
La Fusione perfetta fu il risultato di un percorso attuato sotto Carlo Alberto di Savoia, tra il 1847 e il 1848, finalizzato all'unione politica e amministrativa tra il Regno di Sardegna e gli Stati di terraferma in un unico Stato centralizzato.
Fino a quel momento, i dominî di Casa Savoia - i cosiddetti Stati sabaudi - mantenevano ciascuno una formale indipendenza, con ordinamenti giuridici e istituzioni autonome, legati unicamente dalla figura del medesimo monarca (c.d. unione personale).
Tra la fine del 1847 e gli inizi del 1848, l'Isola sarda fu attraversata da un'intensa ondata di ideali liberali. Un esempio emblematico si verificò a Sassari il 2 ottobre 1847, allorché le celebrazioni per il genetliaco del sovrano offrirono il pretesto perfetto per la diffusione di manifesti. Attraverso questo espediente, la fazione liberale locale volle rimarcare la propria totale sintonia politica con i colleghi piemontesi. Agli inizi di quello stesso mese, il monarca prese la decisione di sospendere il Ministero per gli Affari di Sardegna, con il chiaro scopo di amministrare il territorio isolano applicando i medesimi ordinamenti in vigore nella Penisola. Nel frattempo, l'ex responsabile di quel dicastero, Emanuele Pes di Villamarina, precisava che un'eventuale annessione avrebbe avuto senso unicamente se realizzata in modo assoluto e incondizionato, includendo necessariamente l'abbattimento delle barriere doganali tra l'isola e il continente.

L'impulso decisivo alle istanze fusioniste arrivò il 29 ottobre 1847, quando Carlo Alberto di Savoia concesse moderne riforme liberali agli "Stati sardi di terraferma", nelle quali erano comprese misure atte a limitare l'influenza delle forze di polizia e ad allentare i vincoli della censura voluti a suo tempo da Vittorio Emanuele I. L'esclusione della Sardegna da questi benefici innescò un profondo malcontento nella classe dirigente locale. Nacquero così vasti moti di piazza volti a reclamare a gran voce l'equiparazione legislativa e l'agognata unione doganale con la penisola. Le riforme erano infatti percepite, nell'Isola, come uno strumento attraverso il quale si sarebbe potuta superare, col timbro del progresso, sviluppo e modernità, una crisi causata dai cattivi raccolti succedutisi negli ultimi anni. L'ondata di proteste, guidata spesso dalle stesse autorità istituzionali, coinvolse rapidamente i centri nevralgici come Alghero, Sassari e Cagliari, per poi estendersi a Oristano, Nuoro, Bosa, Santu Lussurgiu, Carloforte, Iglesias, Ozieri e in numerose altre località. I cortei culminarono nel capoluogo sardo, dove le manifestazioni si chiusero il 24 novembre. In quella stessa data, una delegazione cagliaritana salpò verso Torino, unendosi due giorni dopo agli emissari del resto dell'isola.
I moti ebbero quale sbocco un obiettivo verso cui, per Girolamo Sotgiu, l'orientamento popolare era alquanto contrario: la "perfetta" fusione tout court con gli stati continentali e la conseguente rinuncia alla soggettività nazionale di quel Regnum Sardiniae che casa Savoia, finora, aveva (almeno formalmente) rispettato.
L'incontro con il sovrano avvenne il 29 novembre. Carlo Alberto, sebbene spiazzato dall'entità delle rivendicazioni, finì per assecondare i delegati, promettendo loro sia la fusione che le agevolazioni doganali richieste. I rappresentanti ripartirono alla volta dell'isola il 1° dicembre e, appena due giorni dopo, il Viceré de Launay poté ufficializzare la promessa regia della "Fusione perfetta" tramite un pregone: «[...] il Re Nostro Signore si degnò manifestarci, che il paterno suo cuore fu profondamente commosso pei figliali sentimenti di riconoscenza esternati da questi amati sudditi nel sentirsi chiamati a formare una sola famiglia cogli altri sudditi del Continente».
In realtà, le intenzioni originarie di Carlo Alberto erano ben diverse. Il re mirava a un'omogeneizzazione delle leggi, ma accompagnata da misure economiche modellate specificamente per risollevare la Sardegna dalla grave crisi in cui versava. Il monarca esitava a imporre un'unificazione cieca, temendo un tracollo finanziario per i sardi. D'altra parte, l'élite intellettuale e politica isolana, incapace di cogliere l'utilità dei piani di salvaguardia regi, pretendeva ostinatamente la pura e semplice estensione delle normative continentali. Come sottolineato dallo storico Martin Clark nel suo saggio "La storia politica e sociale (1847-1914)", nessuna delle due parti comprese realmente la portata delle proprie azioni.
L'epilogo istituzionale di questa vicenda si consumò a ritmo serrato nel 1848. Il 4 marzo venne promulgato (non senza travaglio da parte del re) lo Statuto Albertino, che in virtù della promessa fusione fu esteso automaticamente anche alla Sardegna. Ad agosto l'impianto giuridico isolano basato sul codice di Carlo Felice venne abrogato per far posto ai codici civile e penale piemontesi. Parallelamente, l'antico assetto provinciale fu cancellato a favore di tre nuove divisioni amministrative gestite da un intendente generale. La soppressione del Parlamento Sardo, in conseguenza all'adozione dello Statuto albertino, permise ai deputati isolani di sedere nel nuovo Parlamento subalpino. Infine, il 1° ottobre 1848 fu abolita la figura del Viceré: questo atto sancì formalmente la chiusura dell'esperienza del Regno di Sardegna come entità autonoma, ultimando in via definitiva la Fusione perfetta e la creazione di quello Stato unitario che, il 17 marzo 1861, sarebbe diventato il Regno d'Italia.
Come evidenziato da Girolamo Sotgiu nel suo studio sulla Sardegna sabauda, sebbene risulti complesso ripercorrere l'esatta sequenza degli eventi che condussero alla scelta di richiedere l'integrazione, sono estremamente nitide le dinamiche d'interesse sottostanti. L'unificazione istituzionale non fu il frutto di un'imposizione piemontese né della spinta di una generica borghesia, bensì un'iniziativa promossa dalle élite isolane - in primis cagliaritane - con la partecipazione fondamentale dell'aristocrazia ex feudale, incarnata da figure iperattive come il marchese di Laconi, Ignazio Aymerich.
In Sardegna, inoltre, l'estensione delle riforme liberali era caldeggiata dal segmento studentesco e, in particolare, dalla borghesia di Cagliari e Sassari; attraverso l'inserimento nella Lega doganale italiana, cui avevano aderito il Granducato di Toscana, gli Stati sardi e lo Stato pontificio nel novembre del 1847, gli imprenditori sardi avrebbero goduto di agevolazioni nella esportazione delle merci agricole e nella importazione dei manufatti dal continente.
Dalle Considerazioni politiche ed economiche della Sardegna stilate nel 1847 da Carlo Baudi di Vesme su incarico dello stesso Carlo Alberto emerge che la più radicale Fusione perfetta era appoggiata dalla classe impiegatizia, da quella borghesia terriera emersa dalle chiudende e dall'aristocrazia ex-feudale che dalla conservazione dell'autonomia sarda tali notabili, ormai convertitisi in redditieri senza più alcun peso politico, non traevano alcun vantaggio; attraverso la sua abolizione, invece, la nobiltà puntava piuttosto a convertire la propria ricchezza in prestigiosi incarichi politici e militari nell'apparato statale. Al contrario, le masse rurali, assorbite dai problemi quotidiani di sussistenza, rimasero del tutto estranee e ignare rispetto ai concetti di libertà politica, vantaggio economico o riforma istituzionale.
Ne Sull’unione civile della Sardegna colla Liguria, col Piemonte e colla Savoia di Pietro Martini, a proposito, si legge: «Quale finora è stato il colmo degli onori per gli impiegati nazionali? Gli uffizi di presidenti nell'antica Reale Udienza e di reggente di toga nel Supremo Consiglio or ora abolito, per li giuridici; quelli di vice intendente generale di Sassari e di direttore generale del Debito Pubblico per li amministrativi, e nulla più. Colla fusione, però, con rimescolamento dei Sardi cogli impiegati fratelli, i primi colle benemerenze loro potranno giungere alle alte cariche dello Stato». A detta del medesimo Martini, l'obiettivo del movimento unionista era il «trapiantamento in Sardegna, senza riserve ed ostacoli, della civiltà e cultura continentale, la formazione d’una sola famiglia civile sotto un solo Padre meglio che Re, il Grande Carlo Alberto». Tali segmenti sociali avrebbero così egemonizzato un movimento che, sorto per la rivendicazione di più libertà, si sarebbe risolto, per lo storico del Risorgimento Leopoldo Ortu, in un posizionamento subalterno, tanto della Sardegna quanto loro, rispetto alla élite e classe dirigente subalpina.
Nel generale entusiasmo delle riforme, a prevalere fu infine quest'ultima posizione che, fra l'altro, godeva del favore regio; non mancarono in merito voci contrarie, benché in minoranza, a una rinuncia incondizionata all'autonomia, quali quella di Federico Fenu e Giovanni Battista Tuveri, e non tardarono neanche a presentarsi i pentiti di tale opera, fra cui lo stesso propositore Giovanni Siotto Pintor, che parlò in merito di "follia collettiva" ed ebbe a dire, a posteriori, "errammo tutti". Lo stesso Siotto Pintor ebbe inizialmente difficoltà nell'essere riconosciuto come senatore dal portiere a guardia, mentre Pasquale Tola lamentò in aula l'assenza dell'emblema della Sardegna, a fronte della presenza di quelli delle altre suddivisioni del regno.
Per Leopoldo Ortu, la Fusione perfetta avrebbe determinato, con tredici anni di anticipo alla questione meridionale, quel "compromesso tra la borghesia autoctona e quella settentrionale", a vantaggio di quest'ultima, rispetto a cui si situerebbe in termini politici e socio-economici la questione sarda.
Giuseppe Musio denunciò come la "Perfetta fusione" ignorasse le peculiarità dell'Isola, sostenendo la necessità di una revisione dello Statuto che garantisse alla Sardegna organi esecutivi e legislativi propri. La fiammata d'entusiasmo iniziale lasciò, quindi, il posto a un profondo scoramento. Fino al settembre del 1848, centri come Cagliari e Sassari - teatro quest'ultima di uno scontro sfociato in un decesso - furono sconvolti da disordini e manifestazioni. A scatenare la protesta fu la profonda spaccatura tra favorevoli e contrari al nuovo assetto, unita all'incertezza sul futuro, al timore di ingiustificati rinvii delle riforme regie e alla perplessità generale circa l'adeguatezza del diritto piemontese. Fu proprio in questo clima che, a partire dagli anni Cinquanta dell'Ottocento, presero forma le istanze dell'Autonomismo, dell'Indipendentismo e la formulazione vera e propria della "Questione sarda". Lo stesso Giorgio Asproni, inizialmente favorevole all'unione col Piemonte, nel 1848 bollò la Fusione Perfetta come una manovra puramente verticistica. La richiesta d'annessione fu infatti calata dall'alto senza qualsiasi mandato popolare o della formale legittimazione degli Stamenti, questi ultimideliberatamente ignorati e non convocati. Se da un lato l'integrazione ruppe il secolare isolamento della Sardegna favorendo utili contatti culturali, politici ed economici, dall'altro le speranze di sviluppo e ammodernamento andarono deluse: la svolta istituzionale si tradusse in un progressivo declino economico che alimentò una capillare insoddisfazione popolare.
Per secoli i governanti del Regno di Sardegna si erano riferiti ufficialmente al territorio e al popolo dell'isola come alla "nazione sarda" e in ogni atto pubblico precedente al 1847 l'aggettivo "nazionale" fu sempre e solo riferito a persone o cose appartenenti all'isola di Sardegna (cfr. lo stesso inno del regno, S'hymnu sardu nationale): essa era infatti inquadrata in uno stato che, per quanto inserito in una monarchia composita (aragonese prima e sabauda poi), non aveva mai smesso di mantenere comunque una propria soggettività giuridica, politica e culturale; Federico Francioni riferisce che il quadro cambiò, anche per questo aspetto, dopo la Fusione perfetta, attraverso uno spostamento verso l'accezione di nazione "Italia" e nazionale "italiano". Tuttavia, per Manlio Brigaglia l'aggettivo "nazionale", nella sua accezione riferita alla Sardegna, sarebbe però scomparso con l'affermazione dello stato unitario.
L'equiparazione fiscale, politica e amministrativa determinò, inoltre, una rinnovata marginalizzazione dell'arcipelago sardo rispetto alla Terraferma, i cui territori sarebbero stati in via di progressiva espansione con le guerre d'indipendenza italiane. La perdita di soggettività statuale della Sardegna, da allora in poi inserita nel contesto di un grande stato unitario, non determinò alcun significativo miglioramento delle condizioni della classe dirigente sarda, la quale dovette fare i conti con agitazioni studentesche e, per Maurice Le Lannou una ripresa delle attività banditesche e delinquenziali contro l'autorità centrale.
Con la fusione e il successivo avvento dell'unificazione politica italiana, ebbe convenzionalmente inizio la cosiddetta "questione sarda", espressione coniata da Giovanni Battista Tuveri per indicare il complesso dei problemi nei rapporti tra la Sardegna e lo stato unitario. Da queste problematiche iniziò, subito dopo il Risorgimento, a maturare un nuovo pensiero autonomista, federalista e nazionalista, che divenne movimento politico in seguito alla prima guerra mondiale con la nascita del Partito Sardo d'Azione nel 1921, in prossimità dell'indipendenza irlandese (1921-1922).
A sostenere la tesi di autogoverno, o quantomeno di autonomia amministrativa, per la Sardegna sarebbero stati tanto isolani quanto continentali: Francesco Cesare Casula cita il parere di Carlo Cattaneo che, in un discorso, per la Sardegna proponeva di «lasciar la cura dei loro beni, dei loro ademprivii, dei loro paberili e stazzi e degli altri avìti ministeri ai Sardi; farli responsabili delle loro proprie sorti, sicché non possano più lagnarsi se non di se stessi, né apprendere a odiare adesso l'Italia, come appresero, purtroppo, a odiare il Piemonte».
La Fusione comportò la fine di tutte le istituzioni, gli statuti e le leggi che erano ancora in vigore nell'antico Regno di Sardegna (un processo che i Savoia avevano iniziato invero nei decenni precedenti, con lo svuotamento de facto delle istituzioni preesistenti a fronte di un divieto per convenzione internazionale di modificare le leggi fondamentali del regno, e la stessa soppressione della Carta de Logu, sostituita dal cosiddetto "Codice Feliciano" nel 1827). Nell'Isola entrarono in vigore i più moderni codici già in forza negli stati continentali, quali il Codice Civile, il Codice Militare e quello penale, e dagli anni successivi partecipò alle elezioni per il Parlamento Subalpino.
L'unione portò a una serie di conseguenze fra cui la scomparsa dei secolari istituti di autonomia statuale quali l'antico Parlamento sardo e la Reale Udienza, garantiti dai trattati internazionali nel momento del passaggio della corona ai duchi di Savoia.
Gli "Stati di terraferma", che già da tempo avevano conosciuto un sostanziale accentramento e uniformazione amministrativa, si fusero formalmente insieme alla Sardegna.
In Sardegna, la fusione rappresentò un tornante significativo per il tessuto socio-culturale dell'isola, che da allora procedette in direzione ancora più marcata verso un'assimilazione ai modelli culturali della terraferma con il declassamento definitivo della lingua sarda rispetto a quella italiana; per Antonietta Dettori, fu infatti così che «la ‘lingua della sarda nazione’ perse il valore di strumento di identificazione etnica di un popolo e della sua cultura, da codificare e valorizzare, per diventare uno dei tanti dialetti regionali subordinati alla lingua nazionale», ufficialmente introdotta per la prima volta nell'isola nel 1760.
Con la Fusione perfetta il Regno di Sardegna, divenuto con il passaggio della corona ai Savoia nel 1720 uno Stato "composto" (cioè formato dall'unione di più Stati con sovranità distinte ma temperate dalla Costituzione), divenne "unitario" e caratterizzato, nell'intenzione dei regnanti, da «un solo popolo, un solo potere pubblico, un unico territorio», non più pluralista come quello precedente, ma centralista sul modello francese, mantenendo la stessa denominazione.
Uno degli effetti della fusione fu l'estensione alla Sardegna della nuova legge mineraria del regno, emanata a Torino il 30 giugno 1840, con caratteristiche adeguate al suo tempo, che separava i diritti di sfruttamento del sottosuolo da quelli derivanti dalla proprietà del suolo. Questo nuovo impianto legislativo permise la nascita di nuove società minerarie a capitale non solo locale, come la miniera di Montevecchio in concessione dal 1848 al sassarese Giovanni Antonio Sanna, ma anche ligure, piemontese e di multinazionali europee, con lo sviluppo di impianti per l'estrazione ed il trattamento dei minerali fino alla nascita di villaggi minerari.