
La geopolitica indica sia una corrente di pensiero sia un approccio politico/ideologico che mirano a studiare le relazioni tra la geografia fisica, la geografia umana e l'azione politica.
Ancorché si tratti di una corrente di pensiero piuttosto popolare, manca ancora di una definizione univoca e condivisa. La grande notorietà di questa disciplina deriva dalla capacità attribuitale di predire l'azione politica (e quindi gli eventi futuri) tramite l'analisi del contesto spaziale (da intendersi in senso non meramente geografico, ma anche culturale, sociale ed economico) degli attori politici stessi o almeno di una parte dei comportamenti politici, da ciò si ricava come non sia una scienza ma "artigianato" (da intendersi come il tentativo della persona di prevedere gli accadimenti futuri).
Barbara Loyer ha affermato:
"L'analisi Geopolitica si conclude con l'enunciazione di scenari possibili. Uno scenario propone diverse eventualità di un peggioramento di una situazione, di status quo o di un miglioramento di una data situazione conflittuale. Non si tratta di indovinare il futuro in una sfera di cristallo, ma di provare a anticipare ciò che potrebbe accadere secondo i contesti e le strategie degli attori".
La collocazione scientifica della geopolitica comincia con la geografia, essendo geografi i suoi primi più importanti sviluppatori. Si è poi estesa ampliandosi man mano a discipline come geografia politica e politica internazionale vista in connubio con lo studio degli aspetti specifici della geografia (fisica e politica), il che riguarda l'ambito dello studio dei rapporti internazionali in chiave geografica, fino ad interpretarla come mero studio delle tendenze espansive di Stati e nazioni.
La Geopolitica non deve confondersi con la geografia politica e con la politica internazionale.
Quest'indeterminatezza ha spinto teorici geopolitici a definire la materia del loro studio, con risultati altrettanto vari.
Il termine "geopolitica" fu coniato nel 1899 dal geografo svedese Rudolf Kjellén, che la teorizzò successivamente nelle opere Samtidens stormakter ("Le grandi potenze di oggi", 1914) e Staten som lifsform ("Lo Stato come forma di vita", 1916), Lo studioso svedese Kjellén, con "geopolitica", si riferisce all'uso della conoscenza geografica per favorire gli obiettivi di Stati nazionali specifici. Egli, tende a istituire una similitudine tra gli stati e gli organismi viventi. Per altri, la geopolitica nasce sì nel 1904, ma grazie allo scritto del geografo inglese Sir Halford Mackinder, The Geographical Pivot of History.
Molti attribuiscono la paternità di questa disciplina a Friedrich Ratzel, il geografo, antropologo ed etnologo tedesco che proprio nel 1904 moriva. Ratzel traeva dal darwinismo gli elementi per la nuova concezione biologica degli stati,
Ad ogni modo i fondatori della geopolitica occidentale possono essere considerati Ratzel, Kjellén e Mackinder, grazie alle loro analisi delle relazioni tra le potenze europee del loro tempo sotto i punti di vista delle differenti collocazioni geografiche e storiche e dello sviluppo statale paragonato a quello di creature viventi (con loro habitat, necessità di reperimento di risorse e via discorrendo). Alcuni autori considerano anche lo statunitense
Alfred T. Mahan - benché più noto come teorico della guerra navale - come esponente di spicco della "prima generazione" di geo-politologi, in luce del suo The Problem of Asia del 1900, un lavoro concettualmente molto simile a quelli degli autori sopracitati.

Sarà però nel 1919 che Karl Haushofer, militare e professore all'Università di Monaco, riprendendo le teorie di Kjellén e Ratzel, constatando la situazione politica tedesca del tempo, elabora la tesi dei grandi spazi connessi alle Pan-idee.
L'idea di Haushofer era di riportare lo spazio tedesco alla sua centralità mondiale (al pari delle altre realtà continentali e imperiali) e di dotare la Germania di un proprio "spazio vitale", concetto geopolitico già teorizzato da Ratzel. Del resto la marcia verso est (Drang nach Osten) della Germania era in corso dal periodo guglielmino, moto sospinto dal progetto di costruzione della ferrovia Berlino-Baghdad (tentativo da parte tedesca di delimitare una zona d’influenza nel Vicino Oriente).
Lo scoppio della prima guerra mondiale era dovuto secondo Haushofer allo scontro antropologico tra le potenze telluriche e le potenze marittime: il generale vide chiaramente nel fronte costituito da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia il nemico talassocratico che si contrapponeva al blocco "tellurocratico" eurasiatico.

Tra il 1924 e il 1944 la pubblicazione della Zeitschrift für Geopolitik contribuisce a diffondere le teorie geopolitiche a livello tedesco e europeo. Nel far ciò Haushofer allacciò contatti con Giorgio Roletto e Ernesto Massi, capostipiti della scuola italiana di geopolitica che alla fine degli anni trenta prendeva forma attorno alla rivista “Geopolitica. Rassegna mensile di Geografia Politica, Economica, Sociale e Coloniale”.
Sulla sponda statunitense va detto che già Alfred Thayer Mahan nell'opera The Influence of Sea Power Upon History, 1660-1783 nel 1890 elaborava la tesi per cui la storiografia marittima doveva essere vista come una chiave di lettura dei contrasti sorti tra le nazioni e gli imperi. Secondo Mahan "La caratteristica principale che si delinea dall'analisi storica del potere marittimo è l'antagonismo tra gli stati o le nazioni per ottenere il dominio, o il controllo del mare".
Il potere marittimo è quindi, essenzialmente, una condizione bellica, se non altro perché obbliga uno dei due contendenti a impedire l'uso del mare all'altro. Mahan individuava negli Stati Uniti, il proprio paese, la potenza marittima emergente, mentre la caratteristica insulare (degli USA come anche delle isole britanniche) garantiva allo stato nordamericano la capacità di proiettarsi a livello marittimo e consolidare il predominio degli oceani.
Halford Mackinder, al pari di Haushofer, interpreta la storia del mondo come lotta tra potenze talassocratiche e potenze terrestri; egli però connota come positive le prime e negative le seconde. Prototipo di civiltà marittima sarebbe l'Europa e, soprattutto, l'Inghilterra: "La civiltà europea è il risultato della secolare lotta contro l'invasione asiatica". Secondo Mackinder, la supremazia talassocratica è minacciata da due grandi eventi: l'ascesa della Russia e l'invenzione della ferrovia. Mosca, espandendosi in Eurasia, ha unito le forze "telluriche" un tempo divise (popoli delle foreste nordiche e popoli della steppa), mentre la velocità garantita dalla strada ferrata azzera i vantaggi del trasporto marittimo. Nel paradigma mackinderiano, che ha influenzato fortissimamente tanto la geopolitica anglosassone quanto quella del resto del mondo, la storia fondamentale è quella del continente eurasiatico. In Eurasia, la regione-perno o heartland ("cuore della terra" secondo la suggestiva interpretazione che dà del concetto lo studioso italiano Massimo Roccati) è quella centro-settentrionale, corrispondente grosso modo all'area di civilizzazione russa e turanica.
Le teorie di Haushofer e Mackinder pur avendo molti punti in comune e pur condividendo l’orizzonte strategicamente essenziale dell'heartland, si ritrovano ad essere la personificazione intellettuale dello scontro tra Inghilterra e Germania, che si sarebbe infatti verificata nel secondo conflitto mondiale.

Discepoli e continuatori di Mackinder, in area anglosassone, sono stati gli statunitensi Nicholas Spykman (che si è concentrato sulla rielaborazione teorica del concetto di rimland, ovvero la fascia semicircolare che dalle coste atlantiche europee giunge fino a quelle estremo-orientali) e Zbigniew Brzezinski, già consigliere strategico di Carter che in un libro pubblicato sul finire degli anni Novanta (La grande scacchiera) formula gli estremi per una nuova geostrategia statunitense per l’Eurasia. Ma negli USA sono nate molte altre teorie geopolitiche, più o meno debitrici di Mackinder, tra cui la "strategia del contenimento" (George Frost Kennan) e la teoria dello "effetto domino" (Dwight Eisenhower).
Il filone della geopolitica di scuola tedesca iniziata da Haushofer fu proseguito da Carl Schmitt, che riprese - nelle opere Il Nomos della terra e Terra e mare - la dicotomia mare-terra di Mackinder, rovesciandone però il giudizio di valore. Haushofer aveva diffuso come detto in Germania la geopolitica, facendosi promotore d'un asse tra le potenze "telluriche" (Germania, Russia e Giappone) contro quelle talassocratiche (Inghilterra e USA): s'oppose infatti all'invasione dell'URSS voluta da Hitler (e riconosciuta come suo fondamentale errore strategico), e per questo cadde in disgrazia e fu perseguitato dal regime nazista. Secondo Haushofer il blocco euroasiatico, di cui perno sarebbe stata la Germania, sarebbe stato l’unico in grado di fronteggiare il blocco anglosassone.
Nei suoi numerosi libri, Yves Lacoste sviluppa tre concetti chiave per condurre un'analisi geopolitica: lo studio della diacronia (evoluzione attraverso il tempo), della diatopia (evoluzione attraverso lo spazio) e delle rappresentazioni. Lo Studio della diacronia è l’analisi di una situazione, di una cultura o di una popolazione nel tempo, compresi anche i tempi lunghi (considerando, per esempio, diverse epoche). Esempio: l'evoluzione, l'espansione e il declino delle lingue e delle popolazioni celtiche.
Lo studio della diatopia è l'analisi di una situazione a diverse scale cartografiche (analisi multiscalare). È così possibile esaminare gli spostamenti, la gestione, il consumo e il costo dell'acqua e/o dei combustibili partendo da un immobile privato (casa, giardino) passando poi all’intero pianeta Terra, passando attraverso il quartiere, il comune, l'agglomerato urbano o lo spazio rurale, i vari livelli amministrativi, il paese, le unioni internazionali a cui aderisce (NAFTA, Mercosur, U.E., C.S.I., O.U.A., Asean, NATO, O.P.E.P., O.C.I. o l'O.N.U. per esempio).
Il concetto di rappresentazione in geopolitica fa riferimento all'analisi delle concezioni che una persona o un gruppo (per esempio un'etnia o una confessione) possono avere rispetto a un soggetto. Così, possiamo studiare come loro stessi si percepiscono in relazione ai loro territori, ambienti e risorse e come li gestiscono e li sfruttano, o anche in relazione al gruppo a cui appartengono e in relazione ad altri gruppi. Ad esempio la nozione di "patriota" è un concetto che possiamo definire a geometria variabile: è spesso territoriale nei paesi nordici (ci prendiamo cura del territorio, delle risorse, del patrimonio) ma più inteso in senso comunitario nei paesi mediterranei, latini e slavi (più che cura del territorio ci si identifica fortemente con il proprio gruppo di origine) e può avere anche una connotazione confessionale (come tra i cattolici bosniaci-erzegovesi, quindi definiti croati, oppure ortodossi quindi definiti come serbi o musulmani quindi definiti bosniaci) o regionale locale (caso di kosovari, macedoni, moldavi o montenegrini, ma possiamo anche analizzare come si percepisce un sardo rispetto a un italiano continentale o viceversa).
A questo proposito Michel Foucher sviluppa il concetto di orogenesi, neologismo che definirebbe una disciplina che si interessa alla genesi delle frontiere (dal greco hora, Territorio).
Il termine geopolitica ha una connotazione strategica, anche militare, mentre il termine geografia politica si riferisce piuttosto all'organizzazione di stati, regioni, entità amministrative, confini e abitanti. Notiamo che oggi la globalizzazione e il crollo di un mondo bipolare hanno moltiplicato e complicato i legami tra tutte le popolazioni del pianeta.
Attraverso la sua ricerca sulle interazioni tra le grandi aree del mondo (energia e materie prime, flusso di risorse, aree di transito planetarie a rischio), la geopolitica si interessa naturalmente alla politica internazionale e ai suoi aspetti diplomatici. Alcuni autori, come Béatrice Giblin, si sono però occupati di questioni di geopolitica interna.
Dall'inizio degli anni '80 erano previsti i rischi di emarginazione geopolitica dell'Europa, che oggi potrebbero accentuarsi se la reazione non si adegua:
La geopolitica affronta un gran numero di questioni diverse che sono oggetto di relazioni internazionali. È particolarmente interessata alle questioni demografiche, legate alla crescita o al declino delle popolazioni, nonché ai grandi movimenti di popolazione e come questi modificano la composizioni etnica del territorio nel tempo (flussi disordinati, migrazioni, invasioni).
Si occupa quindi anche delle questioni relative alle lingue e ai loro usi (analisi), e delle questioni antropologiche ad esse connesse.
Vengono affrontati anche temi legati alle minacce, necessariamente proteiformi. La geopolitica è quindi interessata alle minacce terroristiche e alla loro gestione, ai rischi della proliferazione nucleare, alla ricerca del controllo delle armi di distruzione di massa, ecc.
Rende le risorse e il loro accesso una delle variabili chiave nei conflitti e, quindi, esamina le questioni dell'accesso all'acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, risorse ittiche e delle zone di pesca, delle risorse agricole e fabbriche biochimiche, nonché l'accesso alle risorse naturali, risorse energetiche.
Anche le diverse forme di organizzazione territoriale costituiscono un importante oggetto di studio. La polarizzazione e le reti globali, l'organizzazione dei centri di competenza economica e tecnologica, l'intreccio economico e il digital divide sono soggetti privilegiati della geopolitica contemporanea
Infine, le sfide interne a una collettività, sono trattati in Geopolitica. Regionalismi, separatismi, movimenti di unificazione, sono oggetto di analisi che permettono di coglierne le cause.
La geopolitica studia i diversi fattori che portano alla formazione di alleanze. È interessata ai diversi fattori che influenzano le strategie:

Il concetto di alleanza può variare notevolmente, si può andare dal allineamento d'interesse solito delle guerre a chiamare alleanza un rapporto di supporto, dipendenza tra due collettività
La Violenza organizzata è uno strumento con cui perseguire gli obiettivi tattici strategici di una collettività (aggregazione di esseri umani).
oppure come definita Carl von Clausewitz "la continuazione della politica con altri mezzi" simile la massima di Charles Maurice de Talleyrand-Périgord che vuole la diplomazia la continuazione della guerra con altri mezzi.
Geopolitica vuole la strategia come l'insieme delle azioni aggregate atte a garantire la sopravvivenza fisica e antropologica di una collettività nelle generazioni
La lingua è il fattore essenziale nella comunicazione tra i popoli. Diverse delle principali lingue nazionali degli imperi sono diventate le principali lingue della comunicazione internazionale. Quelle che hanno avuto maggiore influenza sono, nell'area occidentale, dall'antichità, il greco antico, poi il latino; dal XVI secolo il francese e dal 1918 e soprattutto dal 1945, l’inglese. Oggi nel mondo, su circa 6.000-7.000 lingue riconosciute dall'etnolinguistica, una dozzina sono parlate insieme come prima o seconda lingua da circa i due terzi della popolazione mondiale. Accanto alle sei lingue di lavoro dell'ONU, inglese, francese, spagnolo, russo, cinese, arabo, altre sei lingue superano i 100 milioni di parlanti e hanno un peso economico e culturale regionale: hindi-urdu, portoghese, indonesiano, tedesco, giapponese, bengalese; di queste dodici lingue, le prime nove sono dominanti in un subcontinente.
Le egemonie economiche del Regno Unito nell'Ottocento, poi degli Stati Uniti globali dopo il 1945, hanno condotto al dominio dell'inglese, fino a minacciare sempre di più, prima le funzioni nobili (scienza, ricerca, insegnamento superiore, cultura, ecc.) poi, secondo il linguista finlandese Tove Skuttnab-Kangas, l'esistenza stessa di un numero elevatissimo di altre lingue nel breve, nel medio e nel lungo termine, a seconda della loro estensione.
La lingua è anche una questione cruciale per le relazioni tra Stati con la costituzione di blocchi linguistici intercontinentali, come l'Organizzazione internazionale della Francofonia (OIF), la Comunità dei paesi di lingua portoghese (CPLP), l'Unione latina, il Consiglio turco e, in misura maggiore, il Commonwealth delle Nazioni.
In un contesto di globalizzazione e di crescente egemonia linguistica in cui l'uso di Internet si sta sempre più diffondendo, ci si può interrogare sulla sostenibilità di un numero crescente di lingue. Tuttavia, l'attribuzione di un nome a una lingua è una “questione geopolitica” essenziale: così la stessa lingua dal punto di vista linguistico (cioè i cui parlanti si capiscono spontaneamente e completamente, senza dizionario o traduttore) può essere scritta utilizzano alfabeti diversi e/o hanno nomi diversi a seconda del paese (hindi/urdu o croato-bosniaco/montenegrino-serbo per esempio).
Con l'espressione rischio geopolitico si indica, in ambito economico e finanziario, il rischio associato a eventi geopolitici avversi, come guerre, tensioni diplomatiche e atti di terrorismo, e alla loro minaccia, che possono ostacolare il commercio internazionale, gli investimenti e l'attività economica.
La misurazione di questo rischio è diffusa almeno già nel 1947 quando fu lanciato il cosi noto "Orologio dell'apocalisse" che consiste in un orologio metaforico che misura il pericolo di un'ipotetica fine del mondo.
Una delle misurazioni oggi diffuse è l'indice GPR (Geopolitical Risk Index), elaborato dagli economisti della Riserva federale americana Dario Caldara e Matteo Iacoviello e presentato nel 2022 sulla rivista American Economic Review. L'indice è un numero indice costruito contando, ogni mese, la quota di articoli di giornale dedicati a tensioni geopolitiche: la serie recente si basa su dieci quotidiani a partire dal 1985, quella storica su tre quotidiani a partire dal 1900; sono inoltre calcolati indici specifici per 44 paesi. Gli articoli sono classificati in otto categorie (minacce di guerra, minacce alla pace, rafforzamenti militari, minacce nucleari, minacce terroristiche, inizio di guerre, escalation di guerre e atti terroristici), che permettono di distinguere le minacce dagli eventi effettivamente avvenuti. Nella serie storica i valori più elevati si registrano in corrispondenza delle due guerre mondiali, della guerra di Corea, della crisi dei missili di Cuba e degli attentati dell'11 settembre 2001.
Secondo Caldara e Iacoviello, un aumento del rischio anticipa una riduzione degli investimenti, dei corsi azionari e dell'occupazione e si associa a una maggiore probabilità di crisi; gli effetti derivano sia dalla minaccia sia dal verificarsi degli eventi.
Un'analisi del Fondo Monetario Internazionale del 2025 ha stimato che, in seguito a eventi geopolitici rilevanti, i prezzi sul mercato azionario diminuiscono in media di circa un punto percentuale al mese, e di 2,5 punti nei paesi emergenti, mentre i premi per il rischio sui titoli di Stato aumentano di circa 30 punti base nelle economie avanzate e di 45 in quelle emergenti; i conflitti militari internazionali hanno effetti più ampi e persistenti degli altri eventi.
Uno studio della Banca d'Italia del 2025 rileva che il rischio riduce i flussi di capitale, soprattutto verso i paesi emergenti, e favorisce la cosiddetta frammentazione finanziaria, ossia la riallocazione dei capitali secondo linee di prossimità politica; nell'area dell'euro, dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022, il fenomeno ha interessato in particolare gli investimenti diretti all'estero. Per le imprese il rischio geopolitico è oggetto di attività di gestione del rischio legate in particolare alla sicurezza delle catene di approvvigionamento e all'accesso all'energia e alle tecnologie, temi studiati anche dalla geoeconomia.
In Italia l'Osservatorio sul rischio geopolitico (GRO) della Luiss Guido Carli, diretto da Giampiero Massolo, elabora un indice che copre 65 paesi ed è aggiornato ogni quindici giorni, considerando le caratteristiche strutturali dei paesi, la loro situazione corrente e una dimensione previsionale basata sulle intenzioni e sulle capacità di azione degli attori geopolitici.
Tra gli strumenti con cui gli Stati e il mercato gestiscono il rischio geopolitico legato al commercio e agli investimenti internazionali hanno un ruolo di rilievo le agenzie di credito all'esportazione (in inglese Export Credit Agencies, ECA). Si tratta di enti pubblici o a partecipazione pubblica che offrono a esportatori, investitori e banche finanziamenti, garanzie e coperture assicurative contro i rischi «non di mercato». Tra questi rientrano il rischio politico, quello sovrano e quello di controparti pubbliche estere. Gli eventi coperti dalle polizze comprendono il mancato pagamento o rimborso da parte del debitore estero, la revoca o risoluzione unilaterale del contratto e la distruzione, requisizione o confisca di beni per forza maggiore o per atti dello Stato estero.
Secondo diversi studi, a partire dagli anni 2000, e in modo più marcato dopo la crisi finanziaria del 2007–2009, le ECA hanno affiancato al ruolo tradizionale di «assicuratori di ultima istanza» funzioni di politica economica e strategica. Tra queste figurano la riduzione delle dipendenze commerciali, l'accesso alle materie prime critiche, il sostegno alla decarbonizzazione e il rafforzamento dei rapporti con partner strategici, in una logica di sicurezza economica. Negli studi di economia politica internazionale le ECA sono state descritte anche come strumenti di sicurezza energetica. Possono finanziare infrastrutture all'estero in cambio di accesso alle risorse, come ha fatto la Cina negli anni 2000 con prestiti agevolati della China Export-Import Bank per garantirsi importazioni di petrolio da Brasile, Russia, Venezuela e Kazakistan.
Secondo l'Agenzia multilaterale di garanzia degli investimenti (MIGA) del Gruppo della Banca mondiale, la maggior parte dei fornitori pubblici di assicurazione contro il rischio politico è costituita da ECA nazionali. Queste coprono sia operazioni di credito all'esportazione sia investimenti di più lungo periodo. Di norma sostengono investitori e finanziatori del proprio Paese che operano nei Paesi in via di sviluppo. A livello internazionale le ECA, insieme a istituzioni finanziarie multilaterali e ad assicuratori privati, aderiscono alla Berne Union. Fondata nel 1934, è l'associazione mondiale del settore dell'assicurazione dei crediti all'esportazione e degli investimenti. Secondo l'associazione, i suoi membri forniscono ogni anno circa 2.600 miliardi di dollari di protezione contro il rischio di mancato pagamento, pari a circa il 12% del commercio transfrontaliero mondiale. Secondo un rapporto del Center for Strategic and International Studies, tra il 2015 e il 2019 il numero di fornitori ufficiali di credito all'esportazione nel mondo è passato da 85 a 115.
L'attività delle ECA dei principali Paesi industrializzati è regolata dall'Accordo sui crediti all'esportazione che beneficiano di sostegno pubblico (Arrangement on Officially Supported Export Credits). L'accordo è stato adottato in ambito OCSE il 22 febbraio 1978 ed è entrato in vigore il 1º aprile dello stesso anno. Fissa limiti alle condizioni finanziarie, tra cui durata dei rimborsi, premi minimi e tassi d'interesse minimi, per evitare che la concorrenza tra esportatori si basi sulle condizioni del credito pubblico anziché sulla qualità e sul prezzo di beni e servizi. Tra i partecipanti figurano l'Unione europea, gli Stati Uniti, il Giappone, il Regno Unito, il Canada e la Corea del Sud.
La Cina non aderisce all'Accordo e le sue agenzie possono offrire condizioni più favorevoli di quelle consentite ai partecipanti, con possibili svantaggi per le imprese europee. Secondo l'Overseas Development Institute (ODI), l'assicuratore pubblico cinese Sinosure ha offerto coperture fino a 15 anni per progetti esteri, contro durate massime di 8–10 anni per le ECA dell'OCSE. Nel 2022 la sua esposizione complessiva ha raggiunto quasi 900 miliardi di dollari. Questa concorrenza ha spinto i Paesi OCSE verso riforme e tentativi di coordinamento. Secondo il CSIS, nel 2022 il sostegno complessivo delle ECA cinesi è stato di circa 39 miliardi di dollari, 14 volte il volume ufficialmente sostenuto dagli Stati Uniti.
L'andamento dei sinistri delle ECA riflette le crisi geopolitiche e debitorie. Nel 2024 le richieste di indennizzo segnalate dai membri della Berne Union sono aumentate del 31% rispetto all'anno precedente. Le cause principali sono state gli eventi politici in Ghana, Zambia, Etiopia e Sri Lanka e, in misura crescente, in Russia. Nello stesso periodo alcune agenzie hanno introdotto strumenti per rafforzare le catene di approvvigionamento contro gli effetti di dazi e barriere commerciali.
In Italia le coperture assicurative pubbliche per i crediti all'esportazione relativi ai rischi «non di mercato» sono fornite da SACE S.p.A. Le operazioni riguardano la vendita di beni e servizi e l'esecuzione di lavori all'estero. SACE opera tramite garanzie, polizze assicurative e cauzioni e copre anche i rischi politici, sovrani e sub-sovrani. SACE offre inoltre coperture contro i rischi politici per gli investimenti di imprese italiane nel capitale di società estere. Insieme a SIMEST, società del Gruppo Cassa depositi e prestiti che sostiene l'internazionalizzazione delle imprese anche con strumenti di supporto al credito all'esportazione, SACE forma il cosiddetto «Polo dell'export e dell'internazionalizzazione».
Tra gli strumenti di SACE c'è la cosiddetta Push Strategy, che garantisce finanziamenti a grandi importatori esteri in cambio dell'impegno ad acquistare beni e servizi italiani. Nel settembre 2026, ad esempio, nell'ambito di questo programma è stata annunciata una garanzia da 200 milioni di dollari a favore del costruttore automobilistico vietnamita VinFast.
Dopo l'Invasione russa dell'Ucraina del 2022 e le conseguenti misure restrittive verso la Russia e la Bielorussia, il decreto-legge 17 maggio 2022, n. 50 («Decreto Aiuti») ha affidato a SACE un nuovo compito. L'agenzia poteva rilasciare garanzie sui finanziamenti alle imprese colpite dalla crisi fino al 31 dicembre 2023, nell'ambito del quadro temporaneo europeo per le misure di aiuto di Stato.
Con scuola italiana di geopolitica si intende la corrente di studi fondata, presso l'Università di Trieste, da Giorgio Roletto ed Ernesto Massi le cui idee venivano affidate alla rivista "Geopolitica. Rassegna mensile di geografia politica, economica, sociale, coloniale" pubblicata a Milano dall'editore Sperling & Kupfer tra la fine del 1939 ed il 1942. Il periodico godette del pieno appoggio del Ministro Giuseppe Bottai e pubblicò nel primo numero un indirizzo di saluto di Karl Haushofer. Riccamente illustrata da apposite "carte geopolitiche", tabelle, ecc. e con articoli, saggi ed interventi vari che spaziavano sui cinque continenti (pur con una decisa preferenza per l'analisi e lo studio delle aree balcanica e mediterranea), la rivista non venne però mai ufficialmente recensita dalla Regia Società Geografica Italiana, proprio in ragione della carica di novità che portava in seno alla allora chiusa corporazione dei geografi ed alla conseguente diffidenza nei riguardi dei promotori.
Tra i cattedratici dell'epoca, vi furono Umberto Toschi e Antonio Renato Toniolo, geografi "la cui eredità di pensiero si protrae fino ai nostri anni". Quarant'anni dopo la fondazione della rivista, proprio Ernesto Massi divenne Presidente della Società Geografica Italiana (1978 - 1987). Gli eventi bellici portarono allo scioglimento del gruppo dei geopolitici italiani e questa disciplina entrò nell'oblio. Difatti Roletto e Massi fondarono la loro rivista su ispirazione di quella analoga del già citato Haushofer e, conseguentemente, la sconfitta delle potenze dell'Asse nella Seconda Guerra Mondiale trascinò con sé la Geopolitica, intesa quale mera strategia di espansione. Solamente negli anni '90 del XX secolo si ha infine una generale riscoperta della disciplina in Italia.
Tra i più emeriti studiosi italiani della disciplina dobbiamo annoverare Carlo Maria Santoro, professore ordinario di Relazioni Internazionali e Studi Strategici nella Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano sino alla sua morte, avvenuta nel 2002, nonché Sottosegretario di Stato per la Difesa nel Governo Dini (1995-1996). Già nel 1997 Santoro riteneva la geopolitica uno strumento concettuale in grado di individuare i meccanismi di funzionamento dell'interazione tra gli "attori nazionali, infranazionali e istituzionali", nonché di "mappare" le affinità e le diversità di comportamento degli stessi. La geopolitica poteva quindi aiutare ad individuare la sostanza geostorica e culturale del nuovo sistema politico internazionale che si stava in quel periodo formando e che aveva preso il posto del vecchio modello bipolare e, prima di lui, di quello dell'equilibrio di potenza che insieme avevano contrassegnato gli ultimi due secoli e mezzo di storia, a partire dalla Rivoluzione francese. La geopolitica sarebbe quindi nelle condizioni di creare delle ipotesi di ricerca basate sulla teoria generale dei sistemi e delle organizzazioni complesse e quindi di tradurle nella realtà delle Relazioni Internazionali. Un metodo di indagine così impostato per Santoro permetterebbe di meglio comprendere le radici delle crisi e dei conflitti e "di individuare le opportunità della diplomazia, che non può essere il risultato del caso o dell'ideologia della mediazione forzata, né della pace ad ogni costo, ma che invece si forma come la naturale conseguenza della relazione fra identità, interessi, cultura e forza."

Dopo la seconda guerra mondiale la geopolitica è stata quasi abbandonata sia in Europa occidentale sia nei Paesi di impostazione comunista, perché bollata dai più come una "pseudo-scienza nazistoide"
Tuttavia, a partire dagli anni '80, è tornata ad essere studiata con interesse grazie all'apporto del geografo francese Yves Lacoste, il quale riportò alla luce un uso della geografia definito "attivo", ossia direttamente connesso all'azione del potere politico sui territori. Oggi è comunemente accettata come disciplina nelle università e studiata da molti cultori.
Fondamentale nella rivalutazione della geopolitica è stato l'apporto storico, a partire dagli anni '80, dello slittamento dell'asse politico-economico dalle grandi potenze occidentali verso quelle mediorientali e asiatiche, fenomeno che interessa paesi storicamente marginali come l'Australia, legata oggi a doppio filo, tuttavia, alla crescita di colossi come India e Cina. Sul filone di pensiero di tradizione schmittiana, sia pur da una prospettiva diversa, si pone invece il filosofo e attivista politico russo Alexandr Dugin, sostenitore di un controverso progetto pan-eurasiatico ultraconservatore antiliberale con al centro la Russia.
In Italia un ruolo importante nella riproposizione della geopolitica è riconosciuto alla rivista Limes, fondata nel 1993 da Lucio Caracciolo, che tuttavia negli anni ha attirato diverse critiche dal mondo accademico universitario sostenendo che questa manchi di applicare il metodo scientifico; di contro, la posizione della rivista è che l'analisi geopolitica non sia una scienza, bensì un "artigianato".
Nel 2004 è stata fondata da Giuseppe Scognamiglio la rivista Eastwest.
Nel 2022 Dario Fabbri, ex collaboratore di Limes, ha fondato la rivista Domino. Pur non richiamandosi espressamente alla geopolitica, sono attive in Italia diverse altre testate, come la rivista Informazione difesa edita dal Ministero della Difesa, o la rivista Aspenia fondata da Giuliano Amato nel 1995, o istituti quali l'Istituto per gli studi di politica internazionale e l'Istituto Affari Internazionali.
| Controllo di autorità | Thesaurus BNCF 31752 · LCCN (EN) sh85054192 · GND (DE) 4156741-9 · BNE (ES) XX4576367 (data) · BNF (FR) cb119712421 (data) · J9U (EN, HE) 987007565324105171 · NDL (EN, JA) 00573080 |
|---|