Ikiza

Il Burundi (in rosso) circondato al nord dal Rwanda, a ovest dallo Zaire e a est dalla Tanzania

L'Ikiza (tradotto dal kirundi in vari modi, ad esempio la Catastrofe, la Grande Calamità o il flagello), o Ubwicanyi (Uccisioni), fu una serie di uccisioni di massa, spesso definite come genocidio, commesse in Burundi nel 1972 dall'esercito e dal governo Tutsi, principalmente contro gli Hutu del Paese che facevano parte delle élite o avevano ricevuto un'istruzione. Le stime più prudenti indicano un numero di vittime compreso tra le 100 000 e le 150 000, mentre altre arrivano alle 300 000.

Contesto

Tensioni etniche in Burundi

Nel XX secolo il Burundi aveva tre principali gruppi etnici indigeni: Hutu, Tutsi e Twa. La zona fu colonizzata dall'Impero tedesco alla fine del 1800 e amministrata come parte dell'Africa orientale tedesca. In Burundi e nel vicino Ruanda (a nord), i tedeschi mantennero un governo indiretto, lasciando intatte le strutture sociali locali. Sotto questo sistema, la minoranza Tutsi continuò nel complesso a godere del proprio status storicamente elevato (aristocrazia), mentre gli Hutu occupavano lo strato più basso della piramide sociale. I sovrani principeschi e monarchici appartenevano a un gruppo etnico unico, i Ganwa. Nel tempo, però, la rilevanza politica di questa distinzione è scemata e questo gruppo fu assorbito dai Tutsi. Durante la prima guerra mondiale, le truppe belghe provenienti dal Congo belga occuparono il Burundi e il Ruanda. Nel 1919, sotto gli auspici della nascente Società delle Nazioni, al Belgio fu affidata la responsabilità di amministrare il "Ruanda-Urundi" come territorio sotto mandato. Benché obbligati a promuovere il progresso sociale nel territorio, i belgi non modificarono le strutture di potere locali. Dopo la seconda guerra mondiale, con l'istituzione delle Nazioni Unite, il Ruanda-Urundi divenne un territorio fiduciario sotto l'amministrazione belga, il che richiese ai belgi di educare politicamente la popolazione locale e di prepararla all'indipendenza.

Agli abitanti dell'Urundi fu permesso di partecipare alla politica a partire dal 1959. Nel 1961 venne istituita una forma di autogoverno limitato. L'Union pour le Progrès national (UPRONA) vinse le elezioni nazionali e il suo leader, Louis Rwagasore, divenne primo ministro. Sebbene fosse figlio del re del Burundi Mwambutsa IV, Rwagasore si candidò sostenendo un programma di pari opportunità e alimentando la speranza di relazioni pacifiche tra i vari gruppi etnici. Fu assassinato un mese dopo aver assunto l'incarico. La polarizzazione etnica, inizialmente trascurata dalla classe dirigente, aumentò rapidamente tra i membri dell'élite politica dell'Urundi dopo l'assassinio di Rwagasore. L'Urundi ottenne l'indipendenza come Regno del Burundi nel luglio del 1962, mentre il Ruanda divenne una repubblica indipendente.

Mwambutsa provocò le ire dei politici del Burundi con diversi atti di ingerenza finalizzati alla riformazione dei governi frazionati del Paese. La violenza contro i tutsi nella Rivoluzione ruandese del 1962-1963 peggiorò le tensioni etniche interne. Da quel momento in poi, ogni regime Tutsi in Burundi si dimostrò desideroso di impedire una rivoluzione simile nel proprio Paese. Nel 1965 diversi assassini, complotti sovversivi e un tentativo di colpo di stato provocarono la morte di numerosi membri hutu del Parlamento e scatenarono violenza etnica nelle aree rurali. L'anno seguente Mwambutsa fu detronizzato da un colpo di stato a favore del figlio Ntare V. Ntare fu di lì a poco deposto da un altro colpo di stato guidato da un giovane ufficiale tutsi dell'esercito burundese, Michel Micombero. Micombero abolì la monarchia e fu nominato Presidente del Burundi; sotto il suo governo il potere si concentrò sempre più nelle mani dei tutsi, in particolare di un gruppo proveniente dalla provincia di Bururi soprannominato "Groupe de Bururi". Al contempo, la partecipazione degli hutu alle attività di governo venne progressivamente ridotta. Le voci di un colpo di stato hutu nel 1969 portarono il governo a giustiziare decine di personaggi pubblici hutu. All'inizio degli anni '70, il Burundi aveva una popolazione di circa cinque milioni di persone, di cui circa l'85% erano hutu, il 14% tutsi e l'1% twa.

Nello stesso periodo aumentarono le tensioni tra i sottogruppi tutsi: i tutsi-banyaruguru e i tutsi-hima. I tutsi-banyaruguru erano storicamente legati alla monarchia, mentre Micombero e molti dei suoi collaboratori bururi erano tutsi-hima. Nel luglio del 1971 il governo di Micombero accusò diversi banyaruguru di spicco di aver complottato per riportare Ntare sul trono. Il 14 gennaio del 1972 un tribunale militare condannò a morte nove banyaruguru e altri sette all'ergastolo per cospirazione. La divisione tra i tutsi indebolì notevolmente la legittimità del governo di Micombero, prevalentemente hima.

Il ritorno di Ntare V

Artemon Simbananiye

Il 30 marzo 1972 Ntare arrivò in elicottero dall'Uganda a Gitega, in Burundi, dopo anni di esilio. Fu immediatamente arrestato e tenuto agli arresti domiciliari nel suo ex palazzo in città. Le ragioni del ritorno di Ntare in Burundi ancora non sono state del tutto chiarite. Alcuni commentatori sostengono che Ntare aveva negoziato un accordo con Micombero, in base al quale sarebbe potuto tornare nel suo Paese d'origine per vivere come un normale cittadino, ma che alla fine sarebbe stato tradito dal presidente. Altri hanno invece suggerito che il presidente ugandese Idi Amin abbia consegnato Ntare alla custodia di Micombero come "dono". Lo scrittore Marc Manirakiza sostenne che il governo di Amin si coordinò con Micombero per dirottare l'aereo di Ntare mentre era in viaggio verso la località ugandese di Kabare. Il governo ugandese negò ogni cospirazione, affermando che Micombero aveva garantito a Ntare che sarebbe stato al sicuro in Burundi. Secondo alcuni diplomatici europei dell'epoca, Micombero avrebbe legittimamente lasciato Ntare tornare indisturbato "in un momento di aberrazione mentale", solo per poi pentirsi rapidamente della sua decisione e "reagire in maniera sproporzionata" arrestandolo. Il ministro degli Affari esteri del Burundi Artémon Simbananiye supervisionò le trattative con le autorità ugandesi che portarono poi al rimpatrio di Ntare.

Subito dopo l'arresto di Ntare, i media ufficiali del Burundi dichiararono che l'ex re era stato arrestato per aver pianificato un colpo di stato al fine di tornare al trono affidandosi a mercenari bianchi. L'emittente radiofonica di stato, Voix de la Révolution, dichiarò: "Raddoppiamo la nostra vigilanza, i nemici della nostra liberazione non sono ancora stati disarmati." Se originariamente l'emittente attribuì il fallimento del presunto complotto di Ntare alla mancanza di "agenti" a suo supporto in Burundi, una correzione trasmessa il giorno seguente smentì questa versione.

Nel frattempo, il governo del Burundi discuteva sul destino di Ntare. Alcuni ministri erano favorevoli alla sua detenzione a Gitega, mentre altri volevano che fosse giustiziato. In particolare, i membri del Groupe de Bururi ritenevano necessario giustiziarlo, mentre chi non era d'accordo temeva che l'uccisione dell'ex re potesse provocare gravi conseguenze. Il 23 aprile un dirigente scolastico di Bururi fu informato che la maggior parte degli insegnanti hutu di Nyanza-Lac era fuggita in Tanzania. Trasmise il messaggio al governo del Burundi che, temendo guai, fissò un incontro dei funzionari provinciali nella città di Rumonge per il 29 aprile. A mezzogiorno del 29 aprile Micombero sciolse il governo e licenziò diversi altri alti funzionari, tra cui il segretario esecutivo dell'UPRONA André Yande. Alcuni burundesi furono esaltati dalla notizia, credendo che Micombero avesse intenzione di sbarazzarsi del Groupe. L'amministrazione fu lasciata operare sotto la direzione dei direttori generali dei ministeri governativi.

Avvenimenti

La rivolta hutu

Tra le 20:00 e le 21:00 del 29 aprile, i militanti hutu iniziarono una serie di attacchi a Bujumbura e nelle province meridionali di Rumonge, Nyanza-Lac e Bururi. In ciascuna provincia, i ribelli si riunirono intorno a un gruppo di individui che indossavano un'"uniforme" composta da camicie nere, tatuaggi o fasce per capelli rosse. Operavano in bande di circa 10-30 individui ciascuna ed erano armati con armi automatiche, machete e lance. Ai militanti si unirono gli esuli zairesi, comunemente soprannominati "mulelisti". Il Burundi ospitava migliaia di esuli zairesi culturalmente diversi dagli altri membri della società burundese. Nutrivano rancori nei confronti del Groupe de Bururi e raccolsero l'incitamento contro il regime di Micombero. Il termine mulelista richiamava il nome di Pierre Mulele, che aveva guidato una ribellione nello Zaire centrale dal 1964 al 1965. In realtà, i ribelli zairesi che combatterono al fianco dei militanti hutu erano per lo più ex seguaci di Gaston Soumialot, che aveva guidato una ribellione simile nello Zaire orientale nello stesso periodo. I ribelli presero di mira i tutsi e commisero numerose atrocità, oltre a bruciare case e massacrare bestiame. Nonostante queste stragi di matrice etnica, il ricercatore Nigel Watt ha sostenuto che gli insorti inizialmente speravano di ottenere il sostegno dei monarchici tutsi sconvolti dall'arresto di Ntare.

A Bururi, i ribelli uccisero tutti i membri delle autorità militari e civili. Dopo aver catturato gli armieri di Rumonge e Nyanza-Lac, i militanti uccisero ogni tutsi sul loro cammino, nonché un certo numero di hutu che si rifiutarono di unirsi a loro. Al momento dell'inizio degli attacchi, la riunione dei funzionari provinciali a Rumonge era ancora in corso. I ribelli uccisero 12 funzionari, ma Yande e Albert Shibura, moderatori dell'incontro, riuscirono a scappare dalla sala riunioni difendendosi a colpi di pistola e a fuggire a Bujumbura. I contadini hutu e tutsi della città di Vyanda si allearono per tentare di resistere ai militanti. I missionari stimarono che i ribelli uccisero tra gli 800 e i 1 200 tutsi e hutu tra il 29 aprile e il 5 maggio: la maggior parte delle vittime erano tutsi. Lo studioso René Lemarchand ha affermato che 1 000-2 000 vittime tutsi può essere ritenuta una "stima plausibile". Dopo aver preso il controllo nel sud, i ribelli si incontrarono a Vyanda e istituirono la "République de Martyazo". Issarono una bandiera rossa e verde e sottoposero i tutsi catturati ai "tribunali popolari".

Nella tarda serata del 29 aprile, la Voix de la Révolution dichiarò lo stato di emergenza. I ribelli presero di mira la stazione radio di Bujumbura, ma dopo aver perso il fattore sorpresa passarono rapidamente ad attacchi non coordinati contro i tutsi. Gli ufficiali dell'esercito mobilitarono subito le loro truppe e neutralizzarono i ribelli nella città nell'arco di 24 ore. Quella notte Ntare fu giustiziato a Gitega dalle truppe governative. Gli storici Jean-Pierre Chrétien e Jean-François Dupaquier, dopo aver ascoltato diverse testimonianze, hanno concluso che Ntare fu pugnalato a morte da un gruppo di circa una dozzina di soldati guidati dal capitano Ntabiraho, dietro ordine di Micombero, intorno alle 23:15. Il 30 aprile, Micombero restituì rapidamente a Cyrille Nzohabonayo e Bernard Kayibigi i loro uffici per perché lo aiutassero a reprimere l'insurrezione. I media statali annunciarono l'insediamento dei governatori militari in sostituzione dei governatori civili in ogni provincia e rivelarono la morte di Ntare, dichiarando che i monarchici avevano assediato il suo palazzo a Gitega nel tentativo di liberarlo e che lui era rimasto ucciso durante l'assedio.

Lo stesso giorno, Micombero richiese il supporto del governo dello Zaire per reprimere la ribellione. Il presidente Mobutu Sese Seko rispose inviando una compagnia di paracadutisti zairesi a Bujumbura. Una volta arrivati lì, questi occuparono l'aeroporto e montarono guardia sui punti strategici in tutta la città. Sese Seko inviò a Micombero anche alcuni jet per ricognizioni aeree. Ciò garantì il controllo della capitale a Micombero, che poté quindi inviare le truppe burundesi a contrastare l'insurrezione nel sud. Le forze zairesi furono richiamate una settimana dopo. Il presidente della Tanzania Julius Nyerere inviò 24 tonnellate di munizioni all'esercito burundese, ma una volta che l'entità delle uccisioni di rappresaglia divenne nota, Mobutu e Nyerere rifiutarono a Micombero ulteriore assistenza materiale. Il governo francese fornì armi e piloti d'aereo al regime burundese, mentre l'Uganda e la Libia assistenza tecnica per reprimere la ribellione.

Il governo del Burundi lanciò i suoi primi contrattacchi avvalendosi di soldati provenienti da Bujumbura e dai campi militari di Bururi. Il primo maggio le truppe governative di Bujumbura conquistarono Rumonge e il giorno seguente le truppe di Gitega occuparono Nyanza-Lac. Secondo alcuni testimoni, tutti i ribelli catturati dall'esercito burundese furono giustiziati sommariamente e sepolti in fosse comuni. Tutte le persone che cercavano rifugio nella boscaglia o che avevano delle scarificazioni venivano considerate come ribelli dal governo e perseguitate. Ciò provocò l'esodo di migliaia di rifugiati verso lo Zaire e la Tanzania, in particolare quelli che risiedevano sulla costa del lago Tanganica. Un elicottero burundese lanciò volantini secondo cui l'ordine sarebbe stato presto ristabilito, mentre un altro mitragliava i civili in fuga. Tra il 30 aprile e il 5 maggio l'esercito si concentrò sulla riconquista della costa del lago Tanganica. Il 10 maggio il governo annunciò di avere il controllo militare completo sul Burundi meridionale, sebbene persistesse qualche conflitto.

Uccisioni

Dopo aver riconquistato Bururi e represso la ribellione, il governo del Burundi avviò un programma di repressione, prendendo di mira innanzitutto le élite hutu rimaste nel Paese. Tutti gli ex ministri hutu rimasti dai precedenti governi di Micombero furono arrestati nella prima settimana della crisi. Tra di loro c'erano quattro hutu che erano stati nella sede di governo la mattina del 29 aprile prima dello scioglimento: il ministro della funzione pubblica Joseph Baragengana, il ministro delle comunicazioni Pascal Bubiriza, il ministro dei lavori pubblici Marc Ndayiziga e il ministro degli affari sociali Jean Chrysostome Bandyambona. Ndayiziga lasciò sbalorditi i missionari nell'obbedire alla convocazione di Micombero di ritornare dall'estero, nonostante i membri della sua famiglia fossero stati arrestati: vennero subito uccisi tutti e quattro. Gli ufficiali hutu nelle forze armate furono eliminati immediatamente; l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati stimò che per la fine di maggio fossero stati uccisi 131 ufficiali hutu, e che ne fossero rimasti vivi solo quattro. Il comandante Martin Ndayahoze, un ufficiale hutu ed ex ministro del governo che era stato fedele a Micombero, scomparve dopo essere stato convocato a una riunione d'emergenza la mattina presto del 30 aprile. In seguito si scoprì che era stato arrestato e giustiziato; i funzionari burundesi sostennero che stava complottando contro il governo. Secondo l'ambasciatore americano Thomas Melady, furono arrestati circa 500 soldati hutu oltre a circa 2.000 dipendenti pubblici che lavoravano nella capitale. Il governo ammise l'uccisione di questi prigionieri dichiarando che i "colpevoli" della rivolta venivano arrestati, processati e giustiziati. Non ci furono mai processi giudiziari pubblici per coloro che erano stati accusati di aver cospirato per la ribellione. Le vittime raccolte da Bujumbura furono sepolte in una fossa comune a Buterere.

Poiché Micombero aveva sciolto il suo governo, le prime fasi della repressione furono segnate da una sostanziale confusione. Gli individui con stretti legami con il presidente, in particolare il Groupe de Bururi, poterono continuare a esercitare la loro autorità. Il 12 maggio Micombero nominò l'ex ministro degli Esteri Artémon Simbananiye ambasciatore itinerante, conferendogli così il potere di organizzare e dirigere le uccisioni degli Hutu. Albert Shibura e altri membri chiave del Groupe divennero presto, agli occhi degli operatori umanitari stranieri, canali attraverso i quali potevano essere condotti affari ufficiali con le autorità. In questo modo il potere del governo venne rapidamente riconsolidato, anche se senza il ripristino di molte posizioni formali di autorità. Questa confusione iniziale era limitata ai livelli più alti del governo; i livelli inferiori dell’amministrazione portarono avanti la repressione senza quasi nessun disturbo. A maggio le autorità burundesi vietarono ai giornalisti stranieri di entrare nel Paese, e alle persone senza lasciapassare di spostarsi tra province.

Degli studenti tutsi dell'Università Ufficiale di Bujumbura attaccarono e uccisero alcuni loro compagni di classe hutu. Un totale di 56 studenti hutu furono arrestati dalle autorità e portati via dall'istituto, così come molti hutu nel personale amministrativo. Gabriel Barakana, rettore dell'università, condannò l'uccisione di persone innocenti, in particolare degli studenti, in un discorso pubblico del 9 maggio. Inoltre, invitò in privato Micombero, suo amico, a fermare la repressione. Per l'8 maggio la maggior parte degli hutu nel sistema d'istruzione di Bujumbura erano stati eliminati. Il regime estese poi la repressione alle province, mentre Micombero faceva appello ai suoi sostenitori affinché cercassero "nuove vittorie". La repressione si intensificò particolarmente nel nord del paese, dove fu condannata da alcuni preti cristiani stranieri: la polizia decise dunque di interrogarli dietro sospetto di aver svolto "attività politica" e di metterli sotto sorveglianza. In totale, 17 sacerdoti cattolici hutu furono uccisi, mentre due vescovi furono posti agli arresti domiciliari. Diversi superiori dei missionari cattolici scrissero una lettera all'episcopato del Burundi, esprimendosi contro i funzionari della Chiesa per non aver condannato le atrocità commesse contro gli hutu. L'arcivescovo André Makarakiza, un tutsi, difese la posizione della Chiesa, mentre la Sûreté Nationale espulse dal Paese molti dei firmatari della lettera.

Il profondo coinvolgimento della magistratura burundese nella repressione fece sì che questa assumesse una natura quasi giudiziaria. I primi arresti autorizzati nelle province colpirono individui da tempo sospettati di dissidenza o di aver avuto un ruolo di primo piano nella rivolta. Le incriminazioni e gli arresti si estesero gradualmente verso l’esterno attraverso le relazioni personali dei primi detenuti fino a comprendere interi segmenti della popolazione. Gli incontri regolari tra funzionari comunali e provinciali su questioni governative generali iniziarono a includere anche discussioni sui possibili responsabili della ribellione. Con il procedere degli arresti, il magistrato Déogratias Ntavyo scrisse che "difficoltà di natura pratica" gli impedivano di fornire dettagli estesi nelle sue sentenze. A metà maggio Ntavyo iniziò a raggruppare 101 detenuti in categorie in base alla loro professione e alla prossimità geografica. Le categorie delineate da Ntavyo erano le seguenti: funzionari pubblici, che usavano le loro posizioni nel governo per minare deliberatamente le istituzioni statali; funzionari ecclesiastici, che predicavano la divisione sociale e il fanatismo; e commercianti facoltosi, che usavano il loro denaro per persuadere gli altri a sostenere i loro secondi fini. Secondo lo storico Aidan Russell, la prospettiva di Ntavyo "si rispecchiava in tutto il paese; un impulso a 'couper tout ce qui dépasse', 'abbattere tutti coloro che eccellono'".

Le autorità solitamente arrestavano le persone in base al loro nome, riportato su un elenco cartaceo. Anche quando le autorità selezionavano le vittime per capriccio personale o ragioni opportunistiche (ad esempio i residenti di una casa che avrebbe fruttato un grande bottino se saccheggiata), giustificavano la loro decisione facendo riferimento a tale elenco. Sebbene alcuni detenuti fossero malmenati al momento dell'arresto, la maggior parte degli arresti avveniva pacificamente e i prigionieri venivano poi giustiziati dai soldati o dai gendarmi in separata sede. Secondo quasi tutti i resoconti degli omicidi, la maggior parte degli hutu presi di mira dallo stato si sarebbero lasciati arrestare sommessamente, senza proteste. Le autorità perlustravano le aree rurali di notte, casa per casa, mentre nelle aree urbane istituivano posti di blocco e costringevano gli hutu a scendere dai loro veicoli. Gli omicidi furono perlopiù compiuti dall'esercito, dai Jeunesses Révolutionnaires Rwagasore (l'ala giovanile dell'UPRONA) e da un numero imprecisato di rifugiati tutsi ruandesi fuggiti dalla rivoluzione nel loro Paese. La maggior parte delle vittime fu accoltellata o picchiata a morte; soltanto in pochi morirono per colpi di arma da fuoco. Molte donne e ragazze hutu furono abusate sessualmente dalle autorità.

L'intellettuale hutu Michel Kayoya fu arrestato dal regime per "razzismo" nelle prime fasi dell'Ikiza, per essere poi trasferito dal carcere e fucilato il 15 di maggio. Joseph Cimpaye, primo primo ministro del Burundi, fu anch'egli giustiziato, così come l'ex parlamentare e governatore Eustache Ngabisha, l'amministratore universitario ed ex ministro del governo Claver Nuwinkware, e il calciatore Meltus Habwawihe. Il governatore di Bujumbura Gregoire Barakamfitiye, che era hutu, fu arrestato tre volte ma alla fine fu risparmiato.

Ci furono pochi casi di uccisioni di tutsi promosse dal regime in questo periodo. Gli osservatori internazionali a Bujumbura notarono una “purificazione” tra i tutsi del luogo, poiché le autorità avevano arrestato e giustiziato i moderati che non sembravano sostenere pienamente la linea d’azione intrapresa contro gli hutu. I membri del Groupe de Bururi tentarono di arrestare i tutsi "liberali" all'inizio di maggio.

Si stima che circa 100 tutsi furono giustiziati a Gitega il 6 maggio in un incidente dovuto probabilmente alla rivalità tra Hima e Banyaruguru. Nella provincia di Ngozi, il governatore militare Joseph Bizoza fece uccidere sei funzionari tutsi, tra cui l'ex ministro Amédée Kabugubugu. Bizoza era infatti stato in cattivi rapporti con Kabugubugu da lungo tempo, e avrebbe poi dichiarato di aver confuso Kabugubugu e un altro ufficiale tutsi ufficiale per hutu. Il governatore civile Antoine Gahiro, temendo per la propria vita, si diede alla fuga, lasciando a Bizoza tutto il comando della zona. Furono uccisi anche diversi cittadini ruandesi e zairesi, e alcuni hutu a Bujumbura si finsero cittadini zairesi per evitare controlli. L'ambasciatore del Belgio riferì che un cittadino belga era stato ucciso durante i primi giorni di repressione, anche se attribuì l'accaduto a un incidente. Tutti gli altri cittadini di origine occidentale rimasero illesi.

Le violenze più intense iniziarono a placarsi in giugno: a inizio mese Micombero inviò dei "consigli di saggi" in giro per il Paese per incoraggiare la calma e informare la popolazione che la crisi era finita. In alcuni casi organizzarono delle riunioni per stanare gli hutu da dove si nascondevano, per poi catturarli e farli giustiziare dall'esercito. Il 21 giugno il comandante in capo dell'esercito Thomas Ndabyemeye annunciò che tutte le operazioni militari erano terminate. Il 13 luglio l'esercito burundese sequestrò alcuni veicoli dell'UNICEF e una nave da ricognizione delle Nazioni Unite e giustiziò gli hutu che lavoravano ai progetti dell'ONU. La Sûreté Nationale inviò anche agenti nello Zaire orientale per estradare gli hutu ricercati. Il giorno seguente Micombero formò un nuovo governo guidato da Albin Nyamoya. Per schermarsi dalle critiche su queste violenze, Micombero inserì più moderati nel suo gabinetto, tra cui alcuni hutu, ma solo per rappresentanza simbolica. Simbananiye fu reintegrato nella carica di ministro degli Affari esteri. Poco dopo fu riorganizzato anche il comando dell'esercito, di cui venne destituito il vicecomandante, che aveva svolto un ruolo chiave nei massacri di civili e nell'epurazione dei soldati tutsi moderati. Il nuovo primo ministro intraprese un tour del Paese, parlando a folle a maggioranza tutsi. Pur assicurando loro che la pace era stata ripristinata, li incoraggiò a diffidare dei "traditori" ancora a piede libero. Le uccisioni terminarono per lo più all'inizio di agosto; il 23 agosto i governatori civili furono reintegrati nelle province.

Versione ufficiale del Burundi

Micombero dichiarò che nel corso della ribellione e degli avvenimenti conseguenti fossero morte 100 000 persone, a sua detta circa in egual proporzione tra hutu e tutsi. Negò ufficialmente qualsiasi correlazione tra lo scioglimento del suo governo e la ribellione, affermando che tale successione di eventi fosse stata una questione di "provvidenza". All'inizio dell'Ikiza il governo tentò di assimilare i ribelli hutu ai monarchici ruandesi, ma questa ipotesi fu rapidamente abbandonata poiché i ribelli professavano un'ideologia di supremazia hutu, mentre la maggior parte dei monarchici ruandesi era comunemente percepita come tutsi. Alla fine di giugno Nzohabonayo dichiarò in un'intervista che la rivolta nel sud del Paese faceva parte di un complotto "imperialista" ordito dai ribelli hutu, dai seguaci del defunto ribelle zairese Pierre Mulele e dagli ex ministri del governo hutu con l'intento di conquistare il Burundi e sfruttarlo come base per attaccare la Tanzania e lo Zaire.

Gli osservatori internazionali furono inclini a concordare con il governo sul fatto che ci fosse stata una sorta di "complotto hutu", ma rimanevano sospettosi dell'apparente efficienza e precisione della sua repressione anti-hutu. Alcuni funzionari della Chiesa cristiana sospettavano che il governo fosse a conoscenza del complotto e avesse permesso che la rivolta avesse luogo per sfruttarla come pretesto per dare inizio alle uccisioni. Il 26 giugno l'ambasciata del Burundi negli Stati Uniti respinse ufficialmente le accuse di genocidio con un libro bianco in cui si leggeva, tra le altre cose: "Non crediamo che la repressione equivalga a genocidio, c'è un abisso tra le due cose. Non parliamo di repressione, ma di LEGITTIMA DIFESA PERCHÉ IL NOSTRO PAESE ERA IN GUERRA". Nel documento erano i ribelli ad essere accusati di aver pianificato meticolosamente un genocidio che avrebbe eliminato tutti i tutsi burundesi.

Nel mese di settembre il governo pubblicò un libro bianco intitolato Autopsia della tragedia del Burundi: distribuito alle rappresentanze diplomatiche, il documento sosteneva che la violenza etnica era stata istigata da stranieri e che il Belgio era in gran parte responsabile degli eventi del 1972; non attribuiva alcuna responsabilità di violenza ai leader burundesi. Alcune fonti straniere contestarono in modo significativo questa versione dei fatti, secondo cui la rivolta sarebbe stata esagerata e la repressione minimizzata. I vescovi cattolici del Burundi per lo più difesero la posizione del governo, parlando di "un complotto diabolico per ingannare il popolo al fine di fomentare l'odio razziale". In particolare, due vescovi affermarono che le uccisioni fossero il risultato di un "attacco da parte di una potenza straniera". Sia il governo che la Chiesa definirono eufemisticamente la ribellione e le successive uccisioni come "disordini".

Risposta straniera

Aiuti umanitari

Il primo maggio il governo degli Stati Uniti dichiarò il Burundi "zona disastrata". Dopo aver utilizzato 25 000 dollari del fondo di emergenza del World Disaster Relief Account, il Burundi chiese agli Stati Uniti altri 75 000 dollari, che vennero concessi immediatamente. La maggior parte della somma fu utilizzata per acquistare beni a livello locale o da Paesi vicini: coperte, due ambulanze, cibo, vestiti e mezzi di trasporto. In totale, il governo degli Stati Uniti spese 627 400 dollari in aiuti umanitari durante e dopo l'Ikiza in Burundi e nei Paesi vicini in cui erano fuggiti i rifugiati. Le spese totali delle organizzazioni caritative private americane per gli aiuti ammontarono a 196 500 dollari.

Alla fine di maggio il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kurt Waldheim si offrì di istituire un programma di aiuti umanitari. Le Nazioni Unite organizzarono due missioni dalle dimensioni modeste per valutare le esigenze della popolazione burundese. La prima era composta da Issoufou Saidou-Djermakoye, Macaire Pedanou e A. J. Homannherimberg, che arrivarono a Bujumbura il 22 giugno, dove furono ricevuti da Micombero. Rimasero nel Paese per una settimana, visitando diverse zone periferiche e redigendo un rapporto che fu presentato a Waldheim. Il 4 luglio Waldheim tenne una conferenza stampa in cui, facendo riferimento al rapporto, affermò che circa 80 000-200 000 persone erano state uccise, mentre altre 500 000 erano state sfollate all'interno del Paese. Una seconda "squadra tecnica" composta da P. C. Stanissis ed Eugène Koffi Adoboli fu inviata in Burundi per redigere un piano di soccorso. Rimasero sul posto dal 31 luglio al 7 agosto, e presentarono le loro raccomandazioni due giorni dopo. Il punto centrale della loro argomentazione fu l'urgenza di creare un programma di soccorso sia a breve sia a lungo termine per riabilitare le regioni gravemente danneggiate e promuovere la crescita economica. In questo piano si inseriva la proposta di richiedere assistenza tecnica alle Nazioni Unite per sostituire il personale burundese “scomparso” dai posti di lavoro di importanti istituzioni. Alla fine le Nazioni Unite spesero oltre 4 milioni di dollari per assistere gli sfollati interni e i rifugiati.

Diverse organizzazioni internazionali benefiche di matrice cristiana fornirono cibo e medicinali ai burundesi durante le prime fasi dell'Ikiza. A seguito di un appello al governo burundese, il 2 giugno il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) fu stato autorizzato a fornire aiuti nel sud-ovest del Burundi e a Bujumbura. Il governo burundese permise inoltre al personale della Croce Rosa di supervisionare direttamente la distribuzione degli aiuti ai destinatari previsti, ma il 6 luglio il ministro della Salute e il presidente della Croce Rossa burundese revocarono tale autorizzazione e subordinarono tutti gli interventi pianificati dal CICR all'approvazione della Commissione nazionale di soccorso del Burundi prima della loro attuazione. I delegati del CICR in Burundi, che ritenevano che la Croce Rossa del Burundi fosse poco più che uno strumento del governo, temevano che questo cambiamento avrebbe impedito la corretta distribuzione degli aiuti alle vittime hutu. Per la frustrazione i delegati scrissero allora alla loro sede centrale a Ginevra, esortandola a pubblicizzare il caso in modo da mettere in imbarazzo il governo burundese. Anche il Comitato centrale mennonita accusò le autorità burundesi di "apparente riluttanza a consentire alle agenzie umanitarie di fornire supporto agli hutu". I colloqui del CICR con i funzionari burundesi per rinegoziare i termini della distribuzione degli aiuti fallirono il 14 luglio. Tre giorni dopo l'insediamento del nuovo governo, un delegato tentò di nuovo di raggiungere un accordo: si proponeva un piano tripartito di controllo sulla distribuzione degli aiuti che coinvolgeva rappresentanti del CICR, della Croce Rossa del Burundi e di un comitato nazionale di soccorso (comité de secours); il personale del CICR avrebbe potuto gestire le proprie scorte di approvvigionamenti e distribuirle personalmente. I funzionari burundesi respinsero la proposta, sostenendo che gli approvvigionamenti dovessero invece essere conservati presso la sede del partito UPRONA e distribuite dalle agenzie locali burundesi. Venuta a conoscenza della mancanza di progressi nei negoziati, la sede centrale del CICR richiamò i propri rappresentanti dal Paese; uno di essi si trasferì in Ruanda nel tentativo di aiutare i rifugiati presenti in quel Paese. A fronte delle indiscrezioni sui problemi con il CICR, la missione burundese presso le Nazioni Unite smentì qualsiasi difficoltà il 4 agosto, affermando che "il governo del Burundi è stato in grado di soddisfare pienamente le richieste di aiuti umanitari, disponendo fortunatamente fin dall'inizio di ampie risorse proprie, e grazie all'assistenza bilaterale di Paesi amici. Siamo quindi riusciti a gestire l'emergenza… se il team della Croce Rossa Internazionale ha lasciato il Paese, non è perché il governo abbia qualcosa da nascondere, ma semplicemente perché la sua presenza lì non era più necessaria".

A metà agosto il governo burundese ammorbidì la sua posizione e permise al CICR di fornire aiuti a condizione che il personale della Lega delle Società della Croce Rossa sostituisse quello del CICR in Burundi, che si limitasse ad operare soltanto a Bujumbura e Bururi e che la distribuzione fosse effettuata in collaborazione con la Croce Rossa burundese. Dato che il CICR era il principale responsabile degli aiuti umanitari in tempo di guerra, mentre la Lega era competente per gli aiuti in tempo di pace, questa proposta del governo burundese voleva segnalare che il conflitto e le uccisioni erano cessati. Nel tentativo di perpetuare il proprio controllo sul Paese, il governo burundese proseguì le sue ingerenze contro le organizzazioni umanitarie; il 21 agosto ritardò deliberatamente lo scarico degli approvvigionamenti di soccorso da un aereo della Caritas internationalis mentre il direttore generale del Ministero della Salute discuteva con il direttore dell'ente di beneficenza su chi avrebbe controllato la distribuzione degli aiuti. Il governo sequestrò infine tutti gli approvvigionamenti della Croce Rossa provenienti dalla Svizzera e dieci tonnellate di latte inviate dalla Caritas. Gli approvvigionamenti dei Catholic Relief Services non vennero invece scartati, ma il governo impose l'apertura e l'ispezione preventiva di tutti i pacchi. Il CICR riuscì infine a distribuire gli aiuti in quella parte della zona colpita dal disastro che era stata designata dal governo, nel sud-ovest del Burundi, mentre la Caritas e i Catholic Relief Services si occuparono con discrezione delle vedove e degli orfani nelle zone del Paese non autorizzate ufficialmente dal governo a ricevere aiuti. Una volta assicurata la loro capacità di fornire aiuti, le organizzazioni di beneficenza evitarono di politicizzare la situazione in Burundi e di esprimersi pubblicamente sulle uccisioni che avevano scatenato il disastro.

Reazioni alla violenza

L'ambasciata statunitense a Bujumbura si accorse immediatamente della repressione, vedendo camion pieni di cadaveri passare davanti ai propri uffici e sentendo i propri dipendenti hutu parlare di parenti assassinati. Il 5 maggio l'ambasciatore Melady incontrò Micombero per esprimere la sua preoccupazione per la violenza in atto e offrire aiuti umanitari. Melady esortò Micombero a dar prova di moderazione nel reprimere la ribellione, diventando così il primo rappresentante occidentale a reagire ufficialmente agli omicidi e a chiedere la loro cessazione. Micombero assicurò all'ambasciatore che il governo avrebbe garantito la sicurezza degli espatriati americani. Un dipendente burundese dell'ambasciata degli Stati Uniti che era stato arrestato fu rilasciato ufficiosamente dopo l'intervento di Melady. Il 10 maggio Melady inviò un telegramma al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti indicando che la violenza stava assumendo le caratteristiche di un "genocidio selettivo". Il governo degli Stati Uniti rispose alle atrocità incoraggiando l'Organizzazione dell'Unità Africana a discutere la questione e sollecitando le Nazioni Unite a inviare aiuti umanitari al Burundi. I funzionari dell'ambasciata degli Stati Uniti a Nairobi, in Kenya, inizialmente condivisero i dettagli della situazione in Burundi con i giornalisti americani, ma smisero dopo che Melady lì criticò per aver divulgato le informazioni.

Per metà maggio la maggior parte dei diplomatici occidentali in Burundi riteneva che la ribellione fosse stata sedata e che la violenza persistente stesse assumendo le sembianze di un tentativo di eliminare gli hutu. Poiché il Belgio era stato il precedente governatore mandatorio del Burundi, il governo belga era, tra le entità straniere, quello più direttamente interessato dagli eventi in corso nel Paese. Il 19 maggio il primo ministro Gaston Eyskens informò il suo gabinetto di essere in possesso di informazioni secondo cui il Burundi stava subendo un "vero e proprio genocidio". Il ministro degli Esteri belga assicurò alla Commissione per le relazioni estere del Senato che l'ambasciatore belga in Burundi aveva ricevuto istruzioni di esprimere preoccupazione per la situazione e desiderio di pace; l'ambasciatore Pierre van Haute adempì a questo compito alcuni giorni dopo. I giornalisti belgi, l'opinione pubblica e i membri del Parlamento condannarono la violenza. A causa delle forti pressioni dell'opinione pubblica e delle sollecitazioni degli Stati Uniti, il Belgio interruppe la vendita di munizioni al Burundi. Avviò inoltre un graduale ritiro della sua squadra di assistenza militare e, dopo che gli venne rifiutata la revisione dei termini del suo programma di assistenza all'istruzione, ritirò anche gli insegnanti “prestati” al Burundi. Il governo belga decise poi di interrompere tutti gli aiuti militari al Burundi entro il settembre del 1973, suscitando la collera dei funzionari burundesi. I belgi minacciarono anche di sospendere il loro contributo annuale di 4,5 milioni di dollari al Burundi, ma ciò non avvenne mai, poiché secondo i legislatori questo avrebbe danneggiato più il popolo burundese che il governo.

In questo periodo i diplomatici americani, belgi, francesi, tedeschi, ruandesi e zairesi tennero diverse riunioni presso la nunziatura apostolica di Bujumbura, dove concordarono sul fatto che la repressione del governo burundese non fosse più legata alla soppressione della rivolta, ma si fosse trasformata in una campagna di vendetta etnica. Tutti esortarono il decano del corpo diplomatico, il nunzio apostolico William Aquin Carew, a inviare una lettera a loro nome a Micombero. Carew era stato all'estero ed era tornato il 25 maggio; quattro giorni dopo inviò un cauto messaggio di protesta alle autorità burundesi a nome suo e degli altri diplomatici. Anche Papa Giovanni Paolo II denunciò pubblicamente i "sanguinosi combattimenti" nel Paese. Temendo che una dura condanna da parte dei loro governi potesse suscitare l'ira del Burundi nei confronti di quello che era percepito come imperialismo occidentale, i diplomatici occidentali incoraggiarono i loro superiori a chiedere l'intervento dei leader africani. Mobutu e Nyerere furono contattati, ma senza alcun risultato. Il 1 giugno, dopo un dialogo tra i diplomatici americani e il presidente ruandese Grégoire Kayibanda (che era hutu), il ministro ruandese della Cooperazione internazionale consegnò alle autorità burundesi una lettera firmata da Kayibanda in cui si implorava Micombero di fermare le uccisioni. Il giorno seguente i deputati dell'Assemblea nazionale francese esortarono invano il governo francese ad agire per fermare le uccisioni. Secondo Melady, i rappresentanti esteri della Corea del Nord, dell'Unione Sovietica e della Repubblica Popolare Cinese non mostrarono alcun interesse a protestare contro le uccisioni.

Waldheim informò il rappresentante permanente del Burundi che l'ONU era preoccupata per la situazione nel Paese. Il segretario generale dell'OUA Diallo Telli visitò il Burundi il 22 maggio per una missione di "accertamento dei fatti", e dichiarò che la sua presenza indicava la solidarietà dell'OUA a Micombero, promettendo il suo "pieno sostegno" al presidente. Molti diplomatici occidentali rimasero scioccati da questa dichiarazione. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti riferì in seguito che Telli aveva confidato a un diplomatico di aver esortato Micombero a porre fine agli omicidi, poiché gettavano una cattiva luce sull'Africa. Il mese successivo l'OUA tenne una conferenza a Rabat; la delegazione burundese dichiarò che la crisi in Burundi era dovuta principalmente all'intervento di forze esterne che agivano per conto dei neocolonialisti e che il Paese non aveva nessun problema di relazioni inter-etniche. Il Consiglio ministeriale dell'OUA approvò una risoluzione in cui si affermava che le azioni di Micombero avrebbero rapidamente ripristinato la pace e l'unità nazionale del Burundi. Alcuni delegati africani espressero in privato la loro insoddisfazione circa questo gesto. A parte Kayibanda (del Ruanda), la maggior parte dei capi di Stato africani non condannò pubblicamente le uccisioni in Burundi, mentre l'Unione Nazionale degli Studenti dell'Uganda lo fece il 16 luglio. Il 21 agosto il rappresentante in Burundi del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo lasciò il Paese in segno di protesta contro l'uccisione degli hutu. Il governo ruandese accusò formalmente il Burundi di aver commesso un genocidio contro gli hutu in una riunione dell'OUA nel maggio del 1973.

A parte le proteste diplomatiche e le azioni sulla fornitura di aiuti umanitari, la comunità internazionale non prese alcuna misura per fermare le uccisioni. I funzionari del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti conclusero che "non si poteva interferire negli affari interni del Burundi" per paura di aggravare il sentimento anti-imperialista in Africa. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti seguì attentamente le vicende in Burundi nel caso in cui gli eventi dovessero "entrare più bruscamente nell'opinione pubblica rispetto a quanto accaduto finora". Ciò non avvenne, poiché la maggior parte della copertura mediatica sul Burundi svanì entro luglio. A settembre il presidente Richard Nixon si interessò agli eventi nel Burundi e iniziò a richiedere informazioni sulla risposta del Dipartimento di Stato alle uccisioni. I funzionari statali sostennero di aver intrapreso la linea d'azione migliore e di avere poca influenza in Burundi, evitando però di menzionare che gli Stati Uniti erano il principale importatore di caffè burundese. Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Henry Kissinger scrisse un promemoria sugli omicidi a Nixon, sostenendo che, siccome gli Stati Uniti avevano pochi interessi strategici nel Paese, avrebbero dovuto limitare il loro coinvolgimento nella vicenda. Nixon reagì con rabbia a questo invito alla cautela, scrivendo a margine del documento: "Questa è una delle reazioni più ciniche e insensibili di un grande governo a una terribile tragedia umana che io abbia mai visto". Aggiunse: "Dite alle deboli sorelle dell'Ufficio africano di Stato di consigliarci almeno come mostrare indignazione morale. E cominciamo richiamando immediatamente il nostro ambasciatore per una consultazione. In nessun caso nominerò un nuovo ambasciatore per presentare le credenziali a questi macellai". Robert L. Yost, il sostituto di Melady (che era stato riassegnato), fu richiamato dal Burundi nel 1973. Ciò coincise con la cessazione di tutti i programmi bilaterali di scambio culturale e di aiuto economico. Gli aiuti umanitari continuarono, a condizione che fossero distribuiti equamente a tutti i burundesi. Il Dipartimento di Stato organizzò un incontro tra il diplomatico David D. Newsom e l'ambasciatore burundese Terence Tsanze il 1 ottobre per spiegare che queste azioni erano intese come protesta contro la violenza anti-hutu. Tsanze rispose in modo difensivo, sostenendo che la rivolta hutu aveva rappresentato la più grande minaccia al governo di Micombero fino a quel momento, che l'etnia fosse un fattore determinante nelle rappresaglie e che tutti gli aiuti stranieri fossero distribuiti equamente. Gli Stati Uniti normalizzarono le loro relazioni con il Burundi nel gennaio del 1974.

Analisi

Numero di vittime

Le stime più prudenti indicano un numero di vittime compreso tra le 100 000 e le 150 000, mentre altre arrivano alle 300 000, cioè circa il 10-15% degli uomini hutu nel Burundi. Secondo Lemarchand, le morti tra gli hutu si sarebbero aggirate tra le 200 000 e le 300 000 persone. Siccome il bersaglio della repressione erano gli hutu istruiti e la maggior parte delle persone istruite in Burundi erano di sesso maschile, ad essere uccisi furono più uomini che donne; circa il 75% degli hutu burundesi istruiti furono uccisi. Lemarchand affermò che il governo organizzò le uccisioni perché percepì la ribellione di aprile come una minaccia allo Stato: "è la vendetta, non l'ideologia, il movente principale delle uccisioni".

L'Ikiza come genocidio

Non c'è consenso accademico sul fatto che l'Ikiza costituisca o meno un genocidio, un "genocidio selettivo", un "doppio genocidio" o semplicemente una vasta pulizia etnica. Molti preferiscono descrivere ciò che è accaduto come un "massacro". Il giurista internazionale William J. Butler e l’esperto di studi internazionali George Obiozor hanno concluso che "in Burundi si sono verificati atti di genocidio, le cui vittime erano principalmente hutu". Lo storico Jean-Pierre Chretien ha definito l'Ikiza "un vero e proprio genocidio delle élite hutu". Anche il sociologo Leo Kuper lo ha definito un genocidio, così come la storica Alison Des Forges. Lemarchand ha descritto l'evento come un "genocidio selettivo" e un "genocidio parziale", sottolineando il fatto che i bersagli fossero specificamente le persone istruite della popolazione hutu. Il sociologo Irving Louis Horowitz ha criticato l'uso della prima espressione da parte di Lemarchand, affermando che "l'uso di termini come genocidio selettivo o genocidio culturale è una mossa essenzialmente emotiva per rivendicare il carattere speciale dell'omicidio di massa, forse per accentuare il senso di orrore che queste persone spesso trascurate hanno vissuto". Gli studiosi che si sono occupati del genocidio ruandese del 1994 hanno tendenzialmente minimizzato gli eventi del 1972 in Burundi. Gli studiosi Scott Straus e David Leonard li definiscono "massacri organizzati" invece che genocidio. L'analista politico David Rieff ha invece scritto che il fatto che gli hutu fossero presi di mira in base al loro livello di istruzione significa che gli omicidi siano qualificabili come genocidio secondo il diritto internazionale. Anche lo storico Timothy J. Stapleton riteneva che l'Ikiza soddisfacesse gli standard internazionali per essere qualificata come genocidio. Nel 1985 l'ONU riclassificò retroattivamente gli omicidi del 1972 come genocidio.

Se la maggior parte delle discussioni accademiche sull'uso del termine genocidio in relazione agli eventi del 1972 in Burundi riguardano l'uccisione di massa degli hutu da parte dei tutsi, Chretien e lo storico Jean-François Dupaquier hanno invece indicato le attività anti-tutsi dei ribelli hutu come prova di un projet génocidaire incompiuto. A sostegno di questa ipotesi, Chrétien e Dupaquier hanno citato la presunta esistenza di opuscoli distribuiti dai ribelli con espliciti inviti a commettere genocidio contro i tutsi. Non si sa se esistano copie originali di questi documenti, ma i due storici hanno citato un libro di Marc Manirakiza, un oppositore del regime di Micombero che ha affermato di aver riprodotto questi opuscoli quasi nella loro interezza nella sua opera. Lemarchand ha respinto l'autenticità storica dei documenti e ha criticato l'ipotesi di Chretien e Dupaquier definendola "un'approvazione acritica della versione ufficiale delle autorità burundesi dell'epoca", non supportata da dati empirici.

Comportamento delle vittime

In generale, i resoconti stranieri sull'Ikiza esprimevano sorpresa verso l'apparente disponibilità delle vittime a obbedire fino alla morte agli ordini dei loro persecutori. Si è tentato di spiegare questo comportamento in molti modi: alcuni autori attribuiscono l'obbedienza degli hutu alla loro rassegnazione di fronte a ostacoli insormontabili, mentre altri hanno suggerito che le loro azioni fossero radicate nella storia feudale del Burundi e nella cultura di sottomissione degli hutu ai tutsi. Kuper ha citato l'Ikiza come esempio di un genocidio "in cui le vittime [avevano] una certa (significativa) capacità di resistere o in cui, oggettivamente considerate, le vittime costituivano una seria minaccia". Lo storico Aidan Russell ha criticato questa conclusione, scrivendo: "Per sostenere una tale interpretazione è necessario eludere la distinzione tra l'individuo che si trova ad affrontare tale violenza di Stato e il potenziale di una comunità immaginaria che, fino a quel momento, molti non avevano ancora immaginato [...] Al di là di un gruppo selezionato di politici e militanti, l'etnia hutu non costituiva una comunità corporativa per la maggior parte dei suoi membri nelle colline. Ogni vittima ha affrontato da sola la violenza dello Stato".

Conseguenze

In Burundi

Russell scrisse: «I lunghi anni '60 in Burundi andarono dall'improvviso inizio della competizione politica nel 1959, passarono per l'indipendenza formale nel 1962 e si conclusero con il cataclisma distruttivo del 1972. È stata proprio questa violenza a chiudere gli orizzonti delle possibilità future, e si sviluppò una nuova certezza nel significato delle relazioni postcoloniali, delle identità e della vita stessa». L'Ikiza assicurò ai tutsi (e soprattutto agli hima) il dominio della società burundese. Le élite banyaruguru che avevano combattuto contro il regime di Micombero passarono a sostenere i leader hima, considerando la rivolta degli hutu come una minaccia nei propri confronti ancora più grave. Alcune tensioni soggiacenti persistevano, e portarono il presidente a licenziare il suo primo ministro banyarugu nel 1973 e ad assumere il controllo personale degli affari ministeriali più importanti. Migliaia di hutu e tutsi furono sfollati all'interno del Paese a causa delle violenze del 1972. All'indomani degli eventi, gli hutu istruiti sopravvissuti furono quasi completamente esclusi dalle posizioni di comando nell'esercito, nella pubblica amministrazione, nelle imprese statali e negli istituti di istruzione superiore. Gli hutu rimasti nella pubblica amministrazione furono mantenuti lì principalmente per motivi di facciata. La virtuale eliminazione di una generazione di hutu istruiti assicurò anche il dominio dei tutsi sulla magistratura per decenni. Le purghe ridussero le dimensioni delle forze armate e causarono anche un danno all'economia, seppur limitato, poiché la perdita di lavoratori hutu nell'industria del caffè ne interruppe il trasporto e lo stoccaggio. Molti agricoltori hutu fuggirono e i loro raccolti furono bruciati, ma siccome la maggior parte di loro praticava un'agricoltura di sussistenza, questa misura ebbe un impatto limitato su scala nazionale. Dal 1973 al 1980, molti studenti hutu del Burundi proseguirono i loro studi secondari nei Paesi vicini. In Burundi il mese di maggio, anniversario dell'Ikiza, metteva in ansia gli studenti hutu e, secondo quanto riferito, questo veniva sfruttato dalle autorità tutsi per impedire loro di superare gli esami annuali.

Nel 1974 Micombero dichiarò un'amnistia generale per i rifugiati hutu. Il suo regime rimase tuttavia ostile agli esiliati; nel 1975 il governo uccise un gruppo di rifugiati rimpatriati a Nyanza Lac un anno dopo il loro ritorno. Durante tutti gli anni '70 il governo burundese produsse propaganda che descriveva il Paese come unito e privo di problemi etnici. In realtà la posizione del Burundi rimase precaria e il timore di un'altra rivolta hutu portò ad un aumento di stanziamenti per l'esercito. La repressione determinata dall'Ikiza riuscì a smorzare le prospettive di azioni antiregime: in Burundi non ci furono più conflitti fino al 1979. Dopo le uccisioni, il Burundi ricevette esigui aiuti militari dalle potenze occidentali, ad eccezione della Francia, e rafforzò i suoi legami militari con gli Stati del blocco orientale.

Nel 1976 il governo di Micombero fu rovesciato con un colpo di Stato orchestrato dal colonnello Jean-Baptiste Bagaza, senza alcuno spargimento di sangue. Inizialmente, il regime di Bagaza offrì una possibilità di riconciliazione etnica, dichiarando l'amnistia per tutti i rifugiati hutu all'estero e concedendo nel 1979 un'amnistia limitata ad alcuni detenuti. Tuttavia, il dominio tutsi-hima sul governo fu mantenuto; la repressione politica continuò e il governo monitorò con attenzione le attività dei propri cittadini all'estero, anche di quelli che avevano rinunciato alla cittadinanza burundese. Per molti anni la sistematica esclusione degli hutu dalle opportunità socio-economiche ricevette scarsa attenzione a livello internazionale. A seguito di pressioni internazionali, nel 1993 il Burundi intraprese una transizione democratica ed elesse il suo primo presidente hutu, Melchior Ndadaye. In un'intervista Ndadaye dichiarò che non avrebbe perseguito penalmente le persone responsabili degli eventi del 1972, per non correre il rischio di destabilizzare il Paese. Il 21 ottobre lui e altri leader politici furono assassinati da ufficiali dell'esercito tutsi durante un colpo di Stato fallito. L'annuncio della sua morte scatenò un'ondata di violenza: i contadini e gli attivisti politici hutu uccisero migliaia di tutsi in tutto il Paese, nel timore potesse verificarsi una seconda Ikiza se non avessero agito.

Rifugiati

L'Ikiza provocò un grande esodo, per lo più di hutu, dal Burundi verso i Paesi confinanti. Un numero imprecisato di persone che vivevano nelle zone di confine cercò rifugio nei Paesi circostanti, ma tornarono dopo la fine della fase più intensa della repressione. Per la seconda metà del 1973 circa 6 000 persone erano fuggite in Ruanda, ma circa la metà di loro si trasferì poi in Tanzania, poiché il Ruanda era densamente popolato e la maggior parte della terra era già coltivata. Nello stesso periodo circa 35 000 persone avevano cercato rifugio nello Zaire. Gli agricoltori si stabilirono per lo più nella pianura di Ruzizi, mentre gli esuli più istruiti cercarono lavoro, con scarso successo, nelle città di Uvira e Bukavu. Gli aiuti umanitari da parte del governo dello Zaire erano sporadici e fino al 1976 non si prese in considerazione la possibilità di concedere permessi di soggiorno ai rifugiati. Fu la Tanzania ad accogliere la stragrande maggioranza dei rifugiati del Burundi, per diversi motivi: era geograficamente vicina alla provincia di Bururi, dove la repressione del governo era più intensa; ospitava già una consistente popolazione di espatriati burundesi; la lingua del grande gruppo etnico ha della Tanzania era strettamente imparentata con il kirundi; non era densamente popolata e storicamente aveva già accolto rifugiati provenienti da altri Paesi. Si stima che per la fine del 1973 circa 40 000 burundesi avessero cercato rifugio in Tanzania e per la fine del 1974 il numero era salito a 80 000. Nell'agosto del 1972 il governo tanzaniano designò Ulyankulu, una zona remota nella regione di Tabora, come insediamento per i rifugiati, mentre altre comunità si sarebbero stabilite a Katumba e Mishoma, nella regione di Kigoma. Le amnistie di Micombero e Bagaza convinsero circa 10 000 - 20 000 cittadini a tornare in Burundi, per lo più quelli che risiedevano nello Zaire. L'Ikiza provocò un radicale cambio di prospettiva nei rifugiati hutu, che arrivarono a credere che l'obiettivo finale dei tutsi fosse quello di uccidere un numero sufficiente di hutu per stravolgere la demografia del Burundi, in modo che i due gruppi etnici diventassero più o meno uguali in termini numerici, e rafforzando così l’influenza politica dei tutsi. Alcune élite hutu sopravvissute formularono una dura ideologia anti-tutsi fondata sull'ipotesi camitica, per cui il popolo tutsi, essendo di origine camitica, sarebbe intrinsecamente crudele e selvaggio rispetto agli hutu di origine bantu. Gli hutu citarono proprio l'Ikiza come primo esempio di questa crudeltà e, più in generale, divennero più consapevoli della propria identità etnica. I più radicali di loro fondarono il Parti pour la libération du peuple hutu negli insediamenti tanzaniani e, nel 1988, organizzarono attacchi contro i tutsi in Burundi. I leader politici tanzaniani cercarono di mantenere buoni rapporti con il Burundi e scoraggiarono apertamente i tentativi da parte dei rifugiati di sostenere la sovversione nel loro paese d'origine. Negli anni 2010 il governo tanzaniano ha offerto una naturalizzazione en masse ai rifugiati burundesi rimasti e ai loro figli.

Nel resto del mondo

Nel 1973 la Sottocommissione delle Nazioni Unite per la prevenzione della discriminazione e la protezione delle minoranze inoltrò alla Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani una denuncia contro il governo burundese per continue violazioni dei diritti umani. Alla conferenza annuale della commissione nel 1974 venne quindi nominato un nuovo gruppo di lavoro per comunicare con i burundesi e presentare una nuova relazione sulle questioni relative ai diritti umani nel Paese alla conferenza successiva, di fatto abbandonando la questione. La commissione alla fine archiviò il caso nel 1975. Nel frattempo, il Carnegie Endowment for International Peace pubblicò un rapporto sul genocidio, in cui sosteneva che gli Stati Uniti avrebbero dovuto sfruttare la loro posizione di principali acquirenti di caffè burundese per esercitare pressioni economiche sul regime di Micombero. Il funzionario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti Herman Jay Cohen dichiarò a una commissione del Congresso che "ritenevamo che una minaccia di boicottaggio non avrebbe influito sugli immediati problemi di violenza etnica" e avrebbe danneggiato il cittadino burundese medio. Nel 1987 la vedova del comandante Ndayahoze chiese un risarcimento per l'omicidio del marito e per conto di altre famiglie i cui membri erano stati uccisi durante l'Ikiza. In tutta risposta, su richiesta dell'ambasciatore burundese, le venne vietato l'accesso al quartier generale delle Nazioni Unite a New York.

Gli eventi in Burundi peggiorarono le tensioni etniche in Ruanda, dove gli hutu iniziarono a perseguitare e attaccare i tutsi, in particolare gli studenti. Di fronte al crescente isolamento politico, Kayibanda sfruttò gli omicidi in Burundi come pretesto per adottare ulteriori misure discriminatorie nei confronti dei tutsi avvalendosi di comitati di vigilantes, cosa che però generò instabilità quando questi organismi cominciarono a mettere in discussione il potere delle autorità, facilitando il colpo di Stato condotto dall'ufficiale dell'esercito Juvénal Habyarimana nel 1973. Durante la guerra civile ruandese del 1990-1994, molti politici hutu sfruttarono la memoria dell'Ikiza per fomentare la paura per il Fronte patriottico ruandese, dominato dai tutsi.

Lascito

Il genocidio è ricordato in Burundi come "Ikiza", tradotto variamente come "catastrofe", "Grande calamità" o "Flagello". È anche chiamato "Ubwicanyi", che in kirundi significa "Uccisioni" o "Massacri". “Ubwicanyi” era il termine comunemente usato per descrivere l'evento durante e dopo gli anni '70. Il termine "genocidio" non è stato usato frequentemente a questo proposito fino agli anni '90, con l’influenza del genocidio ruandese del 1994 e dalle ampie discussioni internazionali sui diritti umani. Ancora oggi, il termine "genocidio" è usato comunemente soltanto in ambito francofono, e raramente in lingua kirundi. A volte viene chiamato il "primo genocidio" per distinguerlo dalle uccisioni del 1993 in Burundi. Secondo Lemarchand, l'Ikiza è stato il primo genocidio documentato nell'Africa postcoloniale. Nessuna persona è mai stata perseguita penalmente per gli omicidi. La maggior parte delle informazioni sull'Ikiza proveniva dai racconti dei rifugiati e dei missionari fino alla pubblicazione nel 2007 del libro Burundi 1972, au bord des génocides, scritto dagli storici Chrétien e Dupaquier.

Secondo Lemarchand, l'Ikiza "f[a] a gara" con il genocidio ruandese dei tutsi a ottenere più riconoscimento nella coscienza collettiva degli hutu e dei tutsi burundesi. Gli hutu burundesi attribuiscono inoltre maggiore importanza all'Ikiza rispetto ai massacri del 1993, su cui, di converso, si concentrano i tutsi. Lemarchand ha scritto nel 2009 che "il genocidio degli hutu da parte dei tutsi nel 1972 è stato praticamente cancellato dalla coscienza della maggior parte dei tutsi". Alcuni burundesi percepiscono entrambi gli eventi come genocidi degni di essere ricordati, ma in generale si sono formate fazioni che rivendicano la precedenza di un evento sull'altro e li commemorano di conseguenza. Gli hutu burundesi hanno citato retrospettivamente l'esistenza di un "piano Simbananiye", un complotto ideato dall'ex ministro degli Esteri nel 1967 prima dell'Ikiza per eliminare il monarca e l'élite hutu, dimostrando così la presunta intenzione genocida del regime. Probabilmente, però, si tratta di una falsità storica. Anche nel mondo accademico burundese le opinioni sugli eventi rimangono divise: gli scrittori hutu parlano di un piano premeditato messo in atto dal regime per sterminare le élite hutu, mentre gli autori tutsi sottolineano che l'Ikiza è iniziata con la ribellione hutu e accusano i suoi autori di avere moventi genocidari anti-tutsi, cosa che giustificherebbe dunque la risposta del governo.

Per molti anni il governo burundese ha soppresso ogni riferimento pubblico agli omicidi del 1972 e non ha indagato sulle loro origini. Le commemorazioni annuali dell'Ikiza tendono a svolgersi all'estero, soprattutto in Belgio. Nel 2010 il governo burundese ha eretto un monumento per commemorare le vittime di tutte le violenze postcoloniali nel Paese. Nel 2014 il Parlamento del Burundi ha approvato una legge che prevede l'istituzione di una Commissione per la verità e la riconciliazione (CVR) incaricata di indagare sulle atrocità e sulla repressione messa in atto nel Paese tra il 1962 e il 2000, Ikiza inclusa. La commissione ha iniziato i suoi lavori nel 2016: nell'ambito del suo lavoro, sono stati interrogati testimoni, esaminati documenti degli archivi governativi e riesumate in tutto il Paese le fosse comuni che si ritiene contengano i corpi delle vittime dell'Ikiza. Il 20 dicembre 2021, la CVR ha presentato al Parlamento la sua relazione sullo stato di avanzamento dei lavori per il 2021 e ha dichiarato ufficialmente che quello commesso nel 1972 dallo Stato è stato a tutti gli effetti un genocidio.

Note

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Bibliografia