Francesco Migliari (Ferrara, 8 novembre 1793 – Ferrara, 21 agosto 1851) è stato un decoratore, scenografo e pittore italiano che ottenne prestigiose commissioni in varie città italiane e nella natìa Ferrara, dove fondò l'Impresa Migliari & C.
Figlio dell'ingegnere Alessandro studiò a Ferrara dove venne segnalato alla Scuola d'Ornato per il disegno di una porzione del fregio ionico "del palazzo Valle a Roma tolto dal gesso" (1820) per poi perfezionarsi a Milano grazie al contributo economico del Cardinal Legato e di vari notabili concittadini. Probabilmente per merito di talune conoscenze ferraresi, ebbe poi modo di conoscere artisti in ambienti veneziani e bolognesi.
Tra i suoi numerosi allievi vi furono il figlio Giuseppe, pittore e scenografo anch'esso, Francesco Saraceni, Gaetano e Girolamo Domenichini, Ignazio Turci, i fratelli Valini, Morselli, Tomasi, Giuseppe Coen, Alessandro Mantovani e gli scultori Gaetano Davia e Vidoni.
Migliari lavorò principalmente come pittore-decoratore e scenografo, stimato dai colleghi lombardi Alessandro Sanquirico e Domenico Ferri, dal veneto Tranquillo Arsi e dal napoletano Antonio Niccolini, con i quali intrattenne contatti epistolari.
Ottenne incarichi prestigiosi tra i quali gli interventi negli appartamenti del principe Carlo nel Palazzo Reale di Napoli (1835), la decorazione della volta e dei palchi del Teatro Comunale di Ferrara assieme al figlio Giuseppe, ai figuristi Gaetano e Girolamo Domenichini e al “plastico” Gaetano Davia e interamente quella a Bagnacavallo (1839-1845) oltre a svariati interventi in altri teatri italiani e in numerosi palazzi nobiliari sia di città che di provincia soprattutto nel ferrarese.
Fondatore della bottega ferrarese di decorazioni Impresa Migliari & C. alla quale partecipò, tra gli altri, anche Gaetano Domenichini: è noto che Francesco sovrintendesse ad ogni fase dei lavori presi in appalto dalla propria ditta, probabilmente intervenendo direttamente anche su opere concesse ai collaboratori. In tale bottega, molto attiva nella decorazione murale, trovarono impiego moltissimi artisti «responsabili per mezzo secolo di una certa uniformità di linguaggio»; fu attiva anche dopo la morte del fondatore grazie al figlio Giuseppe e al pittore-decoratore Saraceni, il quale lavorò con la Ditta in svariate località sia italiane che estere.
Per quanto Migliari si limitò a volte al solo ruolo di impresario-supervisore, affidando l'esecuzione diretta degli ornati ai Domenichini, ai fratelli Vallini, a Saraceni, Luigi Pedrali, Giuseppe Tamarozzi, al giovane Alessandro Mantovani e appunto al figlio, riguardo all'operato di Giuseppe - collaboratore in varie occasioni e proseguitore dell'operato del padre anche nei lavori non conclusi a causa del suo decesso - sue esecuzioni sono state spesso attribuite a Francesco (come ad esempio alcune parietali di Palazzo Crema, successive al 1853), eseguite invece dal figlio basandosi sul loro stile comune, utilizzato da Giuseppe con stilemi del padre sino all'età umbertina nonostante fossero considerati alquanto obsoleti.
Tra i suoi più prestigiosi lavori vi sono gli interventi negli appartamenti del principe Carlo al Palazzo Reale di Napoli (lavoro ottenuto per interessamento del marchese Gherardo Bevilacqua tra il 1834 e il 1835), quelli nell'appartamento del vice legato nel Castello Estense, la commissione del re che lo portò a Monaco di Baviera assieme a Saraceni e quella di alcune stanze nel Palazzo Arcivescovile di Ferrara.
Negli anni seguenti fece parte dell'équipe che decorò il rinnovato Palazzo di Giustizia di Ferrara riaperto nel 1840 e lavorò nella villa del marchese Costabili a Francolino (1844), nelle residenze di campagna di Giovambattista Bonaccioli, in quella di città di Baldassarre Bergando e a Palazzo Buosi di via Montebello (1846-1847) con un affiatato gruppo di decoratori. Risultano dagli studi di Claudio Savonuzzi altre sue decorazioni in svariati palazzi ferraresi tra i quali Guidetti, Avogli, conte Gnoli e Casino dell'Unione oltre al Giglioli (ex Cicognara, tra le vie Savonarola, Ugo Bassi e Cisterna del Follo, 1825, probabilmente il primo lavoro ferrarese dopo il rientro da Milano), Nagliati-Braghini, Camerini, Luzzati-Carlini e forse lavorò anche nei palazzi Fioravanti-Boari, Varano-Dotti, Leati, Montalti-Hanau, Cavalieri e nella villa Boari-Roncati di Vigarano Mainarda e in quella di Zenzalino oltre ad altri conclamati quali Bevilacqua Costabili, Gulinelli, Del Sale-Balbo, Crema e Trotti Mosti, oltre a residenze in provincia come Villa Giglioli a Berra.
Al Comunale di Ferrara si susseguirono diversi interventi, conclusosi per Migliari ad inizio degli anni Cinquanta: nel 1827, 1833 e negli anni successivi, spesso assieme a Domenichini e Saraceni (il quale eseguì Rinaldo che giunge all’isola del Belvedere), Migliari realizzò la decorazione del soffitto, il nuovo sipario e in seguito le decorazioni del Ridotto, detto Casino dei Nobili (1844); nello stesso anno Luigi Napoleone Cittadella indicava come recentemente «abbellita la gran sala detta del ballo dai distinti artisti signori Francesco Migliari, e Gaetano e Girolamo padre e figlio Domenichini, tutti ferraresi». Elaborò assieme a Davia vari progetti di decorazione dei palchi (1848-1851) comprendenti stucchi, legni colorati e dorati, braccioli da illuminazione e relative fodere di latta per impedire gli incendi, realizzando nel mentre la decorazione della Sala dei Veglioni, il palcoscenico opportunamente decorato con tramezzi mobili dipinti con "panneggiamenti" e una balaustra che la separava dalla sala vera e propria.
Negli anni Trenta Migliari realizzò anche le scenografie per il Teatro Comunale di Bologna (1834, per l'impresario Carlo Redi), gli apparati per quello di Medole (1836) dopo aver operato a Forli, e le scenografie per quello di Bondeno (1838), mentre nel decennio successivo decorò il Teatro di Bagnacavallo.
Come scenografo, ormai molto noto, fu chiamato a Firenze su proposta di Ferri (1829), a Napoli (1834) e a Venezia alla Fenice su invito di Tranquillo Arsi (1840) ma rinunciò a realizzare scenografie a Mantova (1845) preferendo dedicarsi ai lavori nel teatro Bonacossi della sua città e in quello Comunale di Cesena (1846), comprendente la volta del soffitto, tre file di palchi, il soffitto dell'atrio e fornendo con la sua “impresa” addirittura i portalumi.
Tra gli ultimi lavori il rifacimento del Comunale di Ferrara riaperto il 21 aprile 1851 e la decorazione del sipario in quello di Fabriano, portata a termine da Girolamo Domenichini.
I suoi interventi in Certosa risalgono al 1813, nel gruppo di pittori diretti da Bregola operanti negli allestimenti funebri della chiesa di San Cristoforo, registrando la decorazione «ad oglio» su muro dell'arco 51 (1818) nella tomba della contessa Sabina Conti, l'intervento in ornato nella sommità della Cella degli Uomini Illustri (1829-1830) e probabilmente la pittura dell'arco 26 dei marchesi Bonacossi e il progetto, assieme a Saraceni, per il monumento dei marchesi Zavaglia, scolpito da Francesco Vidoni.
Fu attivo nelle chiese di San Paolo (1825 ca.), Santa Maria in Vado (1830, dove più tardi non poté accettare il lavoro di rifacimento della volta essendo impegnato col teatro bolognese) e del Gesù nella quale coi Domenichini sostituì il soffitto distrutto da un evento bellico (1843); decorò la cantoria in San Benedetto (1835) e l'altare della famiglia Nagliati nella chiesa del Suffragio (1846-1847).
Collaborò con alcui disegni al celebre Album estense edito nel 1850 da Servadio.
Viaggiando spesso per ricercare svariati elementi d'arredo «attento com'era a rinnovare continuamente il suo "repertorio" di ornati» Migliari si recò a Monaco di Baviera (1841), Milano (1843) e Firenze (1844) dove acquistò stoffe pregiate. Si occupò pure di restauro: con Coen criticò la proposta del bolognese Antonio Magazzari d'intervenire con la pulitura ad alcool sull'affresco del Garofalo trasportato da Sant'Andrea in Pinacoteca (1841-1842) e nel 1848 restaurò, integrandole, le decorazioni della volta e delle due cappelle laterali della Chiesa Nuova.
Il suo linguaggio, legato a dettami neoclassici, mostra talora un segno rapido simile a quello di Felice Giani, conosciuto forse in uno dei numerosi viaggi dell’artista.
Pur essendovi ancora negli anni Settanta delle lacune riguardo al suo operato, Migliari viene indicato come «centrale» per la «ricerca sull'Ottocento ferrarese», impresario di decorazioni e animatore come lo fu Santi alla fine del XVIII secolo seppur ovviamente con modernità; uomo di trapasso tra il Regno Napoleonico e la Restaurazione, sia di «prima generazione» (e in questa «è tra i più intelligenti» interpreti) che «generazione di mezzo», spostandosi dal neoclassicismo di Sanquirico-Ferri-Matteini alle prime inquietudini romantico-moderne e che, tutto presente nei soffitti superstiti delle case ferraresi, esisterà «fino a quando queste case vorranno o sapranno sopravvivere».
«La transizione dal classicismo inquieto e protoromantico di Giani e Santi a un linguaggio pienamente romantico, ricco di riferimenti alla tradizione veneta e locale ferrarese, può essere colta nell’attività dispiegata fra il 1830 e il 1860 da Francesco Migliari e dalla sua ampia bottega all’interno degli edifici ferraresi – da palazzo Camerini [...] alla residenza Gulinelli [...] dal Ridotto del Teatro Comunale [...] ai diversi ammodernamenti delle stanze dei cardinali legati nel Castello Estense – dove l’ordinato impianto della decorazione all’antica si apre a sempre più ampi squarci scenografici e paesaggistici. [...] La critica ha ravvisato nella decorazione della volta del Teatro Comunale terminata nel 1851 da Migliari, Domenichini e bottega la più alta sintesi raggiunta in campo artistico fra le istanze di identità culturale municipale e di partecipazione al risorgimento nazionale propugnate dalle classi dirigenti cittadine fra Restaurazione e Unità».
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