Ernesto Majocchi (Voghera, 4 marzo 1860 – Voghera, 14 maggio 1907) è stato un politico e giornalista italiano.
Ernesto era figlio di Pompeo, impiegato comunale addetto al servizio di irrigazione, e da Teresa Lingua. Presto rimase orfano e abbandonò gli studi per lavorare come garzone di bottega. Si interessò alla politica già da adolescente e iniziò a collaborare in qualità di corrispondente con pubblicazioni milanesi di stampo socialista del foglio moderato milanese L'Italia, un giornale democratico. Nei primi anni Novanta collaborò con L'Italia del popolo, il quotidiano "repubblicano-federalista", ma di taglio popolare e rivolto al grande pubblico. Nell'agosto 1885, insieme con un gruppo di studenti universitari, fondò il settimanale Il Risveglio iriense, di indirizzo politico radicale. Autore di un articolo insultante verso la regina Margherita, definita "la cattolica biondina", fu denunciato e condannato a due mesi di reclusione comminata in contumacia perché, nel frattempo, era emigrato a Buenos Aires. Trasferitosi a Córdoba, collaborò a un periodico antigovernativo, ma sottoposto al controllo dell'autorità locale di polizia, sfuggì rocambolescamente all'arresto e ritornò a Voghera.
Majocchi aderì, sin dall'inizio, al Partito dei lavoratori italiani. Il documento che meglio testimonia questa transizione è l'opuscolo Le vittime di Conselice (ibid. 1890). Nel settembre 1892 fondò il settimanale La Sentinella di Voghera con indirizzo apertamente socialista.
Ernesto nel 1894 finì nel mirino delle autorità a causa dei suoi articoli e fu condannato al domicilio coatto. Fuggì tuttavia illegalmente a Lugano nel Canton Ticino e qui rimase fino all'anno successivo. A Lugano entrò in contatto con la comunità dei proscritti italiani, tra i quali il socialista Angelo Cabrini, e collaborò al periodico L'Idea moderna, subito ottenendo il risultato di farne crescere la diffusione. Colpito da un decreto di espulsione del Consiglio federale elvetico, che lo qualificava anarchico nonostante egli avesse apertamente rivendicato la sua appartenenza socialista, il 28 aprile 1895 lasciò la Svizzera e si trasferì in Belgio. Di ritorno a Voghera, già minato nel fisico, con l'aiuto di un ristretto numero di amici, diede vita al settimanale L'Uomo che ride, che incontrò presto un incredibile successo. Tuttavia Nella primavera del 1897 fu condannato a 14 mesi di prigione per un articolo giudicato diffamatorio nei confronti di un sacerdote. Si sottrasse alla pena, fingendo una fuga a Zurigo, ma in realtà rimanendo nascosto per molti mesi in città. Poi continuò a lavorare fino ai primi anni del Novecento; nell'ultima sua impresa giornalistica Iria ridet, un quindicinale di arte e cultura, il cui motto sarebbe stato "niente politica e niente musoneria" coinvolse il pittore Pelizza da Volpedo.
Nella sua abitazione di Voghera malato e sofferente, si tolse la vita nel 1907.
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