
La dottrina Kohl è una massima di politica estera e di sicurezza formulata dal cancelliere tedesco Helmut Kohl dopo la fine della Guerra fredda nel 1989/90. Essa stabiliva che i soldati tedeschi non avrebbero mai dovuto essere presenti nei paesi occupati dalla Wehrmacht durante il periodo nazista.
Questa volontà di moderazione militare da parte di una Germania riunificata nelle nascenti guerre jugoslave rifletteva, da un lato, il peso storico dei crimini dell'occupazione nazista sulla Germania e, dall'altro, anche lo scetticismo politico interno nei confronti del coinvolgimento militare tedesco. Questa posizione incontrò incomprensione da parte dei partner NATO della Germania e portò la Repubblica Federale ad essere accusata di "free-riding" in materia di politica di sicurezza.
Nel corso della guerra in Bosnia, tuttavia, la Repubblica Federale partecipò sempre più alle misure di sorveglianza aerea (Operazione Maritime Monitor, Operazione Deny Flight, Operazione Deliberate Force) e alle operazioni di mantenimento della pace (IFOR, SFOR) concordate dalle Nazioni Unite e attuate dalla NATO, rendendo obsoleta la dottrina Kohl. Alla fine degli anni '90, la dottrina Kohl fu gradualmente reinterpretata come un obbligo di intervento nelle regioni in cui vi era minaccia o veniva perpetrato un genocidio.