Alcuni storici locali sostengono che Ducario (Insuber eques, Ducario nomen erat, lo chiama Livio) fosse un nobile cavaliere di Mediolanum, mentre altri ritengono che "i nostri campi e la nostra città" citate da Livio si riferiscano alla città celta di Alauda (attuale Lodi). Una cosa va messa bene in chiaro, che la città espugnata da Flaminio (qui legiones nostras cecidit, agrosque et urbem est depopulatus) non poteva essere Mediolanum, che fu invece conquistata dal console del 222 a.C. Gneo Cornelio.
Non si sa niente della sua vita, tranne che comandava gli Insubri che, quando Annibale varcò le Alpi, si ribellarono alla dominazione romana e, durante la battaglia del Trasimeno del 24 giugno 217 a.C., combatterono al fianco dei Cartaginesi e dei loro alleati contro Roma. In questa battaglia Ducario uccise lo scudiero del console e poi lo stesso console Gaio Flaminio Nepote.
L'uccisione di Flaminio è dettagliatamente raccontata da Tito Livio:
(latino)
«Tres ferme horas pugnatum est et ubique atrociter; circa consulem tamen acrior infestiorque pugna est. Eum et robora virorum sequebantur, et ipse, quacumque in parte premi ac laborare senserat suos, impigre ferebat opem; insignemque armis et hostes summa vi petebant et tuebantur cives, donec Insuber eques – Ducario nomen erat –, facie quoque noscitans, «Consul, en, hic est», inquit popularibus suis, «qui legiones nostras cecidit, agrosque et urbem est depopulatus. Iam ego hanc victimam manibus peremptorum foede civium dabo»; subditisque calcaribus equo, per confertissimam hostium turbam impetum fecit: obtruncatoque prius armigero, qui se infesto venienti obviam obiecerat, consulem lancea transfixit: spoliare cupientem triarii obiectis scutis arcuere.»
(italiano) «Si combatté per circa tre ore e ovunque atrocemente: tuttavia, fu attorno al console che la lotta era più cruenta e feroce. Era seguito dai soldati più forti, ed egli stesso, ovunque percepisse che i suoi fossero pressati e in difficoltà, andava ad aiutarli senza sosta. E siccome la sua armatura lo distingueva dagli altri, i nemici si lanciavano contro di lui con più violenza e i Romani lottavano di più per difenderlo, finché un cavaliere insubre di nome Ducario, riconoscendolo anche dai lineamenti: «Ecco», disse ai suoi soldati, «il console che ha fatto a pezzi le nostre legioni e ha devastato i nostri campi e la nostra città. Ora io lo offrirò come vittima ai mani dei nostri concittadini»; e, spronato il cavallo, si gettò impetuosamente in mezzo alla foltissima schiera dei nemici: decapitato prima lo scudiero, che si era opposto a lui che avanzava minaccioso, trafisse il console con la lancia: i triarii gli impedirono con gli scudi la volontà di spogliarlo.»
Giovanni Brizzi, Sergio Tisselli, Occhi di lupo. Un'avventura ai tempi di Annibale, Monzuno, Savena Setta Sambro, 2004.
Giovanni Brizzi, Giovanni Marchi, Sergio Tisselli, Foreste di morte. La saga di Ducario il Gallico: episodio secondo, Bologna, Alessandro editore, 2006.
Note
↑In realtà, nel racconto di Livio, Ducario "troncò la testa allo scudiero del console", mentre "trafisse con la lancia il console".
↑Nome della terza declinazione in Livio XXII, 6, 3; della seconda declinazione in Silio Italico, Punica, V, 645.
↑Paolo Morigia, La nobiltà di Milano, Nuova impressione, In Milano, appresso Gio. Battista Bidelli, 1619, p.311.