene.

La seconda parte del poema è dedicata alle imprese di Digenis, dotato fin dall'infanzia di forza prodigiosa: ancora ragazzo uccide a mani nude orsi e un leone durante le battute di caccia con il padre. Giovane, rapisce e sposa Eudocia, figlia di uno stratego bizantino, dopo aver sconfitto in combattimento gli inseguitori inviati dal padre di lei. Pacifica la regione cacciando i ladroni; sconfigge in duello i tre capi della banda degli apelátai, un gruppo di briganti che operavano alle frontiere; uccide un drago che aveva insidiato la sua sposa; supera in singolar tenzone anche Maximò, guerriera di stirpe amazzonica, con la quale tuttavia tradisce la moglie. Vinte tutte le prove, Digenis fa erigere un sontuoso palazzo sulle rive dell'Eufrate — descritto nel poema come ornato di mosaici raffiguranti scene veterotestamentarie e classiche — dove trascorre il resto dei suoi giorni e infine muore in pace, ancora giovane, seguito poco dopo dalla moglie inconsolabile.

Stile e lingua

Il Digenis Akritas è un poema epico in verso politico a quindici sillabe, prevalentemente di ritmo giambico; le rime sono rare e ogni emistichio è bilanciato con cura. Pur conservando elementi propri della composizione orale, il testo si presenta come opera di redazione letteraria e fonde il registro dell'epica popolare con tratti del romanzo colto di matrice tardoantica, in linea con le tendenze letterarie del XII secolo.

Composto in greco volgare medievale, è considerato uno degli esempi più antichi di letteratura bizantina d'impronta vernacolare e, per questa ragione, una delle origini convenzionali della letteratura greca moderna.

Influenza culturale e diffusione

Imperatori bizantini rappresentati come acriti a cavallo attorno a città fortificata, in una incisione su cofanetto d'avorio del XI secolo, parte del tesoro della cattedrale di Troyes.

Il prestigio di cui godeva la figura di Digenis nella cultura cortese bizantina del XII secolo è confermato dall'epiteto «nuovo Akritas» applicato all'imperatore Manuele I Comneno (1143-1180) — combattente in prima persona contro i musulmani sulle frontiere orientali dell'impero — in un componimento ptocoprodromico a lui dedicato, testimoniando la circolazione del materiale eroico in ambiente colto del XII secolo.

Le gesta di Digenis Acritas ispirarono l'epopea nazionale bizantina ed ebbero da controcanto da parte islamica l'epopea di Abdallah al-Battal, trattata in arabo nel romanzo Sirat Delhemma (Sīrat al-amīra Dhāt al-Himma wa-l-Baṭṭāl, ossia "la vita dell'emira Dhat al-Himma e di al-Battal") e in turco la gli scritti epici di Sayyid Baṭṭāl Ghāzī.

Le canzoni acritiche

Il poema si situa al vertice di un più ampio ciclo di canti popolari, le cosiddette canzoni acritiche, ballate narrative in verso politico raccolte per lo più nel XIX secolo dalla tradizione orale del mondo grecofono e particolarmente vive in Ponto, Cipro e Creta. Episodi come il rapimento della sposa, la costruzione del castello, l'incontro con il drago e la morte dell'eroe sono comuni al poema e alle canzoni, sebbene il celebre duello tra Digenis e la personificazione della morte, qui nelle sembianze di Caronte/Tanato sull'«aia di marmo», non compaia nell'epica scritta superstite e sia invece elemento caratteristico delle canzoni.

L'iconografia bizantina

Digenis Akritas e la moglie Eudocia in un dettaglio di una coppa d'argento del Regno armeno di Cilicia, 1150-1159.

Episodi della saga acritica sono attestati su oltre cento piatti ceramici bizantini rinvenuti in vari siti, da Costantinopoli e Salonicco ad Atene e Corinto; i più antichi risalgono al XII secolo. Tra gli esempi più noti vi è un frammento di piatto proveniente dall'antica agorà di Atene che raffigura un guerriero con spada accanto a un drago trafitto da cinque dardi (pénte kontária), particolare presente in una ballata acritica ma non nel poema. Trentacinque dei piatti noti raffigurano il guerriero con il caratteristico gonnellino plissettato (podéa) e ventisei lo mostrano nell'atto di uccidere un drago; nessuno dei due elementi è tuttavia sufficiente a identificare con certezza la figura come Digenis, dal momento che entrambi i tratti caratterizzano anche altri eroi acritici.

Un rilievo della chiesa di Santa Caterina a Salonicco raffigura un guerriero corazzato che squarcia le fauci di un leone, scena che rimanda a un episodio della giovinezza di Digenis narrato nel manoscritto di Grottaferrata. A questa tradizione iconografica si ascrive anche una coppa ceramica di fine XII secolo rinvenuta negli scavi del fondo Capanne a Castro, in provincia di Lecce, e oggi conservata presso il locale Museo Archeologico «Antonio Lazzari». Il reperto, di produzione orientale, raffigura un guerriero con cotta di maglia e gonnellino plissettato impegnato in combattimento con un drago serpentiforme dalla testa canina; secondo Francesco D'Andria, che ne ha curato lo studio, costituisce l'esemplare più occidentale finora noto di questa iconografia, testimoniando la circolazione del materiale acritico nel Salento normanno-svevo come punto di incontro tra cultura bizantina d'Oriente e Occidente latino.

Eredità culturale

Tradizioni locali

Nella tradizione popolare di Cipro e di Creta Digenis è ricordato come gigantesco difensore delle due isole dalle incursioni saracene tra VII e X secolo. Secondo una leggenda cipriota documentata da fonti turistiche e istituzionali dell'isola, Digenis avrebbe afferrato con una mano la catena montuosa di Kyrenia — nota perciò come Pentadaktylos o «cinque dita» — per arrampicarsi sull'isola, mentre con l'altra avrebbe scagliato in mare contro le navi saracene una grande roccia caduta presso Pafo e nota oggi come Petra tou Romiou («pietra del greco»). L'episodio è riconducibile al più ampio repertorio di canti popolari ciprioti che integrano la figura del Digenis in una memoria collettiva delle resistenze cristiane contro i Saraceni durante il dominio bizantino dell'isola.

Una tradizione analoga è riferita all'isola di Creta, dove a Digenis veniva attribuita un'impronta visibile sulla roccia del Psiloritis, il massiccio centrale dell'isola.

Fortuna moderna

Dopo la riscoperta tra XIX e XX secolo, la figura di Digenis è divenuta un simbolo nazionale della grecità medievale ed ha ispirato vari autori della letteratura neogreca, tra cui Kostis Palamas, Angelos Sikelianos e Nikos Kazantzakis. La saga ha lasciato tracce anche fuori dal mondo bizantino, in particolare nella letteratura araba e in quella slava: la sconfitta del protagonista da parte della Morte personificata fu il modello della bylina russa di Anika il guerriero.

Edizioni in italiano

Note

  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 Kazhdan 1991, pp. 622-623.
  2. 1 2 Jeffreys 1998.
  3. 1 2 Diehl 1962, p. 44.
  4. 1 2 3 4 5 6 Kazhdan 1991, p. 48.
  5. ↑ Kazhdan 1991, p. 622; Mavrogordato 1956, pp. 11-13.
  6. ↑ Kazhdan 1991, pp. 47-48.
  7. ↑ Mavrogordato 1956, pp. xxx-xxxi.
  8. ↑ Diehl 1962, pp. 43-44.
  9. 1 2 Mavrogordato 1956, pp. xxxvi-xxxix.
  10. ↑ Canard 1960, pp. 1002–1003
  11. ↑ Le case tra Medioevo ed età moderna, su Museo Archeologico di Castro «Antonio Lazzari». URL consultato il 28 giugno 2026.
  12. ↑ D'Andria 2024, pp. 265-270.
  13. ↑ Francesco D'Andria, Un eroe bizantino per Castro, in Nuovo Quotidiano di Puglia, 25 giugno 2021. URL consultato il 28 giugno 2026. Articolo ripubblicato sulla rivista digitale Iuncturae il 26 giugno 2021.
  14. ↑ (EN) Birthplace of Aphrodite – Petra tou Romiou, su Visit Cyprus (Deputy Ministry of Tourism). URL consultato il 28 giugno 2026.
  15. ↑ (EN) Europa 2022 – Stories and Myths: The legend of Digenis Akritas, su Cyprus Post. URL consultato il 28 giugno 2026.
    «Emissione filatelica ufficiale «Europa 2022 – Stories and Myths» dedicata alle leggende di Cipro.»
  16. ↑ Kyriacou 2020, pp. xiii-xiv.
  17. ↑ Houghton 2022, p. 126.

Bibliografia

Voci correlate

Collegamenti esterni

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