L’epitaffio o epitafio (in greco antico ἐπιτάφιος λόγος?, epitáphios lógos), spesso tradotto come orazione funebre o discorso funebre, nell'antica Grecia era un discorso funebre pubblico pronunciato in occasione della sepoltura di un defunto. L'epitaffio, pur essendo presente anche in autori come Omero e Pindaro, viene spesso considerato come un'invenzione di Atene. Il più antico epitaffio superstite è quello di Pericle.
L'oratore Anassimene di Lampsaco sosteneva che l'usanza dell'epitaffio era stata introdotta ad Atene nel VI secolo a.C. dal legislatore Solone, ma generalmente gli storici non accettano questa informazione.
Più plausibile, ma non certa è invece l'affermazione di Dionigi di Alicarnasso secondo la quale gli Ateniesi istituirono gli epitaffi "in onore di coloro che combatterono all'Artemisio (480 a.C.), a Salamina (480 a.C.) e a Platea (479 a.C.) e morirono per la patria, oppure per la gloria dei successi di Maratona (490 a.C.)". Su questa linea si attesta anche Diodoro Siculo, che ricorda l'istituzione degli epitaffi tramite una legge emanata dopo Platea: un oratore selezionato di volta in volta avrebbe pronunciato un epitaffio per coloro che venivano sepolti a spese dello stato.
Vari storici adesso credono che le sepolture collettive per i caduti di guerra (in greco antico δημόσιον σήμα?) e gli epitaffi siano stati stabiliti attorno al 470 a.C., rimanendo poi in vigore sotto Pericle. La più antica lista di caduti di un determinato anno risale al 465/464 a.C. e i lekythoi a sfondo bianco con dipinte scene funerarie cominciarono attorno al 470 a.C.
Gli epitafia (in greco antico τὰ ἐπιτάφια?) erano una solenne cerimonia pubblica che si svolgeva nel mese di pianepsione (ottobre/novembre) e durava tre giorni, anche se talvolta proseguivano con ludi ginnici e artistici organizzati dall'arconte polemarco. Queste celebrazioni, sporadiche nel V secolo a.C., divennero annuali nel IV.
Le ossa dei caduti venivano esposte per tre giorni sotto una tenda e chi voleva poteva portarvi delle offerte, dopodiché venivano trasportate al Ceramico e sepolte. Secondo il racconto di Tucidide, i carri portavano le bare di legno di cipresso, una per ciascuna delle dieci tribù, all'interno delle quali venivano poste le ossa; veniva portato anche un letto vuoto con sopra delle tappeti, usato per rappresentare i morti di cui non si erano ritrovate le ossa. Al corteo sono presenti, oltre alle donne dei defunti, che piangono sulla sepoltura, anche i cittadini e gli stranieri che lo desiderano, e il punto di arrivo è il cimitero pubblico del Ceramico, dove sono sepolti tutti i caduti di guerra ateniesi. Secondo Tucidide solo i 192 morti della battaglia di Maratona, dato il loro eccezionale valore, furono tumulati sul posto, ma sembra che ciò possa valere anche per quelli della battaglia di Platea.
Dopo la sepoltura, le celebrazioni si concludono coll'epitaffio, pronunciato in onore dei caduti da un cittadino designato dalla città (cioè dall'ecclesia su proposta della boulé) per la sua intelligenza e per la stima che aveva presso gli Ateniesi.
Platone descrive con una frase la struttura tipica dell'epitaffio: "E il discorso richiesto è uno che elogerà adeguatamente i morti ed esorterà gentilmente i vivi, facendo appello ai loro figli e ai loro confratelli affinché imitino le virtù di questi eroi e offrendo consolazione ai loro padri, alle loro madri e ad ogni loro avo superstite". L'epitaffio tradizionale doveva quindi contenere un elogio ai caduti di guerra e alla città, un'esortazione ai parenti ad imitare le virtù dei caduti e una consolazione ai membri viventi delle loro famiglie.
Un epitaffio era composto da queste parti.
La funzione primaria dell'epitaffio era esprimere pubblicamente la concezione della potenziale eccellenza della polis. Era un'occasione in cui Atene si "inventava" e "reinventava" in forma narrativa. La città mostrava le proprie imprese e le virtù civiche e personali alle quali i cittadini potevano aspirare. La prosa dell'epitaffio si dedica a celebrare l'ideale dell'Atene democratica. Attraverso l'epitaffio la città si riconosceva come desiderava essere.
È per questa ragione che Platone ha scelto l'orazione funebre come obiettivo principale: nel Menesseno si impegna negli interessi dell'oratoria funebre e per la filosofia si appropria di parte della missione intellettuale che gli Ateniesi associavano colla forma più celebrata e democratica di epidittica, l'epitaffio.
La tradizione ha conservato solo sei epitaffi: