Giuseppe Devincenzi

Giuseppe Devincenzi

Ministro dei lavori pubblici del Regno d'Italia
Durata mandato17 febbraio 1867 –
10 aprile 1867
Capo del governoBettino Ricasoli
PredecessoreStefano Jacini
SuccessoreAntonio Giovanola

Durata mandato31 agosto 1871 –
10 luglio 1873
Capo del governoGiovanni Lanza
PredecessoreGiuseppe Gadda
SuccessoreSilvio Spaventa

Senatore del Regno
Durata mandato5 maggio 1868 –
1º aprile 1903
Legislaturadalla X (nomina 12 marzo 1868) alla XXI
Tipo nominaCategorie: 3, 5
Incarichi parlamentari
  • Membro della Commissione di finanze (22 maggio 1868–5 novembre 1871)
Sito istituzionale

Deputato del Regno d'Italia
Durata mandato18 febbraio 1861 –
12 marzo 1868
LegislaturaVIII, IX, X
Gruppo
parlamentare
Centro-destra
CollegioAtri
Sito istituzionale

Dati generali
ProfessioneIndustriale-agricoltore

Emidio Giuseppe Giovanni Devincenzi (Notaresco, 4 marzo 1814 – Napoli, 1º aprile 1903) è stato un politico e imprenditore italiano.

Già deputato al Parlamento napoletano nel 1848, dopo lo scioglimento del Parlamento nel 1849 lasciò il Regno delle Due Sicilie e soggiornò in esilio in Svizzera, Francia e Regno Unito.

Dopo l'Unità d'Italia fu deputato dal 1861 al 1868 e senatore del Regno dal 1868 fino alla morte. Ricoprì due volte la carica di ministro dei lavori pubblici, nei governi Ricasoli II (1867) e Lanza (1871–1873). Si occupò inoltre di agricoltura, credito agrario e sviluppo della rete ferroviaria italiana.

Biografia

Origini familiari e formazione

Giuseppe Devincenzi nacque a Notaresco, in Abruzzo, il 4 marzo 1814, da Domenicantonio Devincenzi e Maddalena Bernardi. La famiglia apparteneva alla borghesia agraria e possedeva estese proprietà terriere nel Teramano.

Dopo aver compiuto gli studi secondari presso il collegio di Teramo, intorno al 1834 si trasferì a Napoli, dove frequentò corsi universitari di scienze naturali, filosofia e diritto. Seguì inoltre le lezioni della scuola privata di lettere diretta da Basilio Puoti, esponente del purismo linguistico italiano. Nel 1835 pubblicò uno scritto dedicato alle concezioni filosofiche di Pierre-Paul Royer-Collard e Victor Cousin, successivamente preso in esame da Giovanni Gentile.

Durante questi anni sviluppò un interesse per le questioni agricole e per lo studio della pubblica amministrazione. Nel 1844 partecipò alla sesta Riunione degli scienziati italiani, tenutasi a Milano, intervenendo nella sezione di agronomia e tecnologia con una relazione sulle pratiche agricole milanesi. In tale occasione sostenne l'opportunità di introdurre nel Mezzogiorno alcune delle tecniche agrarie impiegate nell'Italia settentrionale.

Attività politica nel Regno delle Due Sicilie

Devincenzi iniziò la propria attività politico-amministrativa nel 1838, quando divenne sindaco di Notaresco. Nello stesso anno entrò a far parte del Consiglio provinciale di Teramo, nel quale rimase fino al 1841.

In seguito alla concessione della Costituzione da parte di Ferdinando II, fu eletto deputato al Parlamento napoletano in rappresentanza di Teramo, nelle elezioni dell'aprile 1848. Giunto a Napoli, si schierò con i deputati favorevoli a una revisione della formula del giuramento costituzionale, prevista per l'apertura del Parlamento il 15 maggio. Durante i disordini di quella giornata, il suo nome figurò tra i firmatari della protesta redatta da Pasquale Stanislao Mancini contro l'intervento delle truppe borboniche, che avevano intimato ai parlamentari di abbandonare la sala di Monteoliveto, dove si erano riuniti.

Dopo le nuove elezioni, il 10 luglio 1848 fu nominato uno dei quattro segretari della Camera dei deputati. Nel corso dell'attività parlamentare sostenne il rafforzamento delle prerogative costituzionali dell'assemblea e il principio della responsabilità ministeriale. Il 12 agosto sottoscrisse una proposta presentata da Giuseppe Pica sulla responsabilità dei ministri e dei funzionari pubblici. Il 2 settembre intervenne con un'interpellanza di politica estera, nella quale affrontò il rapporto tra i poteri costituzionali e la necessità del loro reciproco controllo. Si oppose inoltre alla possibilità che il governo mettesse in discussione autonomamente la legittimità dei mandati parlamentari, sostenendo che tale competenza spettasse esclusivamente alla Camera.

Sul piano politico mantenne un orientamento liberale moderato, favorevole al funzionamento delle istituzioni rappresentative nell'ambito della monarchia costituzionale. Pur criticando le iniziative governative contrarie allo Statuto, cercò inizialmente di evitare uno scontro diretto tra la Corona e il Parlamento. In questo quadro contribuì all'approvazione di alcuni tributi imposti dal governo senza la preventiva autorizzazione parlamentare, nella prospettiva di ristabilire la collaborazione tra i poteri dello Stato.

Alla riapertura della Camera, nel febbraio 1849, denunciò le violazioni della Costituzione attribuite al governo e sollecitò l'intervento del sovrano per garantirne il rispetto. Il 28 febbraio, constatato il protrarsi del conflitto istituzionale, si schierò tra i deputati contrari a concedere al governo la facoltà di riscuotere le imposte. Lo scioglimento definitivo del Parlamento, disposto nel marzo 1849, pose termine alla sua esperienza parlamentare nel Regno delle Due Sicilie. Sottoposto a una crescente sorveglianza da parte della polizia borbonica, decise successivamente di lasciare il Regno e intraprendere la via dell'esilio.

Esilio e soggiorni all'estero

Dopo lo scioglimento del Parlamento napoletano nel marzo 1849 e l'intensificarsi della sorveglianza della polizia borbonica, Devincenzi lasciò il Regno delle Due Sicilie, stabilendosi inizialmente a Ginevra, dove trascorse alcuni mesi. Successivamente soggiornò soprattutto a Parigi e a Londra, dedicandosi allo studio delle scienze economiche, della chimica e delle innovazioni tecnologiche. Secondo la testimonianza di Domenico Farini, raccolta nei suoi appunti biografici, durante l'esilio mantenne un'intensa attività di studio, favorita anche dalle disponibilità economiche della famiglia.

Durante il soggiorno parigino approfondì gli interessi scientifici già coltivati negli anni della formazione. Nel 1855 presentò all'Académie des sciences una memoria intitolata Electrographie, nouvel art de graver au relief sur métal, relativa a un procedimento di incisione a rilievo sui metalli da lui ideato. Continuò inoltre a interessarsi alle innovazioni nei processi di stampa e incisione, mantenendo rapporti con studiosi italiani, tra cui Cosimo Ridolfi, conosciuto in occasione delle precedenti riunioni degli scienziati italiani.

Giunto in Inghilterra alla fine del 1850, rivolse particolare attenzione all'organizzazione dell'agricoltura britannica e ai sistemi di conduzione delle aziende rurali. Studiò le tecniche di coltivazione, i metodi di gestione delle proprietà terriere e soprattutto le forme di credito agrario adottate in Scozia. Queste osservazioni influenzarono successivamente i suoi scritti economici e le iniziative intraprese per la modernizzazione dell'agricoltura italiana. L'esperienza britannica contribuì inoltre ad ampliare le sue conoscenze sulle relazioni tra sviluppo agricolo, disponibilità di capitali e organizzazione del sistema creditizio.

Durante la permanenza londinese entrò in contatto con diversi esponenti della vita politica e culturale britannica. Grazie alla mediazione di James Lacaita e Antonio Panizzi, frequentò ambienti politici nei quali ebbe occasione di conoscere personalità come William Ewart Gladstone e John Russell. Mantenne tuttavia rapporti soprattutto con gli esuli liberali napoletani che, come lui, avevano partecipato alle vicende costituzionali del 1848 e sottoscritto la protesta di Monteoliveto contro l'intervento militare borbonico.

Nel 1859, in seguito all'arrivo in Inghilterra di nuovi esuli provenienti dal Regno delle Due Sicilie, partecipò insieme ad altri italiani e britannici alla costituzione di un comitato per la raccolta di fondi destinati al loro sostegno. L'iniziativa coinvolse anche Silvio Spaventa, Luigi Settembrini e Giuseppe Pica. La gestione delle sottoscrizioni suscitò alcune polemiche sulla distribuzione delle somme raccolte, ricordate da Giuseppe Massari nel suo diario relativo agli anni 1858-1860.

L'esilio si concluse nell'estate del 1860, quando, dopo il 27 luglio, Devincenzi lasciò l'Inghilterra per fare ritorno nella penisola italiana. Il rientro avvenne durante la Spedizione dei Mille e la progressiva crisi del governo borbonico, in una fase decisiva del processo di unificazione nazionale.

Risorgimento e carriera parlamentare

Rientrato in Italia nell'estate del 1860, Devincenzi si recò dapprima a Napoli e successivamente a Torino, dove entrò in contatto con alcuni esponenti del liberalismo meridionale, tra cui Carlo Poerio, Antonio Scialoja e Giuseppe Pisanelli. Insieme a questi manifestò al governo sabaudo le proprie preoccupazioni per gli sviluppi della Spedizione dei Mille e per le conseguenze politiche dell'avanzata di Giuseppe Garibaldi nel Mezzogiorno. Favorevole all'unificazione della penisola sotto la monarchia sabauda, il 14 novembre 1860 partecipò all'accoglienza di Vittorio Emanuele II in Abruzzo, in occasione dell'ingresso del sovrano nei territori dell'ex Regno delle Due Sicilie.

Nel novembre dello stesso anno fu chiamato da Luigi Carlo Farini, luogotenente generale delle province napoletane, a ricoprire l'incarico di consigliere per i lavori pubblici. L'esperienza amministrativa fu tuttavia di breve durata e suscitò valutazioni critiche da parte di alcuni osservatori contemporanei, tra cui il diplomatico britannico James Hudson e James Lacaita, con il quale Devincenzi interruppe i rapporti di amicizia in seguito a divergenze sorte sull'operato della luogotenenza.

Alle elezioni politiche del 27 gennaio 1861 fu eletto deputato nel collegio di Atri, entrando a far parte della Camera dei deputati del Regno d'Italia nella VIII legislatura. Fu successivamente rieletto nella IX e nella X legislatura, mantenendo il collegio di Atri fino alla nomina a senatore nel 1868. Alla Camera si collocò nell'area del centro-destra e aderì allo schieramento liberale moderato, condividendo diverse posizioni politiche ed economiche dei moderati toscani vicini a Bettino Ricasoli e Ubaldino Peruzzi.

Nei primi mesi della legislatura sostenne l'ordine del giorno presentato da Ricasoli sullo scioglimento dell'esercito garibaldino. La sua attività parlamentare si concentrò prevalentemente sulle questioni economiche, finanziarie e infrastrutturali, con particolare attenzione allo sviluppo della rete ferroviaria nazionale e alle condizioni dell'agricoltura. Il 12 giugno 1861 intervenne alla Camera sul progetto di completamento della linea ferroviaria Firenze–Arezzo–Perugia, sostenendo la necessità di modificarne il tracciato per ragioni strategiche e militari, pur mantenendo il proprio appoggio all'indirizzo generale del governo.

Nel dibattito sulla costruzione delle ferrovie nell'Italia meridionale, seguito alla rinuncia alle concessioni da parte del finanziere francese Paulin Talabot e dei suoi soci, sostenne l'opportunità di affidare la realizzazione delle linee a una pluralità di società di dimensioni minori. Tale proposta si discostava dall'orientamento del gruppo politico ed economico raccolto intorno a Ricasoli, Peruzzi e Pietro Bastogi, favorevole alla costituzione di una grande società ferroviaria a prevalente capitale italiano. Devincenzi illustrò le proprie posizioni nell'opuscolo Delle ferrovie dell'Italia meridionale dopo la rinuncia dei concessionari P. Talabot e compagni, pubblicato a Torino nel 1861.

Un altro ambito della sua attività parlamentare riguardò la legislazione tributaria. Nel corso della discussione sull'imposta di ricchezza mobile promosse un emendamento all'articolo 9 del relativo progetto di legge, ottenendo l'esclusione dei redditi derivanti dall'esercizio dell'agricoltura dall'applicazione dell'imposta. L'iniziativa rifletteva la sua attenzione agli interessi della proprietà fondiaria e si inseriva nell'orientamento economico condiviso con una parte dei deputati moderati toscani.

Nel 1865 prese parte al dibattito sulla proposta di Quintino Sella di affidare il servizio di tesoreria dello Stato alla Banca nazionale. Pur distinguendosi dalle posizioni più nettamente contrarie all'espansione dell'istituto di credito piemontese, espresse riserve sull'opportunità del provvedimento e votò contro la proposta ministeriale. Negli stessi anni partecipò ai lavori di diverse commissioni parlamentari incaricate di esaminare questioni economiche e finanziarie.

Il 17 febbraio 1867 entrò nel secondo governo Ricasoli come ministro dei lavori pubblici, succedendo a Stefano Jacini. L'incarico terminò il 10 aprile dello stesso anno, in seguito alla caduta del ministero. Nel marzo 1868 lasciò la Camera dopo essere stato nominato senatore del Regno con decreto del 12 marzo, durante il secondo governo Menabrea. La nomina fu convalidata il 5 maggio, giorno in cui prestò giuramento.

Al Senato entrò a far parte della Commissione delle finanze, della quale fu membro dal 22 maggio 1868 al 5 novembre 1871. Continuò a occuparsi di politica economica, infrastrutture e questioni agrarie, partecipando ai dibattiti sulle modalità di finanziamento delle opere pubbliche e sullo sviluppo dei collegamenti ferroviari. Il 31 agosto 1871 fu nuovamente nominato ministro dei lavori pubblici, questa volta nel Governo Lanza, incarico che mantenne fino al luglio 1873.

Ministro dei lavori pubblici

Devincenzi ricoprì per due volte la carica di ministro dei lavori pubblici del Regno d'Italia. Il primo incarico ebbe inizio il 17 febbraio 1867, quando entrò nel secondo governo Ricasoli, succedendo a Stefano Jacini. La breve durata del ministero, conclusosi il 10 aprile dello stesso anno, limitò le possibilità di intervento. Durante questo periodo affrontò soprattutto le questioni legate all'esercizio delle linee ferroviarie, criticando le inadempienze delle società concessionarie e prospettando la possibilità di una gestione diretta da parte dello Stato qualora le difficoltà fossero perdurate.

Il 31 agosto 1871 tornò alla guida del dicastero nel Governo Lanza, in sostituzione del dimissionario Giuseppe Gadda. Il secondo mandato si svolse in una fase di riorganizzazione amministrativa del Regno d'Italia, caratterizzata dalle esigenze connesse al trasferimento della capitale a Roma e dai problemi finanziari derivanti dall'ampliamento della rete infrastrutturale nazionale. Devincenzi dovette conciliare i programmi di sviluppo dei lavori pubblici con le limitate disponibilità del bilancio statale, circostanza che provocò divergenze con altri esponenti del governo, in particolare con il ministro delle finanze Quintino Sella.


Durante il secondo mandato fu attuata una riorganizzazione degli uffici del Ministero dei lavori pubblici. Con il regio decreto del 20 settembre 1871, n. 447, la Direzione generale dei ponti, delle acque e delle strade fu suddivisa in due distinte direzioni generali, rispettivamente competenti per i ponti e le strade e per le opere idrauliche. La riforma mirava a distinguere le attribuzioni amministrative dei due settori.

Si occupò inoltre del rinnovo delle convenzioni relative ai servizi di navigazione marittima, del miglioramento dei collegamenti postali e telegrafici e della promozione di interventi di bonifica nelle aree circostanti Napoli. Particolare attenzione fu riservata alla costruzione delle strade comunali e alla disciplina delle concessioni ferroviarie, con l'obiettivo di definire gli obblighi delle società incaricate della realizzazione e dell'esercizio delle linee.

La questione ferroviaria rappresentò uno dei principali terreni di confronto parlamentare. Nel 1872 il ministro sostenne il miglioramento del collegamento esistente tra Roma e Napoli attraverso Cassino, opponendosi alla proposta di realizzare una linea più diretta passante per Gaeta. La Camera dei deputati si espresse tuttavia a favore di quest'ultima soluzione, determinando una sconfitta parlamentare per il ministro.

Nel medesimo anno presentò alla Camera alcune relazioni sull'amministrazione delle infrastrutture, tra cui quella sulle costruzioni ferroviarie eseguite a carico dello Stato nel 1871, illustrata nella seduta dell'11 marzo 1872, e una relazione sul servizio dei porti, delle spiagge e dei fari relativa al periodo 1867-1870, presentata il giorno successivo.

L'operato di Devincenzi suscitò valutazioni contrastanti all'interno della maggioranza governativa. Marco Minghetti espresse un giudizio critico sulla gestione del dicastero, mentre Quintino Sella ne sottolineò l'ambizione dei programmi rispetto alle risorse finanziarie disponibili. Nonostante tali contrasti, Devincenzi rimase ministro fino alla caduta del governo Lanza, il 10 luglio 1873, quando gli succedette Silvio Spaventa.

Ultimi anni e morte

Dopo la conclusione del secondo mandato ministeriale, nel luglio 1873, Devincenzi si ritirò prevalentemente nelle proprie tenute in Abruzzo, dedicandosi all'amministrazione delle proprietà terriere e alla sperimentazione di nuove tecniche agricole. Pur avendo ridotto il proprio coinvolgimento nella vita politica nazionale, continuò a partecipare alle sedute del Senato del Regno, intervenendo soprattutto nelle discussioni riguardanti le infrastrutture ferroviarie, la politica agraria e il sistema creditizio.

Negli anni successivi concentrò la propria attività sul miglioramento della produttività agricola e sulle condizioni economiche delle campagne. Considerava l'ammodernamento delle tecniche di coltivazione e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione rurale tra i compiti della proprietà fondiaria, anche in funzione della stabilità sociale. Nelle sue tenute promosse opere di bonifica e trasformazioni colturali, introducendo inizialmente la viticoltura in terreni precedentemente destinati alla produzione cerealicola.

Nel 1885 intervenne nel dibattito parlamentare seguito alla pubblicazione dei risultati dell'Inchiesta agraria Jacini, sostenendo la necessità di riorganizzare l'insegnamento agrario e di riformare il sistema del credito agrario. Riteneva che le difficoltà finanziarie degli agricoltori fossero aggravate dalle condizioni di accesso ai finanziamenti e dall'insufficiente disponibilità di capitali destinati agli investimenti produttivi. Continuò a sostenere posizioni economiche liberiste anche dopo l'introduzione della tariffa doganale del 1887.

Tra il 1894 e il 1895 contribuì alla costituzione della Società degli agricoltori italiani, della quale assunse la presidenza. L'iniziativa si inseriva nella sua attività a favore della rappresentanza degli interessi agricoli e del miglioramento delle condizioni economiche del settore.

Negli ultimi anni manifestò preoccupazione per la stabilità delle istituzioni parlamentari e sostenne l'opportunità di un più diretto intervento della Corona nella scelta del governo. Continuò tuttavia a dedicare particolare attenzione alle questioni finanziarie, soprattutto all'organizzazione del sistema bancario e al credito destinato all'agricoltura. Il 24 giugno 1900 presentò all'Accademia dei Georgofili una memoria intitolata Nota sul credito agrario, nella quale riprese alcuni temi già affrontati nei precedenti interventi parlamentari e negli scritti economici.

Morì a Napoli il 1º aprile 1903, all'età di 89 anni. Fu sepolto a Lucca, nella cappella della famiglia Mazzarosa, alla quale era legato attraverso il matrimonio della sua unica nipote ed erede, Maddalena Devincenzi, con un membro della famiglia. I suoi scritti furono successivamente raccolti da Giacinto Pannella nei cinque volumi delle Opere complete del senatore Giuseppe De Vincenzi, pubblicati a Teramo tra il 1912 e il 1915.

Attività e contributi

Politiche ferroviarie e infrastrutture

L'interesse di Giuseppe Devincenzi per lo sviluppo delle infrastrutture precedette la sua attività parlamentare e ministeriale. Già nel 1847 pubblicò, sulla rivista Il Gran Sasso d'Italia, uno studio intitolato Delle strade ferrate italiane, massime per rispetto alle presenti condizioni del Mediterraneo, nel quale esaminò le prospettive offerte dalla costruzione di una rete ferroviaria nella penisola. L'attenzione per i collegamenti ferroviari si inseriva nella sua concezione dello sviluppo economico, che attribuiva alle comunicazioni un ruolo importante per l'integrazione dei mercati e per la circolazione dei prodotti agricoli.

Dopo l'Unità d'Italia, Devincenzi partecipò al dibattito sull'organizzazione della rete ferroviaria nazionale e sulle modalità di finanziamento delle nuove linee. Nel 1861, in seguito alla rinuncia del gruppo finanziario guidato da Paulin Talabot alle concessioni per la costruzione delle ferrovie meridionali, pubblicò l'opuscolo Delle ferrovie dell'Italia meridionale dopo la rinuncia dei concessionari P. Talabot e compagni. Nell'opera attribuì parte dei ritardi nella realizzazione delle infrastrutture alle difficoltà incontrate dalla società concessionaria e propose di distribuire la costruzione delle linee tra diverse società di minori dimensioni.

Questa impostazione si differenziava da quella sostenuta da Bettino Ricasoli, Ubaldino Peruzzi e Pietro Bastogi, favorevoli alla concentrazione delle concessioni nelle mani di una grande società ferroviaria a prevalente capitale nazionale. Le divergenze riguardavano soprattutto l'organizzazione delle imprese concessionarie e il rapporto tra iniziativa privata e intervento statale. Devincenzi non escludeva tuttavia un maggiore coinvolgimento dello Stato nella gestione delle ferrovie qualora le società private non fossero state in grado di adempiere agli obblighi assunti.

La questione delle infrastrutture stradali occupò un posto rilevante anche nella sua produzione pubblicistica. Nel luglio 1867, dopo la conclusione del primo incarico ministeriale, pubblicò a Firenze lo scritto Della viabilità comunale in Italia e delle condizioni delle nostre strade ferrate, dedicato alla situazione della rete stradale e ferroviaria del Regno.

Durante il secondo mandato al Ministero dei lavori pubblici, tra il 1871 e il 1873, si occupò in particolare della disciplina delle concessioni ferroviarie e degli obblighi relativi alla costruzione delle strade comunali. Nel settore ferroviario cercò di definire più precisamente i rapporti tra l'amministrazione pubblica e le società concessionarie, mentre per la viabilità ordinaria sostenne la necessità di impegnare maggiormente gli enti locali nella realizzazione delle opere stradali.

L'attività ministeriale riguardò anche altri settori delle comunicazioni. Devincenzi promosse il rinnovo di alcune convenzioni per i servizi di navigazione marittima e interventi destinati al miglioramento dei servizi postali e telegrafici. Si occupò inoltre della riorganizzazione dell'amministrazione centrale dei lavori pubblici, distinguendo le competenze relative alle opere idrauliche da quelle riguardanti la rete stradale.

Dopo il 1873, pur avendo ridotto la propria partecipazione alla vita politica, continuò a intervenire al Senato nelle discussioni concernenti le ferrovie. Il suo interesse per le infrastrutture rimase legato alle questioni economiche e agrarie, alle quali dedicò gran parte della propria attività pubblica e degli studi successivi.

Agricoltura e innovazione agraria

L'attività di Giuseppe Devincenzi nel settore agricolo fu caratterizzata dall'interesse per l'introduzione di nuove tecniche di coltivazione, il miglioramento della produttività dei terreni e la riorganizzazione delle aziende rurali. Appartenente a una famiglia della borghesia agraria abruzzese, si avvicinò agli studi agronomici durante la giovinezza, approfondendo in particolare i sistemi di coltivazione adottati nell'Italia settentrionale. Nel 1844 partecipò alla sesta Riunione degli scienziati italiani, svoltasi a Milano, presentando nella sezione di agronomia e tecnologia una relazione sull'agricoltura milanese. In quell'occasione espresse apprezzamento per i metodi agricoli lombardi, auspicandone la diffusione anche nelle regioni meridionali della penisola.

Durante l'esilio in Gran Bretagna, iniziato alla fine del 1850, studiò l'organizzazione delle aziende agricole britanniche, le tecniche di coltivazione e i sistemi di gestione delle proprietà fondiarie. Rivolse particolare attenzione alle forme di credito agrario diffuse in Scozia, considerando l'accesso ai finanziamenti un elemento importante per l'introduzione di innovazioni produttive. Le conoscenze acquisite durante il soggiorno britannico influenzarono la successiva attività di proprietario terriero e le sue posizioni in materia di politica agricola.

Dopo la conclusione dell'esperienza ministeriale nel 1873, si dedicò prevalentemente alla conduzione delle proprietà familiari nel Teramano. Promosse interventi di bonifica e la messa a coltura di terreni precedentemente poco sfruttati, sperimentando differenti ordinamenti produttivi. In diverse aziende condotte direttamente sostituì inizialmente la coltivazione dei cereali con quella della vite, destinando parte delle superfici alla produzione vitivinicola. Tali trasformazioni richiedevano investimenti considerevoli, circostanza che rafforzò il suo interesse per le modalità di finanziamento delle attività agricole.

In seguito all'introduzione della tariffa doganale protezionistica del 1887, modificò nuovamente l'ordinamento colturale di alcune proprietà, riconvertendo i terreni precedentemente destinati alla viticoltura alla produzione cerealicola. Nelle aziende sperimentò sistemi di rotazione sessennale e l'impiego del sovescio, utilizzando in particolare la sulla per migliorare la fertilità del terreno. I risultati di queste esperienze furono illustrati nello studio Della coltivazione di due poderi, pubblicato a Roma nel 1899.

La sua concezione dell'attività agricola attribuiva al proprietario fondiario la responsabilità di promuovere il miglioramento delle tecniche produttive e delle condizioni di vita nelle campagne. Devincenzi riteneva che l'incremento della produttività e il progresso economico delle aziende potessero contribuire anche al mantenimento della stabilità sociale. Tale orientamento presentava tuttavia elementi di continuità con i tradizionali rapporti di proprietà e conduzione dei fondi: in diverse sue aziende continuarono infatti a essere applicati contratti colonici che lo storico Paolo Coppini Romano ha giudicato non più adeguati alle trasformazioni economiche e sociali del periodo.

L'attività agronomica si accompagnò a un costante interesse per la legislazione agricola e per l'organizzazione del credito. Nel dibattito parlamentare del 1885, successivo alla pubblicazione dei risultati dell'Inchiesta agraria Jacini, Devincenzi sostenne la necessità di intervenire sia sull'istruzione agraria, attraverso una riorganizzazione dell'insegnamento tecnico, sia sulle condizioni di accesso ai finanziamenti. Riteneva che gli effetti della formazione agricola si sarebbero manifestati soprattutto nel lungo periodo, mentre la riforma del credito rappresentava una necessità più immediata.

Criticò in particolare i risultati della legislazione sul credito fondiario del 1866, osservando che i finanziamenti garantiti dalle proprietà immobiliari non sempre erano stati destinati al miglioramento delle aziende agricole. Espresse inoltre riserve sul ruolo delle banche di emissione nella concessione del credito al settore rurale, sostenendo la necessità di un sistema maggiormente orientato alle effettive esigenze produttive degli agricoltori. Queste posizioni furono riprese anche negli ultimi anni della sua vita, tra cui nella memoria Nota sul credito agrario, presentata all'Accademia dei Georgofili il 24 giugno 1900.

Associazionismo agricolo

Negli ultimi decenni del XIX secolo, Giuseppe Devincenzi partecipò alla costituzione di associazioni nazionali finalizzate alla rappresentanza degli interessi agricoli e alla diffusione delle conoscenze tecniche ed economiche nel settore. La sua attività associativa si sviluppò in un periodo caratterizzato dalla crisi agraria e dal confronto tra sostenitori del liberismo e del protezionismo, nel quale mantenne un orientamento favorevole alla libertà degli scambi commerciali.

Nel 1885 fu tra i fondatori della Società generale dei viticoltori italiani, della quale assunse la presidenza. L'associazione nacque con l'obiettivo di rappresentare gli interessi dei produttori vitivinicoli, in un contesto segnato dalle difficoltà economiche dell'agricoltura e dalle discussioni sulla politica doganale nazionale. La società sostenne un indirizzo prevalentemente liberista, volto a favorire le esportazioni vinicole e a contrastare le misure protezionistiche che avrebbero potuto ostacolare gli scambi con i mercati esteri.

Tra il 1894 e il 1895 promosse, insieme a Nicola Miraglia e Vittorio Stringher, la costituzione della Società degli agricoltori italiani, un'organizzazione nazionale destinata a riunire proprietari fondiari, imprenditori agricoli e rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni agrarie. Il progetto mirava a creare un organismo autonomo capace di affrontare le questioni economiche e tecniche dell'agricoltura e di rappresentarne gli interessi presso le istituzioni pubbliche. L'iniziativa si contrapponeva alla proposta di costituire un vero e proprio partito agrario, privilegiando invece una forma associativa indipendente dalle organizzazioni politiche.

Il 21 aprile 1895 Devincenzi, in qualità di promotore della nuova società, indirizzò una comunicazione al presidente dell'Accademia dei Georgofili, invitando l'istituzione fiorentina a sostenere l'iniziativa. Il documento, conservato negli Atti dell'Accademia, testimonia i rapporti tra il comitato promotore e gli ambienti scientifici e agrari italiani.

La Società degli agricoltori italiani fu formalmente costituita a Roma il 13 giugno 1895, alla presenza di circa 300 partecipanti in rappresentanza di 1.146 iscritti. Vi aderirono associazioni agrarie provenienti da diverse regioni italiane, camere di commercio, amministrazioni comunali e imprese. L'organizzazione si proponeva di favorire lo sviluppo dell'agricoltura attraverso lo studio dei problemi produttivi, la diffusione delle conoscenze scientifiche e la formulazione di proposte in materia economica e legislativa.

Devincenzi fu il primo presidente della Società, mentre l'economista Ghino Valenti ne ricoprì l'incarico di segretario. L'associazione riuniva esponenti di differenti orientamenti economici, sia favorevoli sia contrari alle politiche protezionistiche. Tale pluralità rifletteva l'intenzione dei promotori di costituire un organismo rappresentativo del settore agricolo nel suo complesso, superando almeno sul piano organizzativo le divisioni tra le diverse correnti di politica economica.

L'impegno associativo di Devincenzi si collegava anche alla sua partecipazione alla vita delle istituzioni scientifiche. Fu socio corrispondente dell'Accademia dei Georgofili già prima del 1846 e ne divenne socio onorario il 12 aprile 1864. Mantenne i rapporti con l'Accademia attraverso la corrispondenza e la presentazione di memorie su questioni economiche e agrarie. Ancora il 24 giugno 1900 vi presentò una Nota sul credito agrario, dedicata ai problemi del finanziamento delle attività agricole, tema che aveva affrontato ripetutamente durante la propria carriera parlamentare.

Studi scientifici e filosofici

Accanto all'attività politica ed economica, Giuseppe Devincenzi coltivò interessi nel campo della filosofia, delle scienze naturali e delle applicazioni tecnologiche. Durante gli studi a Napoli si avvicinò al pensiero filosofico francese, dedicando uno dei suoi primi scritti all'eclettismo di Pierre-Paul Royer-Collard e Victor Cousin. Il saggio, intitolato Dell'eclettismo in Francia ovvero della nuova scuola filosofica del Royer-Collard e del Cousin, fu pubblicato nel 1835 sulla rivista Il Progresso delle scienze, delle lettere e delle arti e successivamente incluso nella raccolta Discorsi, edita a Napoli nel 1845. L'opera fu esaminata anche da Giovanni Gentile nella sua Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi, pubblicata nel 1937.

I suoi interessi filosofici si accompagnarono progressivamente allo studio delle scienze applicate e della pubblica amministrazione. Nel volume Discorsi raccolse, oltre al saggio sull'eclettismo, alcuni interventi dedicati alla scienza delle leggi, all'amministrazione pubblica e alle innovazioni agronomiche. Tra questi figuravano Della scienza delle leggi e in particolare della scienza della pubblica amministrazione e Dell'agricoltura milanese, quest'ultimo collegato alla partecipazione alla sesta Riunione degli scienziati italiani, svoltasi a Milano nel 1844.

Durante l'esilio approfondì gli studi di chimica e si interessò alle nuove tecniche di stampa e incisione. Nel 1855 presentò all'Académie des sciences di Parigi una memoria intitolata Electrographie, nouvel art de graver au relief sur métal, nella quale illustrò un procedimento di incisione a rilievo sui metalli di propria ideazione. La memoria riguardava l'applicazione di processi elettrochimici alla riproduzione di immagini e testi su superfici metalliche. In questo ambito mantenne contatti con studiosi italiani, tra cui l'agronomo Cosimo Ridolfi, conosciuto in occasione dei congressi scientifici degli anni precedenti.

Un contributo alla diffusione della cultura tecnico-scientifica italiana fu dato da Devincenzi in occasione dell'Esposizione universale di Londra del 1862. In qualità di direttore della delegazione italiana, ebbe modo di osservare le innovazioni industriali presentate dagli altri paesi partecipanti e di confrontare le condizioni dell'industria nazionale con quelle delle principali economie europee. L'esperienza lo convinse della necessità di promuovere in Italia istituzioni dedicate alla diffusione delle conoscenze tecnologiche e all'insegnamento delle scienze applicate.

Prendendo a modello istituzioni europee come il Conservatoire national des arts et métiers di Parigi e il South Kensington Museum di Londra, promosse la fondazione del Regio Museo Industriale Italiano di Torino, istituito nel 1862 con il sostegno del Ministero dell'agricoltura, industria e commercio. Nelle intenzioni di Devincenzi, il museo non doveva limitarsi alla conservazione e all'esposizione di prodotti industriali, ma avrebbe dovuto favorire il confronto tra le innovazioni tecnologiche straniere e nazionali e contribuire alla formazione tecnica. L'istituzione incontrò inizialmente difficoltà organizzative e resistenze da parte di alcuni esponenti dell'ambiente scientifico torinese, tra cui Francesco Brioschi e Prospero Richelmy.

Il museo divenne successivamente parte del sistema di formazione tecnico-scientifica torinese. Con il riordinamento del 1867 fu prevista la partecipazione dell'istituzione all'insegnamento specialistico degli ingegneri, in collaborazione con la Scuola di applicazione di Torino. Tale collaborazione contribuì allo sviluppo dell'istruzione industriale e rappresentò una delle esperienze istituzionali da cui avrebbe avuto origine il Politecnico di Torino.

Devincenzi continuò a occuparsi di istruzione tecnica anche negli anni successivi. Nel 1878 pubblicò sulla rivista Nuova Antologia lo scritto Dell'insegnamento tecnico superiore e del Museo industriale di Torino, dedicato all'organizzazione dell'istruzione superiore applicata alle attività produttive. Questi interessi si affiancarono agli studi agronomici ed economici che caratterizzarono la sua produzione scientifica e pubblicistica fino agli ultimi anni di vita.

Opere

Devincenzi fu autore di numerosi scritti di carattere filosofico, politico, economico e agronomico, oltre che di relazioni e discorsi parlamentari. Tra le sue principali pubblicazioni figurano:


Raccolte postume

Onorificenze

Note

  1. ↑ DEVINCENZI Giuseppe – Note, su Archivio storico del Senato della Repubblica. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  2. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 Paolo Coppini Romano, DEVINCENZI, Giuseppe, su Dizionario biografico degli italiani, vol. 39, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1991. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  3. ↑ DEVINCENZI Giuseppe, su Archivio storico del Senato della Repubblica. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  4. 1 2 Alessandra Fabri, Giuseppe Devincenzi, amministrativista eclettico, su Giustamm.it, n. 3, 2022. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  5. ↑ DEVINCENZI Giuseppe, su Senato della Repubblica. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  6. ↑ Giuseppe Devincenzi, su Portale storico della Camera dei deputati. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  7. ↑ DEVINCENZI Giuseppe, su Senato della Repubblica. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  8. ↑ Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, su gazzettaufficiale.it, n. 50, 19 febbraio 1872, p. 1. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  9. ↑ Ministero dei lavori pubblici (1861-1939), su Archivio centrale dello Stato. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  10. ↑ Camera dei deputati, Sulle costruzioni delle ferrovie a conto dello Stato nell'anno 1871, 1872, p. 1-113.
  11. ↑ Giuseppe Devincenzi, Relazione sul servizio dei porti, spiagge e fari dal 1867 al 1870, 1872.
  12. ↑ Devincenzi, Giuseppe, su Biblioteca digitale dell'Accademia dei Georgofili. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  13. ↑ Della viabilità comunale in Italia e delle condizioni delle nostre strade ferrate, su BiblioToscana, Regione Toscana. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  14. ↑ Le origini dei processi di tutela: le organizzazioni imprenditoriali locali e settoriali nell'Italia liberale, su Istituto Einaudi. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  15. ↑ Devincenzi, Giuseppe, su Biblioteca digitale dell'Accademia dei Georgofili. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  16. ↑ Il progresso dalla crisi agraria alla Prima guerra mondiale (PDF). URL consultato il 18 ottobre 2026.
  17. ↑ Devincenzi, Giuseppe – Articoli e dati biografici, su Accademia dei Georgofili. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  18. 1 2 3 4 Frédéric Ieva, La cultura politecnica, in Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Tecnica, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2013. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  19. ↑ On the cultivation of cotton in Italy (PDF), su e-rara.ch, ETH-Bibliothek. URL consultato il 18 ottobre 2026.
  20. 1 2 3 DEVINCENZI Giuseppe, su Senato della Repubblica. URL consultato il 18 ottobre 2026.

Bibliografia

Altri progetti

Collegamenti esterni

Controllo di autoritàVIAF (EN) 7041151965260000470004 · SBN RAVV060130 · LCCN (EN) nb2018003512