
Hombert Bianchi (Figline Valdarno, 2 agosto 1912 – Firenze, 2 marzo 1980) è stato un giornalista, storico e autore televisivo italiano.
Laureatosi in Lettere moderne presso l'Università di Firenze, nel 1944 fu insegnante al Liceo Classico Galileo e contemporaneamente intraprese l'attività giornalistica ne ''La Nazione del popolo'', organo del Comitato toscano di liberazione nazionale. Nel 1947 il quotidiano cambiò nome ne ''Il Mattino dell'Italia centrale'' e infine, nel 1954, divenne ''Il Giornale del Mattino''. Della redazione facevano parte fra gli altri Ettore Bernabei, Sergio Lepri, Sandro Norci, Paolo Cavallina, Leonardo Pinzauti, Vittorio Citterich e fra i collaboratori figuravano Carlo Cassola, Manlio Cancogni, Ernesto Balducci, Alfonso Gatto, Mario Luzi e la giovanissima Oriana Fallaci. Nello stesso 1954 diventò corrispondente da Londra, dove restò fino al 1956, testimoniando i cruciali eventi di quell’anno, dalla Crisi di Suez alla Rivoluzione ungherese.
Tornato in Italia, nell'ottobre del 1957 Bianchi fu chiamato a dirigere Il Giornale del Mattino, quotidiano fiorentino legato alle posizioni politiche di Giorgio La Pira, allora sindaco della città. La sua direzione venne salutata dal collega Sergio Lepri (già direttore del quotidiano) con la considerazione che Bianchi avrebbe impresso «una ventata di novità, riuscendo a fare quello che non era riuscito a Lepri».
Sotto la sua guida, il giornale si distinse per una linea di forte apertura geopolitica. In questo periodo si consolidarono i rapporti con Enrico Mattei, trovando nel quotidiano una delle principali voci di sostegno mediatico a favore delle politiche energetiche dell'ENI — in particolare per l'innovativa formula contrattuale che prevedeva la spartizione dei profitti al 75% con i paesi produttori — e per il dialogo diplomatico verso i paesi del Maghreb e i movimenti di indipendenza algerini.
Nel 1960 Amintore Fanfani lo volle come portavoce e capo ufficio stampa del suo terzo esecutivo, un governo di transizione fondamentale che aprì la strada alla stagione del centro-sinistra. All'interno dell'entourage più stretto dello statista aretino, Bianchi non si limitò alla gestione della comunicazione istituzionale, ma esercitò un ruolo di stretto consigliere politico e strategico, venendo considerato da osservatori e storici dell'epoca come una delle figure chiave e di massima riservatezza nelle dinamiche retrostanti la presidenza del Consiglio.
Grazie al rapporto di stretta fiducia con Fanfani, Bianchi venne frequentemente impiegato per missioni di collegamento e contatti riservati all'estero, operando al di fuori dei tradizionali canali diplomatici. I diari di Fanfani documentano, tra gli altri, i suoi invii a Londra con comunicazioni dirette per i vertici del governo britannico, guidato da Harold Macmillan e Alec Douglas-Home, e stabilendo contatti stretti con importanti personalità dello scenario politico internazionale dell'epoca, tra cui il presidente francese Charles de Gaulle.

Il suo ruolo di rilievo nelle dinamiche diplomatiche della crisi dei missili di Cuba (ottobre 1962) è stato evidenziato e testimoniato dallo storico direttore generale della RAI Ettore Bernabei in un'intervista rilasciata al quotidiano Il Foglio .
Nel corso del mandato a Palazzo Chigi, Bianchi mantenne e consolidò il sodalizio politico e strategico con il presidente dell'ENI Mattei. In virtù della sua profonda conoscenza degli scenari internazionali e della massima riservatezza che ne caratterizzava l'operato, Bianchi affiancò Mattei nel cruciale quadrante geopolitico del Maghreb. In questa veste, operò come raccordo riservato tra la Presidenza del Consiglio e i vertici dell'ENI, supportando l'azione diplomatica italiana volta a ridefinire gli equilibri energetici e politici nel Mediterraneo, in una fase di tensioni internazionali che precedettero la tragica scomparsa di Mattei nel 1962.
All'interno dell'entourage fanfaniano, Bianchi assunse un ruolo di primo piano nel coordinamento della strategia comunicativa e politica della corrente democristiana di Iniziativa Democratica, operando in stretto coordinamento con figure chiave del periodo, tra cui il direttore generale della RAI Bernabei. Grazie a una profonda conoscenza dei mondi editoriale, ecclesiale e istituzionale, si affermò come uno dei consiglieri più ascoltati del leader democristiano nella definizione delle linee programmatiche e delle alleanze di governo. La sua formazione internazionale e la padronanza delle lingue straniere, in particolare dell'inglese, rappresentarono una competenza strategica decisiva. L'assenza di intermediari e interpreti gli consentiva di garantire la massima riservatezza nei colloqui sottotraccia e di curare direttamente i rapporti con i corrispondenti delle maggiori testate estere. Bianchi fu così impiegato in delicate missioni di collegamento oltreoceano con esponenti del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca; in tale veste, contribuì a rassicurare l'amministrazione di John F. Kennedy circa la fedeltà atlantica dell'Italia, attenuando le diffidenze statunitensi verso la nascente stagione politica del centro-sinistra e l'apertura al Partito Socialista Italiano.
Terminata la stagione dei governi Fanfani, Bianchi passò alla RAI, dove capitalizzò il suo bagaglio di relazioni internazionali, la conoscenza delle lingue e la vicinanza a Bernabei per diventare uno dei protagonisti del documentarismo storico televisivo italiano. Sapendo leggere e interpretare la storiografia e la stampa anglosassone, Bianchi importò in Italia un modello di documentario moderno, basato sulla forza delle immagini d'archivio (spesso reperite all'estero), sulla consulenza di storici di primo piano e sul rigore filologico, superando la vecchia retorica dei cinegiornali d'epoca.
Firmò per la televisione pubblica opere che hanno fatto la storia del mezzo.
Per la Rai condusse, fra il 1975 e il 1978, anche dibattiti sulla politica internazionale e tribune politiche, collaborando attivamente con grandi figure del giornalismo italiano, tra cui Sergio Zavoli ed Enzo Forcella.
Fra il 1969 e il 1980 fu prima direttore reggente e poi direttore responsabile della rivista Affari Esteri, pubblicata dall’Associazione Italiana per gli Studi di Politica Estera (AISPE). In occasione della sua scomparsa, il quotidiano britannico The Times ne tracciò un profilo professionale, sottolineando come la sua esperienza giornalistica e la costante riservatezza gli avessero permesso di raccogliere sulla rivista le firme dei più importanti commentatori internazionali dell'Est e dell'Ovest. In collaborazione con la Fondazione Giorgio Cini la rivista organizzò importanti convegni sui temi della politica internazionale, fra cui La Cooperazione Culturale Internazionale (1972) e Lo stato dell'informazione e circolazione delle notizie dopo Helsinki (1976). Nel 1978, per conto dell’IPI (International Press Institute), di cui era membro fondatore, organizzò a Firenze il convegno Terrorism and Media.