La mente estesa (The Extended Mind) è una tesi filosofica nel campo della filosofia della mente e delle scienze cognitive, formulata dai filosofi Andy Clark e David Chalmers nell'articolo The Extended Mind e pubblicato nel 1998 sulla rivista Analysis.
Gli autori si collocano nel dibattito sull'esternalismo in filosofia della mente. La loro proposta si distingue da altre forme di esternalismo che attribuiscono all'ambiente un ruolo nella determinazione del contenuto degli stati mentali. Clark e Chalmers definiscono la propria posizione esternalismo attivo (active externalism). Secondo gli autori, in determinate condizioni, elementi situati al di fuori dei confini biologici dell'organismo possono costituire processi cognitivi, anziché limitarsi a influenzarli causalmente.
Il concetto di mente estesa viene illustrato attraverso il celebre esperimento mentale di Inga e Otto:
In entrambi i casi, avviene il recupero di un'informazione utilizzata per guidare l'azione. Clark e Chalmers argomentano che, nonostante la diversa modalità di accesso (attraverso la memoria biologica nel caso di Inga o attraverso il taccuino nel caso di Otto), il ruolo funzionale svolto nel guidare l'azione, ossia il recarsi al museo, sia essenzialmente lo stesso.
Il Principio di Parità stabilisce che, se una parte dell'ambiente svolge un ruolo che, qualora fosse svolto internamente nell'organismo, considereremmo parte di un processo cognitivo, allora non vi è motivo di escluderlo dalla cognizione per il solo fatto di essere esterno. Applicando questo principio, gli autori giungono alla conclusione che il taccuino non sia solo un supporto per la memoria di Otto, ma ne costituisca una parte. Il taccuino perciò funge da archivio esteso delle credenze di Otto, in modo analogo alla memoria biologica di Inga.
La teoria della mente estesa è associata al più ampio paradigma della Cognizione delle 4E (4E Cognition), una famiglia di approcci che riunisce le prospettive della cognizione embodied (incarnata), embedded (situata nell'ambiente), enacted (agita, enattiva) e, come già visto, extended (estesa). Queste teorie sono originate da filoni diversi della filosofia e delle scienze cognitive, sviluppatisi anche in reazione alle ipotesi sulla cognizione centrate sui processi cerebrali, e sono state riunite sotto un'unica denominazione.
Tra i principali riferimenti storici della Cognizione 4E per gli approcci incarnato ed enattivo vi sono il lavoro di Francisco Varela, Evan Thompson ed Eleanor Rosch, che in The Embodied Mind (1991) sviluppano una concezione enattiva della cognizione, sottolineando il ruolo dell'accoppiamento dinamico tra cervello, corpo e ambiente. Gli studi di Edwin Hutchins e altri sono rilevanti per l'ipotesi di una cognizione distribuita, teoria introdotta da Edwin Flor e Hutchins nel 1991 come un approccio che considera nel sistema cognitivo anche strutture esterne, collettività e artefatti organizzati nello svolgimento di un compito. Successivamente, la tesi della mente estesa formulata da Andy Clark e David Chalmers nel 1998, sarà direttamente influenzata dal lavoro di Hutchins.
Il quesito posto da Clark e Chalmers, "Dove finisce la mente e comincia il resto del mondo?", ha contribuito ad alimentare il dibattito sul ruolo degli artefatti e delle tecnologie nei processi cognitivi nell'epoca contemporanea. In particolare, da questa prospettiva teorica, i dispositivi tecnologici esterni (come smartphone, computer o assistenti vocali) possono essere considerati non solo come strumenti, ma come componenti attivi del sistema cognitivo. La possibilità di estendere il sistema cognitivo a tali elementi esterni solleva inoltre interrogativi sui confini del corpo e dell'identità personale.