
Gellia (in greco antico Γελλίας?; Akragas, ... – Akragas, 406 a.C.), erroneamente noto anche come Tellia, è stato un ricco uomo siceliota. È ricordato da vari autori per la sua generosa ospitalità e le vaste ricchezze, elementi che gli garantirono fama in tutta la Sicilia antica.
Vissuto ad Agrigento verso la fine del V secolo a.C, stando ai racconti di Diodoro Siculo era forse l'uomo più ricco della città: egli disponeva infatti di un'ampia dimora ricca di stanze per gli ospiti e di una cantina così spaziosa da contenere trecento vasche dalla capacità di cento anfore ciascuna; a queste si affiancava anche una cisterna per il vino dalla capacità di mille anfore. La sua generosità era tale che, durante una tormenta, ebbe modo di ospitate e rifocillare opportunamente cinquecento cavalieri provenienti da Gela:
Nonostante le sue ricchezze, Gellia era un uomo dall'aspetto semplice ma dal carattere incisivo: sempre Diodoro racconta che, durante una missione diplomatica a Centuripe, fu deriso da cittadini del luogo per il suo aspetto deludente. L'uomo, a quel punto, rispose loro nel modo seguente:
Nel 406 a.C, durante l'assedio cartaginese di Agrigento, Gellia fu tra i cittadini che si ripararono nel tempio di Atena nella speranza di non venire attaccati dall'esercito di Imilcone II. Quando si accorse che i cartaginesi non si facevano alcuno scrupolo a saccheggiare e dissacrare anche i luoghi consacrati agli dei, Gellia appiccò il fuoco nel tempio e si suicidò: con questo gesto, racconta Diodoro, avrebbe evitato empietà agli dèi, al nemico un vasto bottino e a se stesso l'umiliazione fisica della prigionia.
Diversi studiosi, nei secoli, hanno cercato di trovare qualche prova archeologica sull'esistenza di Gellia. Il numismatico Filippo Paruta, nella sua opera Della Sicilia descritta con medaglie del 1612, attribuì a Gellia la figura di un uomo adulto e sgraziato presente sul rovescio di una moneta di Agrigento, ipotizzando sia stato immortalato dagli abitanti stessi della città come segno di gratitudine per il suo operato.
Nel corso dell'Ottocento anche l'archeologo inglese George Dennis sostenne di aver rintracciato una delle sue dimore nei pressi del tempio di Eracle, nella Valle dei Templi, ma ad oggi l'indagine archeologica non ne ha permesso un'attribuzione certa.