Gellia

Uomo raffigurato in una moneta di Agrigento, ipotizzato da Filippo Paruta come Gellia

Gellia (in greco antico Γελλίας?; Akragas, ... – Akragas, 406 a.C.), erroneamente noto anche come Tellia, è stato un ricco uomo siceliota. È ricordato da vari autori per la sua generosa ospitalità e le vaste ricchezze, elementi che gli garantirono fama in tutta la Sicilia antica.

Biografia

Vissuto ad Agrigento verso la fine del V secolo a.C, stando ai racconti di Diodoro Siculo era forse l'uomo più ricco della città: egli disponeva infatti di un'ampia dimora ricca di stanze per gli ospiti e di una cantina così spaziosa da contenere trecento vasche dalla capacità di cento anfore ciascuna; a queste si affiancava anche una cisterna per il vino dalla capacità di mille anfore. La sua generosità era tale che, durante una tormenta, ebbe modo di ospitate e rifocillare opportunamente cinquecento cavalieri provenienti da Gela:

(greco antico)
«καὶ δή ποτε πεντακοσίων ἱππέων παραγενομένων ἐκ Γέλας χειμερίου περιστάσεως οὔσης, καθάπερ φησὶ Τίμαιος ἐν τῇ πεντεκαιδεκάτῃ βίβλῳ, πάντας αὐτὸς ὑπεδέξατο, καὶ παραχρῆμα πᾶσιν ἱμάτια καὶ χιτῶνας ἔνδοθεν προενέγκας ἔδωκεν.»
(italiano)
«Una volta accadde che cinquecento cavalieri provenienti da Gela si presentassero a lui mentre infuriava una tempesta. Dice Timeo nel suo quindicesimo libro che Gellia li accolse tutti e offrì loro immediatamente mantelli e chitoni, che fece portare fuori dai suoi magazzini.»

Nonostante le sue ricchezze, Gellia era un uomo dall'aspetto semplice ma dal carattere incisivo: sempre Diodoro racconta che, durante una missione diplomatica a Centuripe, fu deriso da cittadini del luogo per il suo aspetto deludente. L'uomo, a quel punto, rispose loro nel modo seguente:

(greco antico)
«[...] εἶπε μὴ θαυμάζειν: ἐν ἔθει γὰρ εἶναι τοῖς Ἀκραγαντίνοις πρὸς μὲν τὰς ἐπιδόξους πόλεις ἀποστέλλειν τοὺς κρατίστους τῷ κάλλει, πρὸς δὲ τὰς ταπεινὰς καὶ λίαν εὐτελεῖς ὁμοίους.»
(italiano)
«Non stupitevi, poiché è consuetudine degli Akragantini inviare nelle città famose i loro cittadini più belli, mentre alle città insignificanti e più modeste, invece, i loro simili.»

Morte

Nel 406 a.C, durante l'assedio cartaginese di Agrigento, Gellia fu tra i cittadini che si ripararono nel tempio di Atena nella speranza di non venire attaccati dall'esercito di Imilcone II. Quando si accorse che i cartaginesi non si facevano alcuno scrupolo a saccheggiare e dissacrare anche i luoghi consacrati agli dei, Gellia appiccò il fuoco nel tempio e si suicidò: con questo gesto, racconta Diodoro, avrebbe evitato empietà agli dèi, al nemico un vasto bottino e a se stesso l'umiliazione fisica della prigionia.

Ricerca archeologica

Diversi studiosi, nei secoli, hanno cercato di trovare qualche prova archeologica sull'esistenza di Gellia. Il numismatico Filippo Paruta, nella sua opera Della Sicilia descritta con medaglie del 1612, attribuì a Gellia la figura di un uomo adulto e sgraziato presente sul rovescio di una moneta di Agrigento, ipotizzando sia stato immortalato dagli abitanti stessi della città come segno di gratitudine per il suo operato.

Nel corso dell'Ottocento anche l'archeologo inglese George Dennis sostenne di aver rintracciato una delle sue dimore nei pressi del tempio di Eracle, nella Valle dei Templi, ma ad oggi l'indagine archeologica non ne ha permesso un'attribuzione certa.

Note

  1. 1 2 Valerio Massimo, 8.ext.2., in Factorum et dictorum memorabilium libri IX, vol. 4.
    «[...] Gellia di Agrigento fu, oserei dire, la quintessenza della generosità. Era costui un uomo benestante, molto più generoso, tuttavia, d’animo che di mezzi e tutto intento più a donare che a procurarsi denaro, talché la sua casa veniva considerata come una fabbrica di munificenza: con i mezzi da lì provenienti si costruivano edifici di pubblica utilità, si offrivano spettacoli graditi alla gente, si facevano sontuosi banchetti, si provvedeva all’approvvigionamento di derrate alimentari in tempi di carestia. E mentre questi doni riguardavano tutti quanti, in privato si donavano alimenti ai bisognosi, doti nuziali alle ragazze povere, sussidi a chi avesse subito senza sua colpa qualche torto. Anche gli ospiti che riceveva sia in città che in campagna con molta generosità venivano congedati carichi di doni. Una volta che cinquecento cavalieri di Gela erano sconfinati nei suoi terreni in seguito a un temporale, egli diede loro cibo e abiti.»
  2. ↑ Diodoro Siculo, 83.1, in Bibliotheca historica, vol. 13.
    «Tra gli Akragantini di quel tempo, l'uomo più ricco era probabilmente Gellia, che nella sua dimora possedeva un numero considerevole di stanze per gli ospiti ed era solito disporre dei servi davanti ai cancelli con l'ordine di invitare ogni straniero a diventare suo ospite.»
  3. ↑ Diodoro Siculo, 83.3, in Bibliotheca historica, vol. 13.
    «E Policleto, nelle sue Storie, descrive la cantina della sua casa come ancora esistente e così come lui stesso l’aveva vista quando si trovava ad Akragas in qualità di soldato; vi erano, egli afferma, trecento grandi vasche scavate nella roccia stessa, ciascuna delle quali con una capacità di cento anfore,⁠ e accanto a esse c'era una vasca per il vino, intonacata con mastice e con una capacità di mille anfore, dalla quale il vino scorreva nelle botti.»
  4. ↑ Ateneo di Naucrati, Deipnosofisti, vol. 1.5.
    «E poi c'era Gellia di Agrigento, un uomo ospitale che accoglieva chiunque si presentasse: una volta, quando cinquecento cavalieri provenienti da Gela si fermarono a casa sua durante l'inverno, donò a ciascuno di loro una tunica e un mantello.»
  5. ↑ (EN) Autori vari, tau.272, in Suda, traduzione di David Whitehead.
    «Tellias of Akragas, a hospitable man, when 500 horsemen were billeted with him during the winter, gave each a tunic and cloak.»
  6. ↑ Diodoro Siculo, 90.1-2, in Bibliotheca historica, vol. 13.
    «Imilcone, dopo aver fatto entrare il suo esercito all'alba all'interno delle mura, mise a morte praticamente tutti coloro che erano rimasti indietro; sì, persino coloro che si erano rifugiati nei templi per mettersi in salvo furono trascinati fuori dai Cartaginesi e uccisi. E ci viene raccontato che Gellia, che era il cittadino più illustre per ricchezza e onorevole carattere, condivise la sventura della sua città: aveva deciso di rifugiarsi con alcuni altri nel tempio di Atena, pensando che i Cartaginesi si sarebbero astenuti da atti sacrileghi contro gli dei; ma quando vide la loro empietà, appiccò il fuoco al tempio e si bruciò insieme alle offerte lì contenute. Poiché, pensò, con un'unica azione avrebbe evitato agli dei l'empietà, al nemico un vasto bottino e a se stesso, cosa più importante di tutte, una certa umiliazione fisica.»
  7. ↑ Filippo Paruta, La Sicilia di Filippo Paruta descritta con medaglie, e ristampata con aggiunta da Leonardo Agostini: hora in miglior ordine dispost..., Lione, appresso Marco Maier, en Bellecour, 1697, p. 40.
    «[...] nel rovescio una figura d'uomo vestita col manto sopra le spalle e lettere ΑΓΡΑΓΑNTINΩN. La figura del presente rovescio, essendo come si è osservato di uomo vecchio con effigie piuttosto deforme che bella, si può credere che convenga a Gellia, agrigentino ricchissimo sopra tutti gli altri che v’erano in quel tempo, il quale per essere d'aspetto brutto e deforme come lo descrive Diodoro commosse a riso i Centuripini, a cui era stato mandato come ambasciatore, peraltro essendo egli degno di ammirazione per i suoi ottimi costumi e liberalità con gli uomini tanto della Patria che forestieri, pare verosimile che gli Agrigentini per celebrarne la memoria decretassero tal medaglia col rovescio della di lui figura.»
  8. ↑ Angelo Palillo, Archeologia, ritrovare la casa di Gellia: un emblema di ospitalità di cui solo Agrigento può fregiarsi, su AgrigentoNotizie, 10 maggio 2015. URL consultato il 18 giugno 2026.
    «Un po’ all'interno della Porta del Mare [oggi Porta Aurea] e non lontano dal tempio di Ercole devono essere individuate alcune sostruzioni, le quali in mancanza di un nome migliore sono state chiamate come “la Casa di Gellia” [...]»

Bibliografia

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